martedì 9 dicembre 2014

Due libri di Franco Ricciardiello

 
Franco Ricciardiello, Cronache dell'arabesco di pietra
Su Amazon.it sono da poco disponibili come e-book due libri di Franco Ricciardiello: La rocca dei celti e Cronache dell’arabesco di pietra. Non dico che sono disponibili due “nuovi” libri di Franco perché entrambi i testi hanno in effetti una lunga storia. Il primo è stato pubblicato per la prima volta nel 1987, il secondo è una raccolta di racconti usciti tra il 1986 e il 1992. Il primo (disponibile anche attraverso il pacchetto Kindle Unlimited) racconta un conflitto che va avanti da millenni… e non parla dell’argomento che si potrebbe immaginare! Il secondo raccoglie invece tutti i racconti del “ciclo spagnolo” di Franco, cioè i suoi racconti ambientati, in un modo o nell’altro, in Spagna. Assieme, si tratta in sostanza dei suoi lavori d’esordio.
 
Il motivo valido e altruistico per consigliare entrambi i libri è che Franco è il migliore scrittore italiano di fantascienza della sua generazione.
 
Il motivo egoistico per consigliarli è che, in questa nuova veste, entrambi i libri sono aperti da mie introduzioni d’epoca. Nel caso della Rocca dei celti l’introduzione è formata da un mio profilo dell’opera di Franco che è uscito sulla fanzine Intercom nel numero 102, datato novembre-dicembre 1988. Per le Cronache, il materiale introduttivo è più variato e più tardo, ma parte comunque dal 1996 (quando scrissi l’introduzione all’antologia Racconti dal lago di Mandelbrot, pubblicata in formato elettronico da Delos Books).
 
A rileggere il lavoro del 1988 rabbrividisco un po’, perché è l’opera di un Mirko Tavosanis che, al momento della scrittura, non aveva probabilmente ancora compiuto vent’anni. Tempi remoti: c’erano ancora l’Unione Sovietica e il Muro di Berlino. D’accordo, c’erano Internet e i computer, in forma molto diversa da quella attuale, ma io non avevo accesso né all’una né agli altri. Il che non giustifica molte delle cose che scrivevo… ma tant’è. Alcuni modi espressivi, tipo l’uso delle abbreviazioni per i titoli, li avevo presi direttamente, se ben ricordo, dai non eccelsi lavori di Cesare Segre sulle Soledades di Machado e su Gabriel Garcia Marquez. E questa non è nemmeno la parte più imbarazzante dell’assieme!
 
Da un altro punto di vista, sono ancora orgoglioso del modo in cui, appena sbucato da un lungo periodo di studio e depressione, il me-stesso-più-giovane era riuscito a mettere a fuoco quelli che mi sembrano ancora oggi alcuni aspetti importanti del lavoro di Franco. A monte, soprattutto, c’era il rendersi conto che nel mondo della fantascienza italiana nessuno stava parlando di quello che pure veniva definito “autore-fenomeno del momento” e colmare la lacuna. Già: dietro, in fin dei conti c’era un progetto generale. Il lavoro comparve come seconda uscita di una mia ambiziosa rubrica su Intercom dedicata alla fantascienza italiana. E, allora come adesso, in mezzo a tanti autori irrilevanti Franco spiccava, perché era bravo e perché, soprattutto, era l’unico che avesse un suo mondo originale da raccontare.
 
Per questo mi ritrovai a cercare di mettere ordine al lavoro di Franco, tra libri, appunti e dattiloscritti. Battendo per ore, tap tap, sui tasti di una vecchia Olivetti Lettera 22.
 
Nostalgia? No, quello no... Però, tra le tante cose impresentabili del me-stesso-più-giovane, quella spinta ancora oggi mi sembra ragionevole. Anzi, forse, da recuperare.
 

giovedì 4 dicembre 2014

Heller e Ilić, Lettering large

  
Heller e Ilić, Lettering large
Ho letto e rimirato Lettering large: art and design of monumental typography, un grosso volume fotografico realizzato da Steven Heller e Mirko Ilić. Soprattutto, ci ho rimuginato sopra.
 
Ho già espresso tutte le mie perplessità sulle potenzialità ornamentali dell’alfabeto latino, a confronto con altri sistemi di scrittura. Questo libro non riesce a farmi ricredere completamente… ma mi spinge parecchio in questa direzione, anche grazie alla semplice quantità delle testimonianze. Nelle pagine interne sono inserite, se ho ben contato, 738 fotografie a colori di “opere” realizzate usando i segni di uno o più sistemi di scrittura. I soggetti sono in buona parte di recente realizzazione e spaziano dalle scritte monumentali sulle montagne alle decorazioni di interni, dalle sculture in marmo alle composizioni effimere. La qualità è molto variabile, ma in alcuni casi il risultato è di altissimo livello e vale ampiamente tutto il resto. Vedere per credere.

Va detto che, se vogliamo essere fastidiosi, il libro non è curato in modo impeccabile. I testi di presentazione non sono molto leggibili e presentano un numero molto alto di errori di battitura o di scansione (“Lepcis Magna” compare due volte a p. 129…). In alcuni casi, le stesse fotografie sono sbagliate oppure etichettate in modo confuso. A p. 63, per esempio, la prima didascalia dovrebbe riferirsi a una o più insegne del Parc de la Villette a Parigi, ma le insegne non ci sono e al loro posto compaiono due immagini riprese evidentemente da una mostra berlinese non citata nel resto del libro. Soprattutto, in molti casi occorre un lavoro notevole anche solo per capire a quali foto siano riferite le didascalie. Alle pp. 90-91, le immagini relative al posto di frontiera statunitense di Champlain si trovano per esempio distribuite su due colonne diverse in due pagine diverse, e in mezzo si trovano le foto di un altro posto di frontiera, Massena; a p. 123 una didascalia collettiva lascia molti dubbi sulla collocazione effettiva delle cinque opere riprodotte; p. 169 solo l’esame attento di didascalie e foto permette di associare correttamente le une alle altre; eccetera. Le informazioni non sono sistematiche, né nelle didascalie né altrove. Il quadro teorico è minimale. Non ci sono indici, nemmeno i più ovvi (titoli, autori, caratteri utilizzati e così via). Ma, d’accordo… Tutto questo è secondario davanti al semplice piacere della rassegna.
 
Monumento victimas 11-M, Madrid (p. 104, foto ruotata)
 
Per chi volesse poi avere una più precisa idea dei contenuti, il blog di Mirko Ilić presenta una buona serie di fotografie a pagina doppia!

A un livello più profondo, mi chiedo poi come sarebbero andate le cose se il lavoro fosse stato, appunto, meno sbilanciato sull’alfabeto latino. L’alfabeto arabo e quello coreano hanno possibilità estetiche meravigliose, e storicamente assai sfruttate; lo stesso vale per i caratteri cinesi. Eppure qui le fotografie pertinenti sono pochissime… per quanto, per esempio, al padiglione coreano all’Expo di Shanghai del 2010 venga resa giustizia in diverse pagine spettacolari.
 
Un altro rimpianto è quello per l’angolazione “monumentale”. La scrittura ha moltissime funzioni, che in Italia sono state studiate in particolare da Giorgio Raimondo Cardona. Questo libro però si concentra sulle opere dotate di una funzione puramente estetica: ci sono molte eccezioni, in particolare per le scritte pubblicitarie o di celebrazione, ma il nucleo di base è quello. Rimane quindi quasi del tutto estraneo al libro il mondo delle scritte dotate di utilità pratica, dalla segnaletica non pubblicitaria a tutto ciò che è collegato con l’insegnamento e alla didattica. E, confesso, un po’ mi dispiace che dalle opere inserite in questo libro, così ben combinate, spesso così soddisfacenti dal punto di vista estetico, il visitatore o il passante possano ricavare così poche informazioni utili.
 
Pensandoci bene, non mi dispiacerebbe se questi miei rimpianti potessero poi, in qualche modo, trovare soddisfazione nelle pagine di un altro libro. E sarei letteralmente entusiasta se venissero cancellati, alla radice, dalla realizzazione di qualche opera ancora inimmaginabile, capace di veicolare idee complesse in modo intuitivo, combinando utilità ed estetica attraverso una scintilla di ispirazione sovrumana. Per vedere quella, d’altra parte, più che sfogliare un libro sarebbe il caso di fare un viaggio. O addirittura un trasloco.
 
Steven Heller e Mirko Ilić, Lettering large: art and design of monumental typography, s.l., The Monacelli Press, 2013, US $45, CAN $51, ISBN 978-1-58093-359-9; letto nella copia della biblioteca LM1 dell’Università di Pisa.
 

martedì 25 novembre 2014

Lorenzetti, Scrivere 2.0

  
Lorenzetti, Scrivere 2.0
Le tecnologie web continuano a trasformarsi, ma non sempre vanno ad altissima velocità. Me ne sono accorto schedando un libro non recentissimo di Luca Lorenzetti, Scrivere 2.0. Gli strumenti del Web 2.0 al servizio di chi scrive (Milano, Hoepli, 2010, pp. xi – 176, € 18,90, ISBN 978-88-203-4481-8).
 
Il libro presenta una rassegna di strumenti di scrittura basata su una condizione precisa: gli strumenti devono essere utilizzabili via web attraverso un browser, senza l’installazione di software desktop o simili... anche se poi nella pratica ci sono eccezioni. L’approfondimento è ridotto (e, in alcuni punti, sorprendentemente ridotto), al punto che il libro, tra schermate e liste puntate, si legge in poco più di un’ora. Sorprendentemente, però, buona parte delle indicazioni fornite sono ancora utili, nonostante dalla pubblicazione siano ormai passati quattro anni – che per questo genere di prodotto una volta erano un’eternità.
 
La scelta degli argomenti è interessante e segue un percorso logico per autori singoli: organizzare il lavoro (per esempio con Google Calendar), evitare distrazioni, prendere appunti (da Evernote a Tumblr), preparare e condividere documenti (Google Documenti e Dropbox). Seguono due capitoli dedicati ai wiki e alla scrittura collaborativa. Poi si passa agli ebook (strumenti per crearli e diffonderli) e alla promozione e visibilità.
 
L’ordinamento fa balzare agli occhi un fatto curioso. L’unico capitolo che non corrisponde a prodotti di ampio uso è infatti il terzo, dedicato ad “Aumentare la produttività ed evitare le distrazioni”. Né nel 2010 né oggi, a quel che vedo, l’utente medio fa uso di strumenti come DarkCopy oppure Writer (due siti che per l’interfaccia si richiamano, curiosamente, allo stesso modello: i monitor a fosfori verdi e caratteri a spaziatura fissa della mia, ehm, diciamo prima gioventù, alla fine degli anni Ottanta). Che cosa se ne può ricavare? Che, apparentemente, molta attenzione è rivolta alla scelta del singolo strumento di lavoro e poca al contesto in cui lo strumento si inserisce. Si deve usare il programma di scrittura? Bene, si usa quello e non ci si preoccupa di evitare distrazioni, chiudere la posta e così via. Discorso che sarebbe assai interessante approfondire con un esame reale del modo in cui le persone, oggi, a fine 2014, usano davvero gli strumenti informatici in orario di lavoro o di studio.
 

venerdì 21 novembre 2014

Prossimi appuntamenti

 
Un appunto al volo, visto che sono in trasferta... Nelle prossime settimane farò due presentazioni ad altrettanti convegni.
 
Si comincia subito con il IX convegno dell’Associazione per la Storia della lingua italiana (ASLI), dal 20 al 22 novembre a Napoli. Il tema del convegno è “L’italiano della politica e la politica per l’italiano”: io parteciperò oggi, venerdì 21, a una tavola rotonda (14:30-15:30) dedicata alla prima metà del tema, e più specificamente al linguaggio politico dei social network. Il mio intervento dovrebbe essere l’ultimo della serie e sarà dedicato a Il linguaggio della comunicazione politica su Facebook. Luogo, l’Aula Pessina dell’Università di Napoli “Federico II”, in Corso Umberto I, 40.
 
Il 9 e il 10 dicembre si terrà invece a Pisa la prima Conferenza Italiana di Linguistica Computazionale: CLiC-it 2014. Qui, il pomeriggio del 9 ottobre, dalle 16:30 alle 17:30 presenterò un poster dedicato a Il Corpus ICoN: una raccolta di elaborati di italiano L2 prodotti in ambito universitario. Seguirà la sessione poster. Luogo, l’auditorium del CNR.
 

martedì 11 novembre 2014

Barclay, I wonder what it’s like to be dyslexic

 
Barclay, I wonder what it's like to be dyslexic (da Kickstarter)
Giusto un anno fa ho “sostenuto” un progetto su Kickstarter: la realizzazione di un libro di Sam Barclay, I wonder what it’s like to be dyslexic. Il progetto ha avuto successo, il libro è stato stampato e la mia copia mi è arrivata dopo qualche mese. Poi, per le solite ragioni di lavoro, non sono riuscito nemmeno a sfogliarla… finalmente, nelle ultime settimane ho rimediato alla lacuna!
 
Il libro non è un trattato ma un esperimento. L’autore ha preso la traduzione inglese di un breve racconto di Philippe Delerm, Reading on The Beach, e l’ha riproposta in formati diversi, cercando volutamente di peggiorare in altrettanti modi l’esperienza di lettura. L’obiettivo è quello di dare un’idea ai lettori non dislessici dei problemi incontrati dai lettori dislessici. O, per dirla con le parole dell’autore, “This book aims to provide the reader with a beautiful, design led experience of what it feels like to struggle with reading”.
 
In una versione, il testo di Delerm viene quindi presentato in TUTTO MAIUSCOLE, invece che con la normale alternanza di maiuscole e minuscole. In un’altra, viene presentato storpiando l’ordine delle lettere all’interno delle parole (in qesuto mdoo…). In una terza, è bianco su sfondo arancione. Eccetera eccetera. Alcuni riquadri con spiegazioni teoriche e bibliografia forniscono poi un contesto a queste deformazioni – che peraltro, devo dire, a volte sono superate dalla realtà di molte impaginazioni “artistiche” di cataloghi o simili, che esibiscono un notevole talento nel complicare la vita ai lettori e da cui Barclay stesso forse ha tratto ispirazione.
 
L’autore fa giustamente notare che i suoi interventi non producono un vero equivalente delle difficoltà di lettura di un dislessico. Secondo alcune ricerche recenti, oltretutto, sembra che la difficoltà di lettura generata da alcuni dei fattori scelti cali rapidamente quando il lettore non dislessico si abitua alla nuova forma del testo. Per esempio, i testi in tutto maiuscole all’inizio rallentano la lettura, ma dopo qualche giorno passato a leggere in tutto maiuscole i lettori si abituano e riescono a leggere anche questi testi alla velocità con cui leggevano i testi “normali”. Tuttavia, l’obiettivo di Barclay è semplicemente quello di dare un’idea, non di costruire una simulazione perfetta. 
 
L’impaginazione in alcuni casi è interessante e gradevole, in altri è – in parte volutamente, immagino – goffa. Soprattutto, però, da iniziative di questo genere ci sono sempre diverse cose da imparare. La più interessante per me è stata la scoperta di un esperimento tipografico: il carattere You can read me, creato da Phil Baines nel 1995. L’obiettivo di questo carattere era quello di eliminare quanto più possibile gli elementi che danno forma alle singole lettere dell’alfabeto, mantenendo però la  riconoscibilità delle lettere stesse. Ne va di mezzo la velocità di lettura, naturalmente; ma tra tutti gli espedienti usati nel libro per dare un’idea della dislessia, sospetto che il più realistico sia appunto questo.
 
Conclusione pratica: se tornerò a fare corsi di scrittura come quelli che facevo una volta, per le dimostrazioni pratiche sulle basi biologiche della lettura mi porterò senz’altro dietro anche questo libro!
 

giovedì 6 novembre 2014

Sorpresa: in Italia si parla soprattutto italiano!

 
ISTAT
L’ultima indagine ISTAT su lingue e dialetti in Italia (dati 2012) mostra una novità importante, anche se non del tutto inaspettata. Per la prima volta, la maggioranza della popolazione italiana dichiara infatti di parlare “solo o prevalentemente italiano” in famiglia! Per anni questa percentuale era rimasta attorno al 43-44%, e ancora l’ultima indagine ISTAT (2006) mostrava questi valori; il resto della popolazione, cioè la maggioranza assoluta, usava invece “solo o prevalentemente dialetto”, “sia italiano sia dialetto” oppure “altra lingua”. La lingua nazionale ha fatto quindi un balzo di quasi il 10%: la crescita non era inaspettata, appunto, ma le sue dimensioni sono sorprendenti.
 
Sì, ma come mai una popolazione cambia lingua, abbandonando per esempio i dialetti e iniziando a parlare in italiano? Nel mio modello di mondo (e, spero, nella realtà) le lingue sono oggetti più statici di quel che di solito si pensa. Si trasmettono quasi immutate da una generazione all’altra, e si spostano non per misteriose “diffusioni” ma perché si spostano le persone, e le famiglie, che le parlano.
 
Alla base di questa staticità c’è un fatto biologico: per una persona, il modo migliore per imparare una lingua è impararla prima dell’ingresso nell’età adulta. Oltre questa constatazione di massima è difficile andare – visto che con gli esseri umani, per fortuna, non si possono fare esperimenti! Sembra per esempio che per alcuni aspetti della fonologia esista una vera e propria età critica, mentre gli altri piani della lingua possono essere dominati a livello madrelingua anche molto più avanti… però questo è un discorso molto complesso. Dal punto di vista pratico, per la diffusione di una lingua conta innanzitutto la lingua che le giovani generazioni parlano e sentono parlare nell’uso quotidiano. Questo, nella maggior parte dei casi, significa parlare la lingua usata dai genitori e da altri bambini di un gruppo omogeneo. Di qui la staticità.
 
Nelle società sviluppate, però, i bambini sono sottoposti oggi anche ad altri stimoli consistenti. Da un lato vanno di regola a scuola (entro i sette anni, al più tardi; ma spesso iniziando fin dai primi mesi di vita) e passano a scuola una buona parte del giorno. Inoltre sono continuamente esposti a mezzi di comunicazione parlati, a cominciare dalla televisione. Scuola e televisione, con poche eccezioni, comunicano attraverso una lingua nazionale, più o meno dominata.
 
Il combinato disposto di questi fattori fa sì che le lingue degli emigranti si perdano rapidamente nelle generazioni successive. Società extrafamiliare e mezzi di comunicazione agiscono già sui bambini. Conseguentemente, di solito, la seconda generazione è capace di intendere la lingua di partenza dei genitori ma non di parlarla con sicurezza; per la terza generazione, la stessa lingua è ormai lingua straniera. Questo è tra l’altro ciò che è successo regolarmente per le comunità italiane all’estero, con eccezioni nel caso di comunità di particolare compattezza, com’è accaduto al dialetto veneto conservato per più di un secolo a Chipilo in Messico.
 
Gli stessi fattori sono all’opera anche nella stessa Italia, a favore della lingua nazionale e a danno dei dialetti (e, ovviamente, delle lingue degli immigranti). Questo spiega buona parte della diffusione dell’italiano negli ultimi tre secoli, dal XIX al XXI. In alcune regioni (quelle del nordest e dell’estremo sud) molte comunità sono saldamente attaccate al dialetto; in altre, lo spazio del dialetto viene gradualmente eroso dalla lingua “esterna”. Negli ultimi vent’anni le percentuali complessive non erano cambiate molto. Adesso però l’indagine ISTAT mostra non solo un aumento generalizzato, ma anche un calo nelle differenze territoriali e in quelle sociali. Insomma, non solo è stata superata una soglia simbolica, ma alcuni movimenti sembrano testimoniare spinte nuove. Vedremo se le prossime indagini confermeranno!
 

venerdì 31 ottobre 2014

Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo

 
Storia linguistica dell'emigrazione italiana nel mondo
Lo studio degli aspetti linguistici dell’emigrazione italiana nel mondo ha da qualche anno un importante punto di riferimento bibliografico: la Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo a cura di Massimo Vedovelli (Roma, Carocci, 2011, ISBN 978-88-430-6028-3, pp. 567, € 45).
 
Per la sostanza, va detto poi che alcuni degli esiti dell’emigrazione italiana rappresentano una specie di costante universale, altri variano a seconda dei contesti. Coerentemente, anche la SLEIM è divisa in due parti. La prima è un “Quadro concettuale di riferimento” (pp. 35-192); la seconda, assai più corposa, è dedicata a “Le vicende linguistiche nelle aree geografiche” (pp. 193-532).
 
Partiamo dagli elementi generali. La prima sezione include tre capitoli che illustrano altrettante “ipotesi” (ma lo stato delle conoscenze, oggi, direi che permette di parlare già di “constatazioni”):  
  • ipotesi del parallelismo: “le dinamiche linguistiche che hanno coinvolto da un lato gli immigrati italiani nel mondo e dall’altro la società italiana d’origine si sono svolte secondo vie parallele e hanno mostrato, nonostante le distanze e le separazioni, esiti simili o assimilabili” (p. 38)
  • ipotesi della discontinuità: sottolinea lo scarto tra la prima grande ondata di emigrazione (fino al 1914) e la seconda, dopo la Seconda guerra mondiale (p. 81) – più alfabetizzata, meno dialettofona, e diretta in Europa
  • ipotesi dello slittamento: con il tempo, l’italiano “slitta fuori” dallo spazio linguistico delle generazioni più giovani; per queste ultime l’italiano diventa insomma una L2, cioè “una vera e propria lingua straniera” (p. 99)
 
Tra queste la meno intuitiva è in fin dei conti la prima (che anche nella SLEIM riprende in sostanza l’impostazione data mezzo secolo fa da Tullio De Mauro). Anche all’altro capo del mondo, l’emigrazione degli italiani non ha infatti portato a nuove lingue o a nuove varietà di lingua. Le lingue, fossero dialetti o italiano standard, sono rimaste in grande misura sincronizzate con quelle della madrepatria. Formazioni autonome e quasi-pidgin come il cocoliche argentino (p. 315 e p. 324), il broccolino statunitense (cap. 13.1.11, pp. 410-413) e l’australoitaliano (cap. 14.1.10, pp. 465-467) hanno avuto vita breve e si sono esauriti con la prima generazione di parlanti.
 
Il che, ovviamente, non era scontato! Dal punto di vista linguistico, avrebbe potuto benissimo affermarsi qualche pidgin, pronto per esempio a trasformarsi in lingua creola, o almeno in qualcosa di simile all’afrikaans. Questo però non è successo, anche se in alcuni casi ci si trova quasi sul confine, come accade per il “taliàn” brasiliano (cui è dedicato il capitolo 11, di Alberto Secci, purtroppo non molto informativo; una descrizione più solida del punto di vista scientifico si trova al cap. 10.5.11, pp. 340-341): un dialetto veneto di koinè ancora oggi parlato da comunità molto ampie nello stato di Rio Grande do Sul. Anzi, se qualcuno vuole sentire una web radio in taliàn
 
Girando per il mondo, comunque, quelli che si trovano oggi sono soprattutto “oggetti” linguistici familiari immersi in un contesto esotico. Dalla conservazione del dialetto veneto ottocentesco di Segusino nella comunità messicana di Chipilo (cap. 12.1.4, pp. 372-375) alla scelta di molti soldati italiani prigionieri in Sudafrica di fermarsi sul posto anche al termine della Seconda guerra mondiale, vista come base per la numerosa colonia italiana presente nel paese (p. 481), i contesti sono a volte sorprendenti e comunque impossibili da riassumere in poche pagine. C’era bisogno di uno strumento che li descrivesse con un’ampiezza maggiore di quella delle poche sintesi già esistenti, e la SLEIM è venuta a ricoprire appunto questo ruolo.
 

giovedì 23 ottobre 2014

L'accostamento a Salé

 
L'accostamento a Salé
Tra Rabat e Salé c’è l’estuario del Bouregreg. Per attraversarlo, il modo più pratico è salire in tram. Il modo più pittoresco è prendere la piccola barca a remi che fa da traghetto all’inizio della medina di Rabat. Ci vanno due o tre persone per volta, e i passeggeri che vedo montare sono quasi tutti marocchini. Qualche turista, anche. Tra cui il sottoscritto. Ma in sostanza è gente del posto, che per la traversata paga un dirham (meno di € 0,10). Non è molto per lo sforzo del barcaiolo, che al momento del mio passaggio doveva anche combattere contro una forte corrente di marea verso l’interno.
 
Il percorso è una buona introduzione alla differenza delle due città. Dalla Ville Nouvelle di Rabat io ci sono arrivato scendendo accanto ai monumenti più illustri del luogo, cioè il marmoreo e moderno mausoleo di Mohammed V e l’incompiuta Torre di Hassan, con i resti dell’altrettanto incompiuta moschea che, nel XII secolo, avrebbe dovuto diventare il più grande luogo di culto islamico del mondo. Il lungofiume è una ben arredata distesa di cemento, con bar attivi “depuis 1998”. Sull’altra sponda c’è invece una spiaggia desolata, affollata di gabbiani. Fino a pochi anni fa era evidentemente più estesa; oggi invece è occupata da una siepe di condomini di lusso vista fiume. In buona parte incompiuti, in evidente attesa di tempi migliori dal punto di vista economico, nascondono allo sguardo le mura della vecchia medina di Salé e mi sembrano pericolosamente bassi sull’acqua. Se la città vecchia è stata costruita più in alto, un motivo forse ci sarà stato?
 
A parte questo, Salé si presenta più che altro come studio di contrasto rispetto all’ordinata Rabat. Le loro storie, a quel che leggo, sono state parallele per molti secoli, e hanno conosciuto l’ultimo momento di gloria comune nel Seicento, come “repubblica pirata del Bouregreg”. Poi Rabat è diventata la capitale del Marocco e i destini dei due insediamenti si sono nettamente separati.
 
Per le strade di Salé

Oggi la medina di Salé è decisamente più malconcia di quella della capitale e i suoi suk sono affollatissimi. Le mura sono pittoresche, e non ci vuole molta fantasia per vederne l’utilità per i pirati del Marocco! A parte quello non ci sono monumenti di particolare spicco, ma in un angolo della medina si trova una bella madrasa aperta ai visitatori. Rispetto agli standard marocchini la città è messa bene dal punto di vista economico, ma sembra già diversi scalini più in basso rispetto alla capitale. Per me è stata una meta interessante per una mezza mattinata… e poi è arrivato il momento di prendere il tram e andare all’Università Mohammed V, anche qui per un incontro con gli studenti di italiano.
 
Il tram merita una menzione a parte. Inaugurato nel 2011, scintillante e affollatissimo, scavalca di slancio il Bouregreg e passa come un’astronave accanto alle mura medievali di Salé e Rabat. Sulla linea 1 è strapieno di studenti universitari: non mi sento proprio a casa, ma quasi.
 
L’università Mohammed V invece è una serie di cancellate inaccessibili, con posti d’accesso ben sorvegliati per gli alloggi studenti. Provo a entrare in uno per chiedere informazioni, ma ben pochi tra i custodi e gli studenti parlano francese. Alla ricerca di un interprete, alla fine vengo spinto verso una cancellata che protegge gli uffici amministrativi: gruppi di studenti maschi (perché, come scoprirò, sono finito in un alloggio per maschi) si aggrappano alle sbarre e sventolano foglietti. Gli impiegati aprono un cancello di scatto, mi trascinano letteralmente dentro e richiudono tutto a chiave tra grandi urla, come se avessero a che fare con una gabbia di tigri. Mi spiegheranno poi che è una questione di assegnazione di alloggi.
 
In compenso, la Facoltà di Lettere, dove arrivo poco più tardi, è calma e tranquilla. Grazie alle gentilezza della lettrice di italiano, Jacqueline Spaccini, mi inserisco in una lezione rivolta agli studenti del terzo anno. Non sono tanti: sono sei in tutto, e stavolta prevalgono i maschi. Il livello di italiano è alto. Gli studenti parlano di Pindemonte, di Foscolo, della Restaurazione…
 
Aula 31

Ritrovo lo schema che ho già visto. Due tra i presenti sono tornati di recente dall’Italia, e una di loro è anche nata lì. Gli altri invece hanno studiato italiano nelle scuole marocchine. E qui metto a fuoco un punto importante, e cioè che nelle scuole marocchine con sezioni di italiano spesso (o sempre?) la scelta della lingua è forzata. Va nella sezione di italiano chi è obbligato ad andarci. Poi però, in alcuni casi, evidentemente c’è interesse anche per proseguire gli studi di italiano all’Università!
 
A fine pomeriggio rientro all’Istituto Italiano di Cultura e ascolto un’interessantissima presentazione (in francese) di Walter Barberis sulla digitalizzazione del mercato del libro in Italia e sul ruolo di Einaudi in questo contesto. Intervengono numerosi scrittori ed editori marocchini, e la discussione va avanti a lungo. Sono presenti anche tantissimi studenti della Scuola “Mattei” di Casablanca, che a quel che sento parlano tutti benissimo l’italiano. Il mio soggiorno, intanto, si sta avviando alla conclusione.
 

mercoledì 22 ottobre 2014

I blog di Rabat


 
Professionalità a 1000
Ieri pomeriggio ho fatto la mia presentazione all’Istituto Italiano di Cultura di Rabat. Ho fatto una breve storia dei blog italiani, e ho raccontato anche il modo in cui nel giro di pochi anni, soppiantati da Facebook, sono scomparsi i “blog diario” realizzati da adolescenti e pieni di k e abbreviazioni.
 
D’altra parte, i “blog diario” in sé non sono scomparsi, come ho notato anche qualche mese fa. Quelli che ci sono, però, sono di taglio decisamente diverso: letterario. Anche quando descrivono fatti minori della vita di tutti i giorni. La qualità di scrittura media è molto alta e, cosa decisamente interessante in una prospettiva più ampia, tutti gli esempi che conosco sono scritti da donne. Durante la presentazione ne ho citati alcuni attivi nell’ultimo anno:
 
 
Spero che i partecipanti abbiano apprezzato! Il pubblico era composto soprattutto di studenti di italiano di livello A2, ed è stato difficile per me valutare la comprensione del parlato – anche se le diapositive presentavano alcune frasi chiave del testo. Non so quanti di loro diventeranno lettori di blog italiani, ma io sono ottimista!
 
In precedenza, durante la mattina, ero invece riuscito a fare un lungo giro a piedi per Rabat. Anzi, ho attraversato tutta la città vera e propria, andata e ritorno! Partenza dalle rovine della colonia romana di Sala (e necropoli di Chellah), piazzata subito fuori dalle mura, con le sue iscrizioni latine in bella mostra nel foro. E un giardino niente male, pieno di gatti e uccelli che cantano nel caldo estivo delle rive del Bou Regreg. Anzi, qualcuno riesce a identificare gli uccellini che cantano qui?


video

Uscito dalla necropoli, sono rientrato in città attraverso la porta Bab Zaer e ho costeggiato le lunghissime mura esterne del palazzo reale. Poi ho attraversato la Ville Nouvelle, seguendo l’Avenue Mohammed V: altro percorso molto lungo, e in buona parte sotto portici, che passa davanti alla stazione ferroviaria e termina al confine della vecchia medina.

Porta Bab Chellah nella medina di Rabat



La medina stessa è separata dalla città da un imponente viale e dal Vallo Andaluso, che, isolato e ben tinteggiato, fa la sua bella figura. All’interno sono riuscito a passare solo dalla zona più turistica, lungo la Rue des Consuls. Ma ne valeva la pena, per arrivare fino alla kasbah degli Oudaya. In cima, la vecchia piattaforma del semaforo offre una splendida vista sull’Atlantico e sull’estuario del Bou Regreg. Provo a presentarla qui sotto forma di panorama realizzato con iPhone:

L'estuario del Bou Regreg

Sulla spiaggia di sotto, la meglio gioventù di Rabat si esercita con i surf (onde oceaniche, anche all’interno del frangiflutti…) Dall’altro lato del fiume si staglia invece la città gemella di Salé. Con un po’ di fortuna, riuscirò ad andarci oggi.

 

martedì 21 ottobre 2014

Casablanca e l’italiano di ritorno



Vicino alla moschea Hassan II
“Casablanca è un posto dove si va soprattutto per lavorare e fare soldi”. Uno dei motivi, senz’altro, è anche l’assenza di grandi attrattive turistiche. Casablanca non è una delle quasi millenarie città imperiali del Marocco: è un insediamento recente e relativamente anonimo. In compenso, però, ha l’Oceano Atlantico, grigio e minaccioso.
 
Domenica sera, al momento del mio arrivo, il professor Nassih Redouan mi ha gentilmente portato a fare un giro per Casablanca. Cominciando appunto dall’oceano, e da uno dei monumenti più discussi del paese: la moschea Hassan II, da poco realizzata in stile tradizionale ai confini del porto. Enorme e costosissima, la moschea si allunga sulle onde dell’Atlantico all’interno di un labirinto di scogli rasati a pelo d’acqua. Non ci vuole un occhio allenato per accorgersi che non siamo più sulle rive del Mediterraneo. Vicino all’ingresso della moschea, qualche ragazzino si tuffa da dieci metri nell’acqua sudicia dei fossi in cui l’oceano esaurisce la propria spinta. “Da qualche anno, gli studenti di italiano sono meno numerosi”, mi spiega intanto il professor Redouan. “Con la crisi economica dell’Italia la gente è meno interessata a imparare l’italiano”. Comprensibile.
 
Poco oltre la moschea comincia la Corniche: una lunga passeggiata, prudentemente collocata almeno cinque o sei metri al di sopra delle spiagge. Le onde di sicuro non scherzano, e a quel che ho capito le piscine, i ristoranti e i locali che si trovano “al piano di sotto” vengono spesso invasi dal mare. Ma non questa domenica sera, che è affollata da famiglie marocchine dall’aspetto molto globalizzato e bambini con occhiali e palloncini che mangiano il gelato. Il Marocco resta un paese tremendamente povero, ma da questa vetrina non si direbbe proprio. La Corniche va infatti avanti per chilometri, e si conclude con quello che è forse il più grande centro commerciale dell’Africa, il Morocco Mall, completo di cinema Imax. Accanto le scorre un viale intasato di macchine, con una gamma che va dai catorci improbabili alle Mercedes di lusso.
 
Lungo la Corniche

E questo è nulla rispetto a quel che succede il sabato sera, mi spiega il professor Redouan. Che a Perugia e Bologna ha studiato le Operette morali di Leopardi e i lavori di Michele Amari, e adesso è il capo del piccolo Dipartimento di italiano dell’Università Hassan II. Solo tre docenti, ma un discreto numero di studenti: molti di loro li incontrerò il lunedì mattina. Intanto, dopo il bagno di traffico, ci spostiamo di qualche chilometro. Il professore mi offre infatti un tè alla menta in una più tranquilla piazza all’ingresso del quartiere degli Habous.
 
Il quartiere stesso è una specie di medina occidentalizzata e addolcita, costruita dai francesi negli anni Trenta. I tavoli dei bar sono affollati di uomini che bevono tè e caffè. Ogni tanto passano ragazzini sugli skateboard. Un altro mondo? In un certo senso. Ma che cosa può interessare, dell’Italia e dell’italiano, a chi vive in Marocco? Adesso che appunto l’economia italiana è in crisi e si sono ridotti anche i finanziamenti italiani per la diffusione della lingua all’estero.
 
Ne discutiamo a lungo, ma qualche risposta in più l’avrò la mattina dopo all’interno dell’Università. Sotto il sole rovente, il campus è pieno di verde e di studenti. Nella sala professori della Faculté de Lettres et de Sciences Humaines mi accoglie anche il professor Abdelkader Mouloud; e arriva altro tè alla menta. Ci si potrebbe abituare…
 
Gli studenti che partecipano alla mia presentazione, alla fine, sono una ventina e provengono dal quinto e dal terzo semestre. Le loro competenze linguistiche si rivelano subito molto alte, e del resto nessuno di loro ha davvero iniziato lo studio dell’italiano all’Università. Molti hanno iniziato durante le scuole superiori; già, perché ho scoperto qui che a Casablanca, oltre alla ben nota scuola italiana “Enrico Mattei”, ci sono cinque scuole marocchine con sezioni in cui si insegna l’italiano. Il livello di insegnamento, mi dicono, non è altissimo – ma gli studenti che vengono di lì sono evidentemente bravi.
 
E poi, ed è la sorpresa maggiore, buona parte degli altri studenti sono marocchini che vengono dall’Italia. Sapevo che nelle aree da cui è partita l’emigrazione per l’Italia c’è stato anche un forte ritorno, anzi, ero molto curioso di vedere le conseguenze linguistiche di questo rientro. E sapevo già che tantissimi ragazzi che hanno iniziato gli studi in Italia sono conseguentemente rientrati in Marocco. Però non mi aspettavo che molti dei componenti di questa generazione decidessero di dedicarsi allo studio dell’italiano all’Università.
 
OK, che gli emigranti ritornino in grande maggioranza nel luogo da cui sono partiti è, come sto dicendo da anni in varie occasioni, cosa normale; è ciò che, al di là dei terrori degli italiani, è successo di regola in tutte le situazioni moderne. Ma quello che si sta producendo adesso in Marocco è un controesodo che sembra non desiderato dai diretti interessati. Si tratta di un puro prodotto della crisi italiana, a quel che mi dicono, ed è un pessimo segno per il paese.
 
Dal punto di vista linguistico, però, le conseguenze sono sorprendenti. Per la prima volta mi capita di sentire in un’aula universitaria studenti “stranieri” che però parlano un buon italiano, e spesso con tracce evidenti di inflessioni regionali: veneto, milanese e, credo, napoletano. Spiazzante. Nella storia linguistica italiana non si era mai visto nulla di simile. O perlomeno, non su questa scala.
 
Durante l'incontro all'Università Hassan II


Oltre ad avere questo alto livello di conoscenza, poi, gli studenti sono anche attivi! Fanno domande, intervengono, discutono. Due ore volano via in questo modo: a parlare dei destini delle lingue, dei prossimi sviluppi dell’italiano nel mondo della comunicazione elettronica, e così via. Oppure di cose più pratiche, a cominciare dalla domanda di base. E cioè, che tipo di lavoro può trovare chi si laurea oggi in Marocco in lingua italiana. Io, ahimè, non sono in grado di dare risposte definitive, e posso solo sperare che nei prossimi anni la scelta si confermi ragionevole. Tanto più che, se ho ben capito, per l’insegnamento alla Hassan II l’Italia non fornisce contributi di alcun genere, libri inclusi.
 
Finisce la mattinata. Il professor Redouan, sempre gentilissimo, mi porta di corsa alla futuristica stazione ferroviaria di Casablanca Port. Saluto, mi compro il biglietto e salgo sul treno delle 15:20 per Rabat. È un viaggio di un’ora, e si svolge su un anonimo e moderno treno pendolari a due piani, per lo più in mezzo tra case anonime e una campagna arida altrettanto anonima. All’orizzonte, però, ogni tanto si affaccia l’Atlantico. Che è sempre lì: non va da nessuna parte, per il momento.
 

lunedì 20 ottobre 2014

Trasferta in Marocco

 
In volo sull'Africa con Alitalia
Anche quest’anno è iniziata la benemerita Settimana della lingua italiana nel mondo. Il Consorzio ICoN sarà presente in forze, domani e dopodomani, agli Stati generali della lingua italiana nel mondo a Firenze. Io invece sono stato gentilmente invitato in Marocco dalla Direttrice dell’Istituto italiano di cultura di Rabat, Gabriella Fortunato. Domani alle 18:30 (ora locale) parlerò appunto all’Istituto su un tema a me molto caro – L’italiano del web: i blog.
 
Per raggiungere Rabat, però, venendo in aereo dall’Italia spesso si scende a Casablanca. È quello che ho fatto io, con un volo che ha attraversato non solo il Mediterraneo ma anche un bel tratto di spettacolari deserti del Nordafrica, tra il bianco e il marrone bruciato. Approfitterò della sosta per fare stamattina una breve presentazione agli studenti di italiano dell’Università Hassan II. Poi, sul treno per Rabat... domattina, spero, racconterò come sono andate le cose!
 

lunedì 13 ottobre 2014

Parlare italiano tra Siria e Turchia


Sebastiani, Prima speditione
I giornali italiani hanno dato spazio nel fine settimana a una testimonianza tragica ma con uno strano risvolto linguistico. All’interno di un video che mostra la combattente curda Arin Mirkan, che ha compiuto un attacco suicida contro le forze dell’ISIS a Kobanê, si sente anche un brevissimo scambio di sottofondo in italiano. Anche al mio orecchio, in effetti, sembra proprio che nel video una voce dica in modo chiaro “Eh, che ti devo dire?” in italiano, e che un’altra voce inizi a rispondere con un “Sì”.

Il coinvolgimento di italiani nel conflitto in corso in Siria e in Iraq è stato molto discusso, soprattutto per la presenza di volontari italiani nell’ISIS. Che uno scontro così tragico e distante possa coinvolgere anche italiani, apparentemente, colpisce l’opinione pubblica nazionale. Tuttavia, questa non è certo la prima occasione in cui in quei territori passano italiani che parlano, o addirittura insegnano, italiano.
 
Per caso, all’interno del mio corso di Linguistica italiana II ho mostrato giusto la settimana scorsa una testimonianza (finora, mi sembra, non notata) di uso dell’italiano in quella zona, nel Seicento. Non si tratta di un manoscritto, ma di un libro a stampa, pubblicato da Mancini a Roma nel 1666, in cui il carmelitano scalzo Giuseppe Sebastiani di Caprarola raccontò la prima delle sue due missioni in India. In quest’epoca di continui progressi, il libro di Sebastiani è oggi consultabile e scaricabile come PDF sul sito della Biblioteca Statale della Baviera e in parallelo, sia pure con una risoluzione un po’ peggiore, su Google Books. Accessibilissimo, quindi.
 
Va detto che dal Cinquecento in poi la via più comoda per andare in India era di gran lunga quella marittima, che per le navi a vela richiedeva la partenza in primavera dall’Europa e permetteva l’arrivo a destinazione in settembre, dopo aver sfiorato il Brasile e circumnavigato l’Africa. Sebastiani invece, assieme ad altri tre confratelli, prese la via di terra, più faticosa, che gli portò via più di un anno. Arrivato a San Giovanni d’Acri in Palestina il gruppo di carmelitani prese infatti la normale strada delle carovane per Baghdad, che invece di tagliare in linea retta attraverso il deserto della Siria seguiva (comprensibilmente) un ampio arco a nord, lungo l’attuale confine turco-siriano, fino ad arrivare a Mossul e al Tigri. L’episodio che mi interessa compare nel punto in cui Sebastiani parla della sosta della sua carovana a “Cocessar”, cioè l’attuale città turca di Kızıltepe, poco distante da Mardin. Sebastiani non passò direttamente da Kobanê, che ai suoi tempi non esisteva e che si trova 200 km più a est di Kızıltepe; però passò pochi chilometri più a nord, dall’attuale Birecik (Elbir) e da quelle che ora sono le rovine del caravanserraglio di Çarmelik (Ciarmelik) a Büyükhan, diretto a Şanlıurfa (Orfa). Durante il viaggio trovò modo di lamentarsi degli attacchi sia dei beduini sia dei curdi, oltre che della generale corruzione del regime ottomano.
 
Il punto che più importa della sua testimonianza, per quanto riguarda la storia dell’italiano, è costituito comunque da queste frasi (p. 47; modernizzo leggermente l’ortografia):
 
…già tenevo concertato con un armeno d’andar per acqua [cioè, lungo il Tigri]. Si chiamava l’armeno Arachel, era di Ciolfanuova, giovine d’età, e mercante ricco, quale volendo passare ad Agra nell’Indie con un altro armeno d’Aleppo, detto Amurat, s’accompagnò con noi per camino, e spesse volte il giorno veniva dal suo al nostro padiglione per imparare a parlare, e leggere italiano, il che faceva con molto frutto, e si mostrava gratissimo, avendo sempre singolarissimo pensiero di noi.
 
Il testo in sé non richiede molte spiegazioni al lettore italiano moderno, a parte, direi, “Ciolfanuova” o “Nuova Julfa”, il quartiere di Isfahan in cui lo Scià di Persia aveva da pochi anni fatto trasferire gli armeni della città di Julfa. Della presenza armena ad Agra in India, capitale dell’Impero Mogol, ho poi già scritto qualche anno fa, raccontando della mia visita al cimitero cattolico della città, che ospita anche diversi italiani di una certa fama. Una volta detto che il “padiglione” è la “tenda”, il resto dovrebbe essere ben comprensibile.

Quel che richiede forse qualche spiegazione in più è il contesto. Nel 1656, da Amsterdam fino all’Oceano Indiano passando per Venezia, la rete commerciale armena che aveva il suo centro a “Ciolfanuova” svolgeva infatti un ruolo fondamentale di intermediazione. In contemporanea, come spero di illustrare meglio prossimamente, l’italiano aveva una funzione importante di lingua franca del commercio nel Medio Oriente e nei territori ottomani. Non stupisce quindi che i mercanti armeni fossero pronti a imparare l’italiano, avendone l’occasione. Quel che stupisce è semmai che volessero farlo pur essendo diretti ad Agra. Se, appunto, il ruolo dell’italiano come lingua franca del commercio nell’impero ottomano è abbastanza noto, dalle mie letture recenti, un po’ a sorpresa, sta invece venendo fuori che questo ruolo si estendeva più a est di quanto oggi si crede, e lasciava tracce anche in Persia e in India.
 
Avrò modo di entrare nei dettagli più avanti. Per il momento, mi sembra sufficiente ricordare che da secoli viviamo in un mondo piuttosto piccolo, e che la distanza da Kobanê all’Italia, in una direzione o nell’altra, è minore di quanto gli italiani stessi a volte sembrano credere.
 

giovedì 9 ottobre 2014

Due presentazioni

 
Comunicazione di servizio... Questa settimana, all’interno dell’Internet Festival di Pisa, presenterò due libri un po’ al di fuori dei miei percorsi normali, e anche da quelli normali per il Festival.
 
Oggi (giovedì 9 ottobre) tocca al romanzo Fantasmi del passato. Un’indagine del commissario Bordelli di Marco Vichi, con la partecipazione di Leonardo Gori (Guanda).
 
Sabato 11 ottobre sarà invece il turno di Esseri umani 2.0. Transumanismo, il pensiero dopo l’uomo di Roberto Manzocco (Springer).
 
Entrambe le presentazioni si terranno presso la Libreria Feltrinelli di Pisa, in Corso Italia, alle 18:30. E, naturalmente, saranno presenti gli autori!
 

martedì 7 ottobre 2014

Tavosanis, Transmongolica


Tavosanis, Transmongolica
Giusto due anni fa sono partito per un lungo viaggio in treno… Pisa – Hong Kong, sola andata (poi sono rientrato, d’accordo, ma il viaggio di ritorno l’ho fatto, più banalmente, in aereo!). Il pezzo più lungo è strato quello sul tracciato della Transiberiana, deviando sulla Transmongolica dopo Ulan-Ude. Soste a Mosca, Ulaanbaatar e Pechino; traversata del deserto del Gobi mentre nella carrozza ristorante del treno mongolo impazzavano le canzoni di Al Bano. Eccetera.
 
Nei mesi successivi, poi, partendo da Hong Kong ho fatto anche un lungo giro per la Cina. Sempre in treno, naturalmente. Con soste a Guangzhou (cioè Canton), Pechino, Xi’an e Shanghai. Entrambe le esperienze mi hanno insegnato molto e al tempo stesso sono state una grande fonte di soddisfazioni.
 
Su questo blog ho raccontato in tempo quasi reale diversi pezzi del viaggio, a partire dalla mia visita al Museo dei Cosmonauti di Mosca. Durante le ultime vacanze di fine anno, però, ho rimesso insieme i vari appunti, li ho integrati parecchio e li ho messi in forma di libro… un po’ anche per tenermi in esercizio con le tecniche mostrate qualche anno fa nel manuale Editoria digitale. Ho quindi impaginato il testo su carta e mi sono stampato qualche copia da regalare ad amici e parenti. Esercizio costosetto, visto che assieme al testo ho inserito un discreto numero di foto e ho stampato tutto a colori! Ma ne ho approfittato anche per preparare, ovviamente, un e-book e metterlo in vendita su Amazon.
 
A questo punto, però, sommerso dal lavoro, della versione su Amazon mi sono semplicemente dimenticato. La sua esistenza mi è ritornata in mente qualche giorno fa, quando mi sono arrivati da Amazon due assegni con i pagamenti dei diritti maturati nel frattempo –così ho scoperto che in totale il libro, in aprile, ha venduto ben quattro copie. Non me lo sarei aspettato, in assenza totale di promozione… ma ora, gli € 8 e spiccioli guadagnati in questo modo mi fanno balenare davanti un futuro di scrittore di successo, tra gloria e ricchezze.
 
Beh, forse.
 
Comunque, ho approfittato dell’ondata emotiva per risistemare il testo, fare qualche miglioramento e aggiungere e ottimizzare foto. Queste ultime, ovviamente, non rendono molto su Kindle. Ma perlomeno sono leggibili, anche se per vederle a colori occorre usare un tablet o il lettore cloud di Amazon. Sono, temo, i limiti di una tecnologia agli esordi.
 
La nuova versione del libro è da oggi in vendita su Amazon al prezzo di € 3,77 (ASIN: B00IGCUBRG). Prometto che, quando raggiungerà le diecimila copie vendute, pubblicherò la notizia anche qui sopra. Però sospetto che ci vorrà, come dire, un po’ di tempo per arrivare al traguardo. Nell’attesa, potrei quindi dedicarmi a raccontare i miei viaggi in treno a Giava o in India. Una promessa oppure una minaccia?
 

martedì 30 settembre 2014

Lost Zombies, Dead inside: do not enter

 
Lost Zombies, Dead inside: do not enter
Nel fine settimana ho sfogliato la versione elettronica di un libro insolito: Dead inside: do not enter (2011). Insolito non per l’argomento (che anzi è un luogo comune: l’apocalisse zombie) ma per il modo in cui lo racconta. Il libro infatti è composto quasi per intero da riproduzioni fotografiche di avvisi, appunti e lettere che, nella finzione, sono stati realizzati mentre un’epidemia di zombie travolgeva gli Stati Uniti. Gli autori facevano parte della rete sociale “Lost Zombies”, attiva con un proprio sito web dal 1 maggio 2008 al 22 marzo 2014 e nata con lo scopo di realizzare un finto documentario sulla catastrofe. A quel che ne so, il documentario poi non è mai uscito e il libro Dead inside è il prodotto più avanzato di questo progetto collettivo.
 
A livello generale, il tema è di grande successo ma non mi coinvolge troppo. Nella cultura americana, evidentemente, l’idea dei “morti viventi” tocca corde profonde. A me invece gli zombie classici sono sempre sembrati ben poco spaventosi, e la mia sospensione dell’incredulità non arriva al punto da vedere come una minaccia quelli che in fin dei conti spesso vengono presentati come esseri umani lenti e instupiditi, ancorché pronti a mordere. Né mi colpisce più di tanto il fatto che questi zombie spesso si ritrovino a cercare di ripetere ciò che facevano in vita, aggirandosi per esempio negli uffici o nei centri commerciali. Idea lanciata, credo, nei film di Romero, dotata di indubbie possibilità letterarie e ben sfruttata nel miglior romanzo che mi sia capitato di leggere su questo argomento, Zona uno di Colson Withehead. Però idea che, tutto sommato, si esaurisce in fretta.
 
Mi sento leggermente meno scettico davanti alle opere che razionalizzano l’effetto degli zombie come effetto di un’epidemia e che mostrano gli zombie stessi come versioni scattanti e minacciose degli esseri umani. È il caso, al cinema, di 28 giorni dopo e World war Z. Ed è un po’ il caso anche di questo libro, che per non sbagliare inserisce nel suo scenario questi zombie più vivaci (“runners”) accanto a quelli classici. Ma informazioni di contesto di questo genere sono molto poche, nel libro, e provengono da una prefazione. Il grosso dello spazio è invece occupato da fotografie che riproducono una raccolta di “documenti autentici” che, nella finzione, vengono ritrovati nello zainetto di una bambina che viene morsa dagli zombie e prontamente uccisa dall’autore della nota introduttiva.
 
I documenti sono interessanti per me perché, anche se finti, coprono in modo sorprendentemente verosimile il modo in cui oggi gli esseri umani usano la scrittura in una società moderna. O perlomeno, sul modo in cui la userebbero se, interrotta la corrente elettrica, i telefoni smettessero di funzionare e le stampanti di stampare (con qualche eccezione). Ci sono quindi bigliettini d’auguri riutilizzati, volantini stampati al computer e commentati con note a penna, lettere private, cartelli d’avviso, il calcio di un fucile occupato per intero da una lunga serie di tacche che si conclude con la parola “me”… Insomma, i modi molto variati in cui nella realtà si scrive e si usano le lettere per lasciare segni sul mondo. Incluso questo impiego creativo, anche se sfortunato, dei fogli con estremità trasformate in bigliettini:
 
Take a tab
 
Oppure questo esempio di come, sulla carta, sia quasi istintivo accoppiare parole e disegni per mostrare cose che sarebbero difficili da descrivere usando solo uno dei due sistemi:
 
Mappa di un morso
 
In quanto alla tipologia: il libro contiene 130 esempi di scrittura a mano in stampatello (maiuscolo o minuscolo) e solo 18 esempi di scrittura a mano in corsivo. Il corsivo viene però usato per diversi testi lunghi, alcuni dei quali evidentemente attribuiti a bambini, ed è di solito molto leggibile. Insomma, anche nella cultura americana il corsivo non è ancora uno zombie – anche se, realisticamente, in molti testi esposti al pubblico viene sostituito dal più standardizzato stampatello minuscolo – che in Italia è ancora oggi raro vedere in un cartello scritto a mano.
 
Certo, dal punto di vista narrativo i limiti di questa presentazione sono abbastanza evidenti. Buona parte dei “documenti” è ripetitiva e consiste di biglietti scritti da bambini spaventati o confessioni piene di atrocità. I singoli frammenti non mandano avanti una narrazione coerente e si limitano a mostrare sfaccettature di una catastrofe immaginaria che è già stata descritta in molte varianti in una moltitudine di film e romanzi. Parecchi testi, poi, sono proprio brutti – e in alcuni casi, pure ben poco leggibili come calligrafia. Tuttavia, è difficile per me non provare un po’ di fascino per questa idea, molto in linea con quanto mostrato dagli studi di antropologia della scrittura.
 
Il libro viene presentato come il frutto del lavoro collettivo dei membri di “Lost Zombies”. Del resto, la riproduzione di un numero così alto di mani diverse sicuramente sarebbe una sfida tecnica anche per un calligrafo molto smaliziato! Sui motivi per lanciare il prodotto oggi non riesco più a trovare informazioni in rete, ma sospetto che abbia contribuito molto una spinta ben poco concepibile in Italia: l’amore, più che per la fantascienza catastrofica, per gli aspetti formali della scrittura e per le sue varietà. Compresi questi giudizi sprezzanti ed estremi sul Comic Sans:
 
Comic Sans
 
Linguisti e addetti ai lavori, mi sembra, sottovalutano molto il radicamento della scrittura nelle società moderne e la varietà delle forme in cui la scrittura stessa si presenta. Un libro come questo, invece, parte evidentemente da una percezione chiara sia del radicamento sia della varietà. In questo senso, un po’ a sorpresa, pur essendo finzione è il prodotto più realistico che mi sia capitato di vedere. Oppure mi è sfuggito qualcosa di meglio?
 
Lost Zombies, Dead inside: do not enter, versione Kindle, Chronicle Books LLC, 2011, venduto da Amazon, € 6,99, ASIN: B005M0ZO86. Per leggere i testi nelle immagini un Kindle non basta e occorre almeno un computer o un tablet con uno schermo di discrete dimensioni (alcune immagini sono presentate in orizzontale, quindi la possibilità di ruotare facilmente lo schermo è molto utile). Per lezioni e presentazioni, ne ho ordinata anche una copia su carta.
 

martedì 23 settembre 2014

Testa, L’italiano nascosto

 
L’italiano nascosto di Enrico Testa è un libro importante. Mostra infatti in modo convincente come, per alcuni aspetti (non per tutti!), gli storici della lingua siano stati troppo pessimisti nel valutare la diffusione dell’italiano in età moderna.
 
Questo pessimismo è stato una costante negli studi di storia della lingua italiana del Novecento. Secondo una famosa stima di Tullio De Mauro, per esempio, così come viene presentata nella seconda edizione (Bari Laterza, 1970) della sua Storia linguistica dell’Italia unita, nel 1861 solo il 2,5% degli abitanti del neonato Regno d’Italia era in grado di parlare italiano. Punto di partenza del ragionamento erano i dati per cui “Nel 1862-63 la istruzione postelementare”, considerata già all’epoca necessaria per arrivare a un pieno possesso della lingua, “veniva impartita all’8,9 per mille della popolazione in età fra gli 11 e 18 anni” (p. 42). Da qui, De Mauro arrivava alla percentuale definitiva valutando che in Toscana e a Roma la vicinanza del dialetto alla lingua fosse tale da rendere sufficienti due anni di scuola per arrivare al possesso della lingua, e aumentando quindi i numeri sulla base degli italiani che, nelle aree indicate, raggiungevano questo livello di scolarizzazione.
 
Anche posizioni critiche successive come quella di Arrigo Castellani (arrivato a stimare una percentuale di italofoni pari al 10%) non hanno modificato molto il risultato di base. Che corrisponde senz’altro a una situazione reale, ma che al tempo stesso è un po’ difficile da raccordare a capacità linguistiche specifiche: a che cosa corrisponde, esattamente, la soglia di “effettiva e definitiva acquisizione” di cui parla De Mauro (p. 42)? Per avere qualche dettaglio in più occorre affidarsi al giudizio dei testimoni dell’epoca, spesso probabilmente non immune da esagerazioni.
 
Il problema della soglia se ne porta dietro un altro, perché la tentazione è stata spesso quella di vedere l’acquisizione dell’italiano come una specie di discrimine, in modo a volte poco verosimile dal punto di vista linguistico. L’italiano di metà Ottocento, e per estensione quello dei secoli precedenti, è stato spesso considerato come una lingua da un lato del tutto ignota al 97,5% della popolazione, dall’altro buona solo per la letteratura. Come ricorda Testa (p. 13), De Mauro arrivava a dire che:
 
Fuori di Roma e fuori della Toscana, al sistema linguistico italiano si faceva ricorso solo negli scritti e solo nelle occasioni più solenni (…) Per secoli, la lingua italiana (…) ha vissuto soltanto o quasi come lingua di dotti (citato dalla p. 27 della Storia linguistica dell’Italia unita).
 
L’italiano nascosto mostra che una posizione del genere è troppo estrema. Molti lavori recenti hanno infatti portato alla luce testimonianze di come l’italiano fosse in realtà piuttosto diffuso in tutta Italia in contesti del tutto estranei alla letteratura: nei tribunali, nella Chiesa, nella vita quotidiana. Mettendo a frutto queste ricerche, e basandosi quasi per intero su edizioni esistenti, nel primo capitolo del libro (Le scritture dei semicolti) Testa presenta in ordine cronologico una nutrita serie di esempi di testi “italiani” attribuibili a personaggi di non alto livello culturale. Spesso, beninteso, si tratta di testi linguisticamente molto lontani dallo standard, ma comunque giudicabili “italiani con qualche tratto dialettale”, e non “dialettali con qualche tratto di italiano”.
 
Per avere un’idea della varietà dei testi presentati e sinteticamente commentati nel libro, vale forse la pena fare l’elenco dei documenti da cui sono tratte le citazioni lunghe del primo capitolo (estese su più di una frase). Inserisco qui una descrizione dei documenti, chiusa dalla data di stesura e dal numero della pagina in cui inizia la citazione. Indico anche il luogo di origine degli autori, includendo la sigla della provincia attuale in cui si colloca, e il luogo di scrittura, nel caso si trovi in una provincia diversa; in diversi casi ho integrato dati non forniti nel testo. 
  • Confessione autografa di Bellezze Ursini da Collevecchio (RI), domestica e guaritrice: 1527 o 1528 (p. 24). 
  • Trascrizione del testo precedente, effettuata in contemporanea e negli stessi luoghi da Luca Antonio, notaio (p. 28) 
  • Lettera di Baldassarre da Orvieto (TR) al servizio di casa Orsini: scritta da Monterotondo (RM), 1539 (p. 31) 
  • Diario di Giorgio Franchi, parroco di Berceto (PR): 1551 e 1552 (p. 36) 
  • Lettera di Domenico Scandella detto Menocchio, mugnaio di Montereale (PN), ai suoi giudici: 1584 (p. 42) 
  • Deposizione di Anna Parolini da Plano (TN) a un processo per stregoneria: 1612-1614 (p. 49) 
  • Supplica al papa da parte degli abitanti del rione Campitelli di Roma (RM): 1610 (p. 55) 
  • Supplica al papa da parte del caporione e degli abitanti del rione Monti di Roma (RM): 1664 (p. 55) 
  • Ricorso anonimo, presentato a Roma (RM): 1685 (p. 55) 
  • Ricevuta scritta da Maddalena Morelli per conto di Giuseppe Morelli, fabbricante di sedie a Roma (RM): 1689 (p. 57) 
  • Cartello diffamatorio lasciato a Roma (RM): 1621 (p. 59) 
  • Diario o cronaca di Francesco Fongi, fabbro ferraio ad Alessandria (AL): 1690-1693 e 1696 (p. 61) 
  • Memoria difensiva di Giovanni Garbino, pescivendolo all’ingrosso a Genova (GE): 1747 (p. 68) 
  • Lettera di Francesco Elia da Asti (AT), servitore di Vittorio Alfieri, al conte di Cumiana: 1770, scritta da Pietroburgo (p. 74) 
  • Lettera di Antonino Fusco, amministratore di terre a Lentini (SR), al principe di Biscari: 1797 (p. 79) 
  • Cartello del brigante Carmine Crocco di Rionero in Vulture (PZ), esposto a Calvello: 1861 (p. 86) 
  • Lettera di ricatto del brigante Pasquale Cavalcante di Corleto Perticara (PZ) scritta a Calvello: 1862 (p. 87) 
  • Lettera di ricatto del brigante Gioacchino Longo (CZ?) scritta nella Sila (CZ?): 1865 circa (p. 88) 
  • Rapporto del generale Giuseppe Sirtori di Monticello Brianza (LC) scritto probabilmente ad Acri (CS): 1863 (p. 89) 
  • Lettera del tenente Pasquale Alamprese (PZ?) inviata da Ginestra (PZ) al giudice del Circondario di Barile: 1861 (p. 90) 
  • Lettera del mezzadro Domenico Mezzano (CN?) inviata da Cortemilia (CN) a Giuseppina Viola: 1859 (p. 94) 
  • Lettera del mezzadro Domenico Mezzano (CN?) inviata da Cortemilia (CN) a Giuseppina Viola: 1860 (p. 96) 
  • Lettera di Antonio D. di Rovigo (RO) alla famiglia, scritta nel manicomio di Genova (GE): 1916
Va detto subito che questa campionatura non esaurisce affatto i testi messi in luce negli ultimi anni, e che a loro volta le ricerche recenti non sono state affatto condotte in modo rappresentativo: ciò che è stato pubblicato e discusso rimane un campione casuale. Tuttavia, vale la pena notare che alcune caratteristiche della campionatura sembrano rappresentative. Per esempio, fino alle soglie dell’Unità non è affatto facile trovare testi “italiani” che provengano dal mondo contadino (e la popolazione italiana era, in assoluta maggioranza, parte di questo mondo), o dalle regioni meridionali. E il fatto che la documentazione seicentesca provenga quasi per intero da Roma si accorda con la tanto nota e precoce quanto eccezionale italofonia di quella specifica città, descritta in dettaglio da De Mauro per il periodo successivo.
 
Da un’analisi di questo tipo non può venir fuori la contestazione quantitativa delle stime di De Mauro, come Testa stesso riconosce. Il lavoro mostra però, con evidenza maggiore rispetto a ogni altra trattazione recente, due cose: che l’uso pratico della lingua esisteva; e che anche chi non riusciva a scrivere in modo del tutto aderente agli standard poteva comunque avere come punto di riferimento “un italiano comune, anche d’uso orale, unificato, al suo fondo, dalla persistenza di tratti nettamente condivisi” (p. 273). Un po’ meno interessanti a questo fine, al confronto, sono i tre capitoli successivi, dedicati a mostrare rispettivamente i Libri per leggere e libri per imparare rivolti a questo tipo di pubblico, le scritture meno sorvegliate che si trovano Nel retroscena dei letterati e, infine, Un volgare per la fede (cioè la produzione connessa alla chiesa cattolica, che in alcuni casi è anche opera di “semicolti” come quelli visti nel primo capitolo). In tutti questi casi, infatti, anche se compaiono ogni tanto esempi di lingua dei “semicolti” il grosso delle testimonianze proviene da letterati più tradizionali – dei quali nessuno ha mai messo in dubbio la capacità di scrivere in italiano, anche se a volte in modo volutamente semplificato e adattato ai destinatari.
 
Testa parla poi di un italiano dei “semicolti” che “si muove in un perimetro tracciato da forme relativamente unitarie” (p. 276). E in effetti, alcuni tratti di queste testimonianze, come l’uso di forme burocratiche, sorprendono per la loro costanza. Ma di sicuro occorrono descrizioni molto più estese e dettagliate prima che sia possibile indicare con una certa sicurezza le forme e le circostanze in cui il modello italiano riusciva a penetrare più a fondo e a sostituire più regolarmente il dialetto. Per esempio, quelli che Testa segnala come i tratti per cui i testi esaminati si allontanano maggiormente dall’italiano a livello fonologico sono anche in buona parte i tratti che oppongono molti dialetti d’Italia al toscano, e cioè:
 
il basso ricorso alla dittongazione; la tendenziale assenza dell’anafonesi toscana; la conservazione di ar protonico; la preposizione articolata dil e l’articolo plurale maschile li per ‘i’; le desinenze verbali della I pers. plur. dell’indicativo presente del tipo -amo, -emo; esiti anomali soprattutto nell’indicativo imperfetto e nel congiuntivo; il condizionale in -ia; e varie forme analogiche del verbo (p. 279).
 
Più interessante, nella mia ottica, è il fatto che una testimonianza indipendente della vitalità “pratica” della lingua arrivi da una fonte indipendente, e cioè da L’italiano d’oltremare, titolo del (breve) quinto capitolo del libro. La vitalità della lingua italiana all’estero è stata infatti notata, ma non valorizzata quanto sarebbe necessario – per il bacino del Mediterraneo e oltre, e dagli usi di alta diplomazia in giù. Non è insomma un caso, ma solo uno dei tanti esempi possibili, se a metà Seicento il pascià di Alessandria d’Egitto inviava al Granduca di Toscana lettere di questo tipo:
 
E però la prego quanto pregare la posso che non mi manche di consolarme con suoi lettere da me tante desiderate, perché altro non desidero che li suoi comandamente in quel che mi trova buono in questi parte: sempre sarò prontissimo in ogne suoi hoccasione. Non stendendome in altro mi resto con pregare Idio che li dia felicissime anne et a me dia gratia per servirla. Di Alessandria sotto li 4 aprile 1640 (citata a p. 267).
 
Dietro a queste lettere c’erano traduttori e mediatori professionisti, ma anche abitudini di comunicazione ben precise – al punto che nei territori ottomani e in generale in Medio oriente, fino alla Persia, l’italiano era usato non solo per comunicare con gli italiani, ma anche con gli altri europei (come nella lettera del dey di Tunisi ai governatori e consoli di Marsiglia citata a p. 270) e addirittura “tra occidentali di paesi diversi” (p. 269). Questa è una ricerca comunque ancora in buona parte da fare… e qualche piccolo contributo spero di poterlo mostrare anch’io durante il mio corso di Linguistica italiana II di quest’anno.
 
Enrico Testa, L’italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale, Torino, Einaudi, 2014, pp. VIII + 321, € 20, ISBN 978-88-06-21165-3; letto nella copia della Biblioteca LM1 dell’Università di Pisa.
 

martedì 16 settembre 2014

Gazoia, Come finisce il libro

 
Alessandro Gazoia, Come finisce il libro
L’editoria digitale è un settore in cui un po’ entro e un po’ esco. Aspetti pratici, problemi editoriali, questioni sociologiche… Per lavoro o per passione, ogni tanto mi ritrovo di nuovo a trafficare con tutto questo. Poi arrivano altre faccende e mi trovo a lasciar cadere il discorso; ma ogni tanto si ricomincia.
 
Adesso mi è stato gentilmente prestato da Dario Besseghini un libro di Alessandro Gazoia, noto anche come “jumpinshark” – parola che è anche il titolo del suo blog. Il libro si intitola, con leggero paradosso, Come finisce il libro e riporta un ambizioso sottotitolo: Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale (Roma, minimum fax, 2014, pp. 207, € 10, ISBN 978-88-7521-576-7). L’ho letto con piacere, ma mi sono rimaste anche diverse perplessità.
 
Innanzitutto, i lati positivi. Il libro è scritto molto bene ed è piacevole da leggere. Al di là di Introduzione e “Conclusione”, è diviso in tre parti, “Pubblicare”, “Digitale” e “Miti / Social”, e già nella prima ci sono diverse sezioni che ho apprezzato. Per esempio quelle in cui si ricorda che mode recenti, come l’autopubblicazione, in realtà hanno precedenti precisi nel mondo editoriale. Pare incredibile, ma molte discussioni recenti sull’editoria elettronica partono dal presupposto che “prima” il mondo fosse diviso in un bianco e nero, editoria cartacea da centomila copie oppure nulla. Viceversa, come ben ricorda Gazoia, c’era e c’è tuttora un “continuum”, che va dalle fotocopie agli editori a pagamento o alle pubblicazioni amatoriali, e le “vecchie riviste e fanzine di fumetti, musica, cinema e letteratura proiettano ancora oggi la loro ombra lunga nei mille blog culturali in rete” (pp. 53-54). Le dimensioni del fenomeno sono cambiate, ovviamente, ma forse non tanto quanto si potrebbe pensare.
 
Al di là di questo, Gazoia presenta in modo competente dati interessanti su molte evoluzioni recenti dell’editoria digitale. Cosa splendida per chi, come me, si ritrova appunto a seguire queste cose un po’ sì e un po’ no, e nella pratica si è perso molte vicende collegate per esempio alla diffusione in Italia del Kindle Direct Program, e così via. A livello internazionale, Gazoia richiama poi diverse sfaccettature rilevanti all’interno del movimento verso l’autopubblicazione: dai successi di E. L. James o di Hugh Howey fino alla diffusione dei servizi che offrono recensioni favorevoli, a pagamento, per i libri in vendita su Amazon. Tutto molto interessante.
 
L’analisi d’assieme è però piuttosto leggerina e non si avvicina nemmeno lontanamente a fornire un quadro d’assieme che giustifichi davvero, come minimo, titolo e sottotitolo. Ampio spazio viene dato per esempio al problema dei DRM (seconda parte) o alla descrizione di alcuni aspetti del fenomeno della fan fiction (terza parte), ma i dettagli non contribuiscono affatto a spiegare che rapporto ci sia tra tutto questo e una potenziale “fine del libro”. Le descrizioni restano frammenti: forniscono molte informazioni interessanti e che spesso non conoscevo, ma non si combinano molto tra di loro e non portano molto lontano. Beninteso, nessuno chiede onniveggenza, intelligenza infinita e preveggenza sovrumana… ma il libro di Gazoia, pur con i suoi aspetti positivi, è molto lontano dal livello che in Italia è stato raggiunto con La quarta rivoluzione di Gino Roncaglia.
 
Cito un paio di aspetti su cui mi piacerebbe per esempio, da lettore, leggere qualche analisi più motivata. Intanto, negli ultimi mesi ho letto un po’ di narrativa “disintermediata”, pubblicata direttamente dagli autori, e i risultati sono stati… uhm, piuttosto soddisfacenti ma anche molto variabili. Ci sono infatti, mi sembra, aspetti dell’editoria tradizionale di cui i lettori possono fare volentieri a meno, mentre altri aspetti meriterebbero aggiunte – ma sono pareri condivisi? Non lo so. Uno sviluppo che invece noto da tempo con favore è la trasposizione di molta cultura “alta”, letteraria e poetica, in un giro fatto di blog e pubblicazioni elettroniche e dotato nel complesso di assai minore prestigio rispetto alle riviste letterarie di una volta. Il che è giustissimo, e credo che ponga rimedio a una curiosa aberrazione storica del secondo Novecento. Però il tutto meriterebbe discussioni ben più approfondite, sia come dati sia come capacità di analisi, di quelle viste finora. Speriamo di leggerle presto!
 
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