venerdì 20 dicembre 2013

Ascesa e caduta dei MOOC

 
 
Complessità dei MOOC (da Wikipedia in lingua italiana)
Molti esseri umani parlano per estremi e sembrano vivere in un mondo fatto di bianco e di nero. Le persone, per loro, sono sempre creature meravigliose o mostri. Le cose sono amate o sono odiate. È un modo intenso di descrivere la vita e forse è anche migliore rispetto al mio, che si basa in sostanza su sfumature di grigio su sfondo beige.
 
Sono però abbastanza sicuro che, quale che sia la sua positività per il singolo, questo modo non sia quello più adatto a descrivere e capire un sacco di fenomeni, tra cui quelli sociali. Che spesso non sono affatto riducibili al bianco e nero. L’estremizzazione qui è di regola eccesso di semplificazione, e quando ci si mettono di mezzo i giornali spesso la semplificazione arriva alla caricatura di sé stessa. Questo è poi ciò che accade di regola alle informazioni sull’educazione – e, negli ultimi giorni, a quella sui MOOC. L’anno scorso uscivano sui giornali esaltazioni improbabili di questi corsi online, che avrebbero rivoluzionato l’educazione. Oggi escono stroncature, spesso a firma degli stessi giornalisti.
 
Né l’una né l’altra cosa mi hanno sorpreso, anche se mi hanno leggermente intristito. Chi si occupa seriamente di e-learning sa che lo studio è un fenomeno complesso, e che non basta mettere in linea materiali o corsi nuovi perché masse di appassionati imparino cose nuove. Se bastasse quello, i libri a stampa avrebbero già fatto chiudere le scuole da un pezzo: in fin dei conti, ancora oggi è possibile sentire storie meravigliose su come un singolo libro possa dare un accesso alla conoscenza tale da rivoluzionare la vita delle persone. E i numeri trionfali che a volte si ottengono quando si regala un prodotto (buono o cattivo) sul web non significano che il meccanismo con cui lo si regala sia sostenibile sul medio periodo, per non parlare del lungo.
 
Vediamo qualche dettaglio sul caso specifico. Per esempio, in Italia, la Lettura (supplemento del Corriere della sera) ha dedicato ai MOOC nel numero del 15 dicembre 2013 un articolo di Massimo Gaggi (nelle stesse pagine, un più interessante articolo di Cristina Taglietti parla dei libri di testo “fai da te” nelle scuole italiane… settore da seguire da vicino). Lo stesso Gaggi aveva dedicato all’argomento un articolo molto positivo l’anno scorso, debitamente richiamato nel numero di quest’anno.
 
In entrambi i casi, ci troviamo però di fronte al classico giornalismo di seconda mano: nessuna ricerca originale, solo una sintesi e traduzione di cose già dette da altri (e qui va già bene, perché gli articoli sono scritti con competenza… spesso non si è così fortunati). Andando alle fonti, si segnala quindi una coppia di articoli del New York Times. Il 2 novembre del 2012 Laura Pappano aveva annunciato The Year of the MOOC; il 13 dicembre del 2013 Tamar Lewin spiegava invece che After Setbacks, Online Courses Are Rethought.
 
Che cos’è successo nel frattempo? Banalmente, che i MOOC sono stati provati. E che si è visto che, sorpresa, la dispersione degli studenti nelle iniziative di formazione a distanza è altissima. Oppure che, altra sconvolgente sorpresa, riescono a seguire meglio questi corsi le persone che hanno già un titolo di studio tradizionale. Tutte cose che gli addetti ai lavori sanno appunto da decenni, e che sono da tempo ampiamente pubblicizzate e documentate. Ogni tanto può anche essere utile riscoprire l’acqua calda, ma vedendo il modo in cui l’e-learning si presenta all’esterno si ha l’impressione che esista solo questo: un ciclo continuo in cui qualcuno che non aveva mai sentito parlare dell’acqua calda la riscopre, in circostanze più o meno traumatiche.
 
Cioè, voglio dire: l’attuale sistema di formazione superiore non nasce dal caso. È il frutto di tentativi passati – più o meno corretti, più o meno meritevoli di aggiornamento, ma spesso sensati, ragionevoli e funzionali – di trovare modi per fornire formazione a grandi masse di studenti. I quali studenti, lasciati a sé stessi, a volte per fortuna trovano canali alternativi ma sui grandi numeri no. Un sistema di formazione è una cosa complessa e sperare di lanciare un’alternativa funzionante come se fosse un’app per scambiare foto di gatti, ignorando le infinite complessità nascoste che fanno funzionare il sistema esistente, è, come dire, irrealistico.
 
Non nascondo un po’ di frustrazione.
 
A questo punto abbiamo decenni di esperienza sulla comunicazione elettronica e sulla didattica via Internet. In questo settore non esistono ovviamente leggi formalizzate e applicabili, e qualche prodotto di successo apparirà sempre a sorpresa. Tuttavia ma siamo da tempo in grado di distinguere tra cose assurde in partenza e altre meno assurde. I MOOC possono funzionare benissimo come iniziative promozionali di grandi università, realizzate in perdita. Con qualche aggiustamento, possono anche trovare con facilità nicchie in cui prosperare. Non saranno invece, di per sé, una rivoluzione per l’educazione superiore. Punto.
 
Ma si può ottenere entusiasmo anche per un mondo che non è fatto solo di colori chiassosi e titoli strillati? Beh, io credo di sì. A me è capitato di andare in giro per l’e-learning e di trovare nei più diversi angoli del mondo persone che mi dicevano cose tipo: “Grazie al Consorzio ICoN ho potuto prendere una laurea italiana, e se non ci foste stati voi non ci sarei mai riuscita”. A queste cose i maggiori quotidiani del pianeta non dedicano molto spazio. Ma ci sono, funzionano, e un po’ alla volta cambiano il mondo, in un modo che spero più intelligente e fruttuoso di tanti altri.
 

venerdì 13 dicembre 2013

In partenza per la Crusca

 
La sede dell'Accademia della Crusca (foto da Wikipedia)Oggi dovrei passare tutta la giornata a Firenze, all’Accademia della Crusca. La mattina ci sarà la presentazione degli atti del X convegno ASLI: Il Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612) e la storia della lessicografia italiana, a cura di Lorenzo Tomasin. Il pomeriggio sarà invece dedicato all’assemblea annuale dell’ASLI stessa.
 

martedì 10 dicembre 2013

Marazzini, Da Dante alle lingue del web

 
 
Marazzini, Da Dante alle lingue del Web
Il titolo dell’ultimo libro di Claudio Marazzini mi aveva dato molte speranze, per quanto riguarda i miei argomenti di ricerca: Da Dante alle lingue del Web. Otto secoli di dibattiti sull’italiano (Roma, Carocci, 2013, pp. 333, ISBN 978-88-430-6173-0, € 25).
 
La precisazione “Nuova edizione” in copertina fa peraltro capire che il libro è in sostanza un aggiornamento del già classico Da Dante alla lingua selvaggia. Sette secoli di dibattiti sull’italiano (1999), aggiornato e rinumerato per il nuovo secolo. Libro in sé ottimo, ma da cui purtroppo il web resta fuori. O meglio, Marazzini avverte nella Premessa di aver voluto solo “usare il riferimento al Web per evocare la realtà più recente del villaggio globale nelle sue ricadute sulla coscienza linguistica italiana” (p. 12). In altri termini:
 
lingue del Web è (…) un riferimento alla realtà variegata dell’italiano di oggi, che corre attraverso blog, forum, chat, wiki, o è collocato sulle “piattaforme” di condivisione dei media come Flickr, YouTube, Vimeo, o espresso dai social network come Facebook, Myspace, Twitter, Google+, Linkedin, Foursquare. (…) il mio libro non offre però un’ennesima analisi del linguaggio di siti o luoghi o mezzi informatici, un linguaggio che del resto non risulta affatto omogeneo e non è poi così diverso da quello che si manifesta o manifesterà altrove, ad esempio sui giornali, nei salotti buoni della gente che se ne intende e nei talk-show televisivi (p. 12).
 
Peccato, perché io avrei letto con estremo interesse qualcosa del genere! Un inquadramento storico dell’italiano del web da parte di uno dei nostri massimi storici della lingua sarebbe stato un ottimo punto di riferimento… Ma d’altra parte mi fa piacere che due punti chiave del dibattito recente, cioè la non omogeneità del linguaggio della comunicazione elettronica e la sua sostanziale appartenenza a varietà di lingua già esistenti, vengano usati per sintetizzare lo stato delle conoscenze.
 
Occorre poi ricordare che il libro è dedicato alle discussioni sulla lingua, non alla descrizione della lingua stessa. E l’italiano del web ha prodotto ben poche discussioni articolate – al di fuori dello stretto giro dei linguisti, se ne è parlato poco e quasi solo a livello di proclami. L’aggiornamento più consistente in materia, spiega Marazzini, è venuto invece da un altro fronte: la pressione dell’inglese. Che per decenni si è concretizzata solo in una spolverata di prestiti linguistici, in pratica irrilevante su un piano complessivo, ma che proprio negli ultimi anni si è trovata al centro di un curiosissimo e mal diretto entusiasmo da parte della classe politica italiana. Di conseguenza, in questa nuova edizione del testo,
 
nello studioso emerge, a stento frenata, l’emotività del cittadino italiano che ama la propria lingua e la vede a volte sottostimata da altri italiani che occupano posti chiave nella società, e dovrebbero per primi amare e difendere gli emblemi e le glorie del nostro paese. Una classe dirigente acriticamente esterofila, con la mente perennemente rivolta oltre i confini e immemore di ogni tradizione nazionale che non attenga a slow-food e pizza (unico tema su cui si ammetta la legittimità di ragionare ancora all’italiana), ha sostituito una classe dirigente del passato tradizionalmente esterofoba, come si era rivelata nel lasso di tempo che va dal Purismo al fascismo. Da un provincialismo all’altro, insomma (pp. 11-12).
 
A livello di aneddoto, Marazzini cita poi le profezie sull’inglese e sul cinese contenute in un diffusissimo articolo di Giampaolo Visetti… che è un clamoroso esempio di plagio e di invenzione! L’aspetto serio (in quanto “preoccupante”, non in quanto “gestito da persone competenti”) della vicenda viene qui affrontato soprattutto nel cap. 22, Primo sguardo sul secondo millennio. Dove Marazzini dà per esempio conto delle proposte recenti, di varia origine, per sostituire l’italiano con l’inglese in vari punti del sistema formativo italiano, dall’università alla scuola. Gli storici della lingua hanno avuto a lungo l’abitudine di prendere proposte simili alla leggera, vista la loro ovvia inutilità e inapplicabilità. Adesso però, come in altri settori (per esempio l’uso degli strumenti elettronici nella didattica), anche sul destino dell’italiano si sta creando un senso comune che, oltre a essere scollegato dalla realtà, sembra trovare riscontro in politica… Io continuo a essere ottimista, ma forse è davvero arrivato il momento, per gli esperti di linguistica, di farsi avanti in pubblico per contrastare con energia le derive insensate.
 
Una nota per i conflitti d’interesse: a p. 324, l’ultimo paragrafo della bibliografia finale rinvia a proposito della comunicazione elettronica, al Parlar spedito di Elena Pistolesi e al mio libro sull’Italiano del web; mi ha però fatto piacere ritrovare elencato, in una sezione precedente, anche il mio lavoro su La prima stesura delle Prose della volgar lingua (p. 312).
 

venerdì 6 dicembre 2013

Passaggio da Perugia

 
 
Il Minimetrò di Perugia in funzione
Ieri sono stato all’Università per Stranieri di Perugia per un incontro con docenti di medie e superiori, ottimamente gestito da Sandra Covino. A dire il vero, a parlare avrebbe dovuto essere Elisa Bianchi: per motivi contingenti ho fatto da rimpiazzo io, e spero di essermela cavata bene nel mio ruolo di sostituto. Palazzo Gallenga, poi, per me è sempre un bel ricordo, perché è legato a un bel periodo di studio passato lì ai Corsi di Lingua italiana contemporanea di fine anni Ottanta (!).
 
Tema dell’incontro di ieri: testi espositivi e testi disciplinari. La conversazione, per fortuna, è stata molto vivace! Alla fine, in effetti, ho messo da parte quasi tutti i materiali che avevo preparato e siamo stati soprattutto a parlare di esperienze e difficoltà pratiche. Nella parte conclusiva poi abbiamo visto alcuni modi per usare Wikipedia in lingua italiana come strumento di didattica, in particolare per la scrittura di definizioni – esercizio che, anche se con le opportune differenze, può essere presentato agli studenti in tutto il percorso dalle medie all’università.
 
Peccato solo che il passaggio sia stato così rapido! Come ultimamente mi capita un po’ troppo di frequente, ho avuto solo la possibilità di arrivare, fermarmi per le tre ore dell’incontro e scappare via. Sono riuscito a parlare solo con Pawan e Rakesh, che avevo avuto a lezione a Delhi e che adesso sono a Perugia per un periodo di studio all’Università per Stranieri; e anche con loro sono riuscito a parlare solo perché mi hanno accompagnato, all’uscita, a prendere di corsa il Minimetrò.
 
Già, il Minimetrò. Un lato positivo del viaggio è stato scoprire il cosiddetto “people mover” di Perugia. Un terribile anglicismo per descrivere una funicolare veloce, dall’aspetto futuristico, che collega tra l’altro la stazione e il centro al prezzo di € 1,5 a tratta e che, avendo partenze ogni due minuti, taglia molto le percorrenze. Ai tempi miei, se ben ricordo, la tratta dalla stazione a Palazzo Gallenga richiedeva quasi un’ora. Con il Minimetrò sono arrivato al binario in meno di venticinque minuti. Un sistema simile è adesso in progettazione qui a Pisa: sono ancora un po’ scettico sulla sua funzionalità in pianura e in una zona già ben collegata, ma quella di Perugia è stata un’esperienza molto positiva.
 
Per il resto, una volta tanto le coincidenze di Trenitalia hanno funzionato perfettamente, e il viaggio in sé, in buona parte su regionali, è stato a sua volta un gradito ritorno agli economici mezzi di trasporto che preferisco. Molto meglio dell’Alta velocità! Particolare nota di merito va al bar della stazione di Perugia, che, in un contesto d’annata, fornisce due tranci di discreta pizza, una Peroni piccola alla spina e un caffè al prezzo complessivo di € 5; e mi spiace solo, al ritorno, di essermi scordato di prendere una china calda alla stazione di Terontola…
 

mercoledì 4 dicembre 2013

Test PISA 2012: è andata un po’ meglio

 
 
Ieri sono stati presentati i rapporti INVALSI sugli ultimi test PISA, condotti nel 2012. Di che cosa siano i test PISA ho già parlato in passato: in estrema sintesi, si tratta del più credibile tentativo oggi esistente per misurare e confrontare le competenze dei quindicenni in diversi paesi del mondo. I settori in cui le competenze sono misurate sono Lettura, Matematica e Scienze.
 
La posizione dell’Italia in questi test è sempre la solita: leggermente al di sotto della media OCSE. Tradotto in numeri, il “leggermente” significa quest’anno, secondo le parole della sintesi realizzata dall’INVALSI (p. 1):
 
Le competenze dei 15-enni italiani in Matematica si situano leggermente, ma significativamente, al di sotto della media OCSE (circa il 2 per cento, 485 punti a fronte dei 494 della media OCSE). Fra i paesi OCSE, ottengono un punteggio inferiore all’Italia solo Svezia, Ungheria, Israele, Grecia, Cile e Messico; sono equiparabili all’Italia (avendo valori che non se ne discostano in termini statisticamente significativi) Norvegia, Portogallo, Spagna, Repubblica Slovacca e Stati Uniti.
 
Solo leggermente migliori sono i risultati in Lettura e Scienze, con valori dell’Italia rispettivamente di 490 e 494 (a fronte di valori medi OCSE rispettivamente pari a 496 e 499). Fra i paesi OCSE, ottengono un punteggio inferiore all’Italia solo Cile, Grecia, Islanda e Messico, per la Lettura, vi si aggiunge Israele nelle Scienze; sono statisticamente equiparabili all’Italia, Danimarca, Repubblica Ceca, Ungheria, Lussemburgo e Israele - nella Lettura - Danimarca, Francia, Ungheria, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo, Spagna e Stati Uniti - nelle Scienze.
 
In altri termini: sotto alla media, ma di pochissimo, e in discreta compagnia. I paesi OCSE hanno del resto un livello quasi uniforme, con un’oscillazione massima del 10% in alto o in basso. Il che ha del sorprendente se si considerano le diversità sociali, di reddito e di sistema scolastico che intercorrono tra paesi come la Repubblica slovacca, il Giappone e la Spagna! In Matematica, per esempio, data una media OCSE di 500 nel 2000, il risultato migliore è oggi quello della Corea del Sud, che arriva solo a 553, mentre sotto il 450 si collocano solo i tre paesi OCSE che hanno un livello di PIL “medio-alto”, invece di “alto” come tutti gli altri, cioè Turchia, Cile e Messico. Tuttavia, che l’Italia si collochi in tutte e tre le aree al di sotto della media OCSE non può essere motivo di grandi festeggiamenti.
 
Le cose vanno un po’ meglio in prospettiva storica. Concentrandosi sull’area che mi riguarda più direttamente, e cioè la Lettura – o meglio, la literacy –, la media OCSE, che era 500 nel 2000 ed era calata a 493 nel 2009 (con buona pace di tutte le considerazioni sui “nativi digitali”), nel 2012 è risalita a 494. Differenze comunque minime! Anche per l’Italia le cose sono nel frattempo migliorate, e da 486 nel 2009 si sale a 490 nel 2012 (lo stesso punteggio ottenuto dall’Austria, che pochi, penso, caratterizzerebbero come un paese depresso o incolto). Lo scarto si riduce insomma in tre anni da 7 a 4 punti.
 
Certo, tutti i dati di questo tipo vanno presi con le pinze, e festeggiare o disperarsi per fluttuazioni statisticamente non significative ha poco senso in ogni caso. Quel che ne esce è comunque una serie di conferme a livello generale: i paesi ad alto PIL ottengono risultati molto simili, ma non c’è un rapporto diretto tra soldi spesi e risultati formativi (tant’è vero che paesi come il Vietnam ottengono buoni piazzamenti) e c’è comunque un margine di miglioramento. Soprattutto, però, viene confermato per l’ennesima volta un dato inquietante per l’Italia: a fronte di regioni che per la Lettura arrivano a 521 (Lombardia, Veneto e provincia di Trento), il Sud fa registrare percentuali drammatiche, fino all’incredibile 434 della Calabria. Che, se fosse un paese OCSE, si collocherebbe in penultima posizione, superando solo il Messico (424) e piazzandosi al di sotto degli altri due paesi a PIL solo “medio-alto”, cioè il Cile (441) e la Turchia (475).
 

lunedì 2 dicembre 2013

La codifica dei fumetti italiani

 
Dall'articolo di Walsh: Kirby come esempio di cbml:panel, eccetera
Giovedì scorso ha ottenuto la laurea magistrale in Informatica umanistica uno dei miei studenti, Salvatore Figuccia. La sua tesi (correlatore Roberto Rosselli Del Turco, controrelatore Alessandro Lenci) era intitolata Codifica CBML-TEI di fumetti italiani e analisi linguistica.
 
Come mai un argomento del genere? Beh, io sto studiando da molto tempo l’italiano dei fumetti. Argomento importante per la storia linguistica del Novecento ma quasi del tutto privo di studi sistematici: l’unica monografia oggi esistente è Parola di papero di Daniela Pietrini, dedicata però ai soli fumetti Disney. Certo, io ho pubblicato, negli anni, diversi interventi sull’italiano dei fumetti, ma tutti su argomenti molto circoscritti. Avendo tempo, sarebbe arrivato il momento di tirare le fila e sintetizzare…
 
Questo però significa avere alle spalle ampi spogli linguistici. Il che a sua volta richiede l’esistenza di corpus di fumetti in cui il testo sia stato trascritto e digitalizzato, in modo da poter fare analisi automatiche. E, a sua volta, ciò richiede uno standard di codifica intelligente, che contenga tutti gli elementi utili a un’analisi linguistica. Le caratteristiche editoriali dei fumetti rendono tuttavia questo tipo di lavoro tutt’altro che banale.
 
Facciamo un esempio pratico: il linguaggio dei diversi personaggi. In molti fumetti alcuni tipi di espressione sono collegati a un unico personaggio – nei fumetti Disney, solo Pippo fa yuk, yuk – oppure sono distribuiti tra personaggi in modo marcato e ripetuto. Quindi un’analisi, mettiamo, delle Sturmtruppen di Bonvi deve distinguere per esempio tra il finto tedesco delle Sturmtruppen e l’italiano non alterato di Galeazzo Musolesi, e così via. Per arrivare a questo risultato, però, si deve usare un sistema di trascrizione che non solo distingua tra i diversi personaggi ma consenta poi, accoppiato agli opportuni strumenti elettronici, di limitare per esempio i risultati di uno spoglio linguistico a uno specifico personaggio, o di escludere il personaggio medesimo da uno spoglio generale, e così via.
 
La maggiore iniziativa mondiale nella codifica di testi umanistici è la TEI (Text Encoding Initiative). La TEI pubblica importanti linee guida e ha previsto la codifica di molti tipi diversi di testo, dalle opere teatrali alle edizioni critiche, ma non ha mai fornito standard per i fumetti. Questa lacuna è stata di recente colmata in buona parte dalla proposta di John A. Walsh (Università dell’Indiana), che ha proposto il vocabolario CBML. In pratica, CBML è un sistema che da un lato indica come usare per la codifica dei fumetti i classici elementi TEI e dall’altro aggiunge a essi “a number of elements targeted at the distinctive formal features of comics, such as panels, balloons, and narrative captions”. La proposta è stata articolata da Walsh anche in un articolo del Digital Humanities Quarterly intitolato Comic Book Markup Language: An Introduction and Rationale, che aggiunge molte informazioni interessanti e casi d’uso.
 
Tutto bene, quindi? Sì e no. Nel senso che Walsh ha lavorato per la codifica dei “comic book” americani, cioè di prodotti editoriali di un certo tipo, e la codifica dei fumetti italiani richiede un po’ di aggiustamenti da questo punto di vista. Per esempio, i “comic book” americani contengono tipicamente una storia singola; molte riviste a fumetti italiane invece contengono più storie, di autori differenti (come nel caso di Topolino), e occorre quindi trovare un modo per raggruppare i diversi materali. E così via.
 
Di qui l’importanza della tesi di Salvatore Figuccia, che ha preso come punto di partenza il lavoro di Walsh e ha controllato la sua applicabilità anche ai fumetti italiani. Come avevano già suggerito esperimenti più limitati condotti in alcuni elaborati di laurea triennale, l’esperimento ha confermato che per trascrivere i fumetti italiani più popolari non è necessario aggiungere nuovi elementi alla proposta di Walsh – il che faciliterà l’interscambio di dati. Occorre avere invece dei criteri di trascrizione molto dettagliati, per mantenere coerenza tra prodotti che seguono standard piuttosto diversi. La tesi ha quindi incluso una prima bozza di criteri e, come dimostrazione, la trascrizione completa di un fascicolo di Topolino e di due prodotti bonelliani (un numero di Tex e uno di Dylan Dog), oltre a un primo assaggio di analisi linguistica sulle interiezioni. Nel complesso, si tratta di un importante passo avanti nella direzione del lavoro complessivo di cui parlavo all’inizio.
 

giovedì 28 novembre 2013

Sistematizziamo: l’italiano della comunicazione elettronica non è una varietà di lingua

 
La settimana scorsa ho finito una sezione di corso di Linguistica italiana (I anno, CdS in Informatica umanistica) dedicata alla variazione linguistica e alle varietà di lingua dell’italiano. L’argomento per me è interessante anche alla luce di discussioni recenti sulla possibilità che l’italiano della comunicazione elettronica sia una varietà di lingua. Secondo me non lo è affatto… ma per dirlo con sicurezza occorre rispondere a una domanda preliminare: che cos’è una varietà di lingua?
 
Come per molti altri concetti della sociolinguistica, la definizione di “varietà di lingua” non è poi così chiara e condivisa. Se si va a leggere un riferimento istituzionale come il Dizionario di linguistica diretto da Gian Luigi Beccaria (Torino, Einaudi, 2004) si scopre innanzitutto che la voce di riferimento, scritta da Tullio Telmon, è “Varietà della lingua”. La voce stessa precisa però poi che l’espressione da usare “piú propriamente” è “varietà di lingua”, e tale mi sembra l’uso ormai dominante.
 
Nella voce manca però una definizione specifica. Si dice infatti che l’espressione “designa il fatto, di ordine universale, che ogni lingua si presenta non già come blocco uniforme ed immutabile, bensí come insieme di elementi mutevoli”. Questo va bene sul piano generale, ma non spiega per esempio in base a quali ragioni Gaetano Berruto, nel suo fondamentale lavoro sulla Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, possa distinguere all’interno di questo insieme di elementi mutevoli proprio 9 (e non 3, o 187) “varietà”, tra le quali l’“italiano standard letterario” (n. 1) e l’“italiano parlato colloquiale” (n. 3).
 
Per l’analisi dell’italiano mi sembra quindi più utile partire proprio dalle definizioni di Berruto, che hanno il vantaggio di avere un taglio molto più operativo. L’Enciclopedia dell’italiano include un articolo sulle “varietà” scritto proprio da Berruto, e l'articolo presenta una definizione precisa:
 
Una varietà di lingua si può definire come un insieme coerente di elementi (forme, strutture, tratti, ecc.) di un sistema linguistico che tendono a presentarsi in concomitanza con determinati caratteri extralinguistici, sociali (…). È quindi sempre un’entità che presuppone una correlazione tra fatti linguistici e fatti non linguistici, e deve essere caratterizzata sulla base di entrambi. Una definizione più tecnica di varietà di lingua è: un insieme solidale di varianti di variabili sociolinguistiche.
 
Quindi identificare una varietà di lingua richiede che si possano indicare elementi linguistici particolari che si presentano “in concomitanza” con circostanze esterne alla lingua. La lingua della comunicazione elettronica presenta queste caratteristiche? Direi proprio di no. Nessuno, per esempio, mi sembra che finora abbia potuto indicare alternanze nell’uso dei pronomi o dei tempi verbali, o più in generale di “forme, strutture, tratti” tali da caratterizzare la comunicazione elettronica nel suo complesso. Mentre, viceversa, si può indicare la differenza tra “italiano standard” e “italiano neostandard” nel sistema dei pronomi mostrando che il neostandard impiega lui al posto di egli, e così via. In mancanza di qualcosa di simile, è semplicemente impossibile parlare di “varietà di lingua”. E, mi sembra, ormai siamo in molti a considerare questo come un giudizio consolidato.
 
Si può obiettare a questo rifiuto notando che la comunicazione elettronica presenta molti tratti caratterizzanti a livello della scrittura. Credo però che questa obiezione sia del tutto superabile, e spiegherò le mie ragioni in uno dei prossimi post.
 

martedì 26 novembre 2013

Magno, L'alba dei libri

 
 
Magno, L'alba dei libri
Venerdì scorso ero a Venezia per lavoro e mi sono trovato, a sorpresa, anche qualche ora libera prima di poter prendere il treno del ritorno (l’Italo delle 18:55 per Firenze). Visto il tempo, gelido ma gloriosamente illuminato, all’inizio del pomeriggio mi sono quindi piazzato su una panchina della Fondamenta delle Zattere, di fronte al Canale della Giudecca. Certo, la panchina era in mezzo a un lago salmastro, visto che il marciapiede non si era ancora liberato dell’ultima acqua alta, ma i miei vecchi scarponcini si sono rivelati all’altezza della situazione…
 
Venendo lì avevo poi visto nella vetrina della Libreria Toletta un libro che mi incuriosiva da un pezzo e molto adatto all’ambiente, L’alba dei libri di Alessandro Marzo Magno: standomene beatamente seduto al freddo e al sole, con una scelta che fa riflettere sul rapporto tra distribuzione fisica e distribuzione elettronica dei libri, ho tirato fuori il Kindle, mi sono fatto spedire da Amazon l’anteprima del testo e poi, soddisfatto, l’ho comprato e scaricato (Garzanti, 2012, ASIN B006ZPR4KS, 209 pagine, “basato sull’edizione stampata” con ISBN 9788811682080, €9,99).
 
Che cosa c’entrava il libro con l’ambiente? Più che nel genericissimo titolo, la spiegazione sta nel sottotitolo: “Quando Venezia ha fatto leggere il mondo”. Il libro è infatti una sintesi del ruolo svolto da Venezia nella diffusione del libro a stampa e nell’evoluzione dell’editoria. Sintesi divulgativa, e opera di un non specialista (che apparentemente non ha fatto ricerche originali in merito), ma valida e competente. Nella saggistica a grande diffusione… avercene, di libri così!
 
La sintesi è in buona parte tematica. Il primo capitolo fa una breve storia degli esordi e del periodo più glorioso dell’editoria veneziana, che agli inizi del Cinquecento divenne la più importante del mondo – fino a produrre in alcuni anni, secondo alcune stime, la metà di tutti i libri stampati in Europa (pos. 75). In continuità con questo si colloca il secondo capitolo, dedicato ad Aldo Manuzio. E poi inizia una serie di capitoli (3-6) dedicati all’editoria in altre lingue: ebraica, araba, armena, greca, e diverse lingue slave. Più i relativi alfabeti.
 
Ancora più tematici sono i capitoli 7-9, che coprono le carte geografiche e la trattatistica militare, l’editoria musicale (una delle sezioni più interessanti del libro, e una di quelle su cui sapevo meno) e i trattati medici, cosmetici e gastronomici. Poi il capitolo 10 è dedicato a Pietro Aretino e la nascita dell’autore, e l’undicesimo torna a una descrizione complessiva (La decadenza, il ritorno e la fine), allungandosi con salti e scatti fino all’Otto e al Novecento, ma in modo non sistematico.
 
La varietà di argomenti non permette al libro di mantenere un’argomentazione coerente, e i singoli capitoli, o addirittura le sezioni di uno stesso capitolo, hanno spesso l’impostazione di articoli autonomi. Tuttavia la pura e semplice varietà di informazioni rappresenta un punto di forza, in quanto permette di gettare lo sguardo su campi molto diversi e tra cui di solito non c’è scambio. In diversi casi ho quindi scoperto cose a me del tutto ignote – per esempio, l’esistenza di una tradizione di editoria caramanlidica veneziana! Alzi la mano chi sa già di che cosa si tratta…

Rimessa veneziana

Un ulteriore motivo di soddisfazione è stato anche il ritrovarmi a leggere dei lavori di esperti che ho avuto occasione di conoscere di persona in passato, quando (ahimè) riuscivo ancora a lavorare nel settore. Angela Nuovo, per esempio, la scopritrice del primo Corano a stampa, realizzato a Venezia poco prima del 1540 (alla vicenda è dedicato il quarto capitolo, Il Corano perduto). Oppure Fabio Massimo Bertolo, il cui studio su Aretino e la stampa: strategie di autopromozione a Venezia nel Cinquecento è alla base di buona parte del decimo capitolo. Insomma, un po’ di tempo ben speso. Poi squilla il telefono e si torna al lavoro, in un paesaggio ormai notturno di mostre d’arte e rimesse illuminate.
 

giovedì 14 novembre 2013

Greenblatt, The swerve

 
 
Stephen Greenblatt, The swerve
Un libro interessante e divertente, ma non un capolavoro di saggistica. Questo, in sintesi, il giudizio che mi sento di dare su The swerve di Stephen Greenblatt (Vintage, 2011, letto su Kindle, ASIN B005L18C4E, lunghezza stampa indicata 368 pagine, al momento €8,37 su Amazon; ne esiste anche una traduzione italiana, che non ho visto, pubblicata da Rizzoli). Che in teoria era un libro che attirava il massimo delle mie simpatie.
 
Aspetti positivi: in primo luogo, è un libro che parla di personaggi che, come Poggio Bracciolini, hanno fatto la storia della scrittura. Poi, parla di manoscritti. Poi, nei manoscritti di cui parla c’è il testo di uno dei classici che preferisco fin dai tempi del liceo, il De rerum natura di Lucrezio.
 
Il libro, inoltre, ha davvero un sacco di cose interessanti da raccontare. Parte con il viaggio di Poggio Bracciolini alla ricerca di manoscritti antichi in Germania, descritto con molta intelligenza e molti dettagli… E il contorno della storia di Poggio è a sua volta molto interessante, con la sua presenza al concilio di Costanza, le lotte tra papi e antipapi, la condanna a morte di Huss… Greenblatt, inoltre, racconta bene, e con estrema competenza – anche se è un po’ curioso che tocchi solo rapidamente la questione dell’assurdità filosofica del clinamen, lo swerve che dà il titolo al libro.
 
Alla fine, però, andando avanti il testo si rivela come una serie di divagazioni attorno al nucleo-Lucrezio. Tutte interessanti, per carità! Ma dalla storia dei papiri di Ercolano alle traduzioni del De rerum natura nell’Inghilterra del Seicento viene fuori solo un vago discorso comune. In particolare, non vengono fuori idee nuove. Né tantomeno, come promette il sottotitolo, una descrizione delle origini del Rinascimento. Per cui leggere il libro permette di imparare tante cose che anche gli addetti ai lavori (o almeno io!) non conoscono, ma alla fine lascia un po’ l’impressione di aver finito un romanzo.
 

martedì 12 novembre 2013

Twittando sui libri di testo

 
 
Sabato ho partecipato (come semplice ascoltatore, finalmente) alla prima metà del convegno Uno, nessuno, centomila. Libri di testo e risorse digitali per la scuola italiana in Europa. All’interno dell’organizzazione spiccava Gino Roncaglia, che è oggi il massimo esperto italiano su questo genere di problemi e sarebbe anche la persona giusta per coordinare altre iniziative intelligenti nel settore...
 
Dalla tavola rotonda è venuto poi fuori un quadro molto articolato della situazione. Certo, i luoghi comuni non sono mancati (in particolare continuo a trovare estremamente approssimative le osservazioni di Roberto Maragliano), e non sono mancate nemmeno le posizioni di chi sostiene che occorre lanciarsi sul digitale e sulle reti sociali in base alla non impeccabile argomentazione “perché sì”. O meglio, “perché gli studenti sono lì”. È stato invece un peccato che non fossero presenti rappresentanti delle posizioni opposte, a cominciare da Roberto Casati, che pure è stato evocato diverse volte. In totale, però, prendendo il meglio dalle varie posizioni esposte non si otterrebbe un brutto risultato!
 
Tutto il dibattito giornalistico sui libri di testo in effetti è ben poco centrato sulla realtà. Io ho parlato dell’argomento in diverse occasioni, ma c’è ancora difficoltà a ricordare che, per esempio, già oggi anche gli insegnanti più tradizionali selezionano libri di testo, esercizi, attività – e propongono spesso materiali realizzati o selezionati in autonomia.
 
Quindi la domanda di base è: come si fa ad avere materiale didattico utilizzabile? Molto dipende dal tipo di didattica che si vuole realizzare. Il classico libro di testo è però una risposta sorprendentemente valida e resistente a questo problema. Le fotocopie, inoltre, hanno dato una flessibilità nuova ai materiali cartacei (sembra che i sostenitori delle soluzioni elettroniche non abbiano mai sentito parlare di fotocopie, o non abbiano mai visto un recente quaderno di prima elementare…), mentre le risorse disponibili in rete sono già ampiamente utilizzate. Insomma, non siamo certo in un mondo fatto di bianco e di nero.
 
Il convegno comunque per me è stato anche anche l’occasione di provare finalmente a twittare in diretta tra altre persone che facevano lo stesso. Grazie all’hashtag #scuoladigitale un buon numero di partecipanti ha potuto scambiarsi al volo sintesi e giudizi: una sintesi è stata messa in linea da @mediadigger. Anche da questo punto di vista, la giornata è stata estremamente istruttiva.
 

martedì 5 novembre 2013

Okrent, In the land of invented languages

 
 
Arika Okrent, In the land of invented languages
In the land of invented languages si è rivelato un compagno di viaggio divertente e utile – anche in vista della presentazione su Licklider che ho fatto la settimana scorsa. Il libro di Arika Okrent (Spiegel & Grau, 2009; attualmente €8,36 per la versione su Kindle), infatti, è un raro esempio di testo divulgativo che riesce a fornire elementi nuovi anche agli addetti ai lavori, oltre che un quadro d’assieme.
 
L’argomento del libro è la creazione di lingue artificiali, dal Medioevo a oggi. La prima parte di questo percorso è stata già coperta da testi classici, a cominciare da La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea di Umberto Eco, e qui le novità sono ovviamente poche. Si parte infatti dalla Lingua ignota di Hildegarda di Bingen, si transita per tutti i meravigliosi tentativi seicenteschi di produrre inventari delle idee e creare lingue filosofiche, si passa da Leibniz e si arriva…
 
Beh, non si arriva da nessuna parte, perché il discorso cambia. Constatata l’impossibilità di realizzare lingue filosoficamente perfette, capaci di descrivere in modo oggettivo la realtà, tra Sette e Ottocento le persone serie abbandonano l’impresa. Nel corso dell’Ottocento invece i casi di successo nella creazione di lingue artificiali sono ispirati da un’idea nuova: migliorare la comprensione tra i popoli. L’idea è che una lingua semplice e nuova, che non favorisce un gruppo particolare di parlanti, possa essere un contributo alla pace mondiale, e l’esperanto di Zamenhof è ancora oggi il caso di maggior successo in questo settore.
 
Tutto questo è ben descritto nel libro. Il punto però in cui la trattazione eccelle e risulta anche nuova è il Novecento e l’inizio del nuovo millennio. In cui fiorenti comunità di esperantisti convivono con nuovi tentativi di creare lingue filosofiche, mentre prosperano – ed è la maggiore novità degli ultimi anni – lingue create unicamente per scopi estetici e per divertimento, a cominciare da quelle prodotte da Tolkien al servizio dei suoi libri (o viceversa). Il sottotitolo del libro è quindi una buona sintesi di ciò che si trova negli ultimi capitoli: Esperanto Rock Stars, Klingon Poets, Loglan Lovers, and the Mad Dreamers Who Tried to Build A Perfect Language.
 
Nel complesso, la componente informativa di In the land of invented languages mi sembra molto solida, anche se io sento la mancanza di una vera e propria bibliografia di riferimento (e ha scopi poco più che illustrativi la presenza di una lista di 500 linguaggi inventati, che sono stati scelti a campione e su cui non viene fornito nessun dettaglio). La componente di intrattenimento è fornita dal fatto che l’autrice è andata per esempio a incontrare le persone che parlano, o provano a parlare, in lojban, o in klingon, cercando di capire le motivazioni che stanno dietro ai singoli e alle relative comunità. Ottenendo anche, nel corso delle ricerche, un certificato di primo livello di conoscenza del klingon, come è riportato sul sito web dedicato al libro, dove è possibile leggere qualche capitolo di prova. Insomma, a me è capitato non solo di imparare qualcosa (che finora non avevo trovato da nessun’altra parte) sul blissymbolics o sul lojban, ma anche di divertirmi in viaggio.
 

mercoledì 30 ottobre 2013

A Parigi con Licklider

 
 
La locandina di HaPoC all'Ecole Normale Superieure
In questi giorni sono a Parigi per partecipare al convegno HaPoC – History and Philosophy of Computing. La partecipazione non solo da parte italiana, ma anche solo da parte pisana (e dintorni) è sorprendentemente entusiasta… sono presenti anche Fabio Gadducci, Giovanni Cignoni ed Elisabetta Mori, che hanno fatto due ottimi interventi sulla storia dell’informatica in Italia.
 
Io invece ho parlato del lavoro di J. C. R. Licklider, e in particolare del suo libro Libraries of the Future (1965), che mi sembra la prima descrizione dettagliata di un progetto di sistema informatico destinato non solo ad archiviare, ma anche ad elaborare la conoscenza umana depositata in libri e articoli scientifici. Un ringraziamento particolare in proposito va ad Elisa Bianchi e Simona Turbanti, che gentilmente mi hanno fornito indicazioni molto utili sul rapporto tra il progetto di Licklider e le attuali tecnologie del web semantico (in particolare RDF e OWL).
 
Come mai sono ritornato fino a Licklider? Beh, negli ultimi anni mi sto interessando molto alla storia dell’informatica perché presenta molti sistemi di interazione che negli anni sono stati abbandonati a favore di un modello molto ristretto. Adesso si può sperimentare con maggiore libertà – anche dal punto di vista dell’hardware – ma mi sembra che ci sia una scarsa produzione di concetti veramente nuovi… tornare indietro può essere illuminante.
 
D’altra parte, nel caso di Licklider uno dei concetti di base non è, ahimè, recuperabile, perché si basa su un percorso di ricerca che non ha compiuto progressi significativi: l’analisi del linguaggio naturale. La speranza espressa dall’autore era che, semplicemente, fosse possibile tradurre con facilità un testo dall’inglese tecnico a un “unambiguous English” elaborabile in automatico. O meglio, gli esseri umani avrebbero potuto scrivere direttamente in “unambiguous English” oppure tradurre in questa lingua (facendosi aiutare da computer e controllando poi la traduzione con gli autori del testo originale… Licklider si spinge fino a stimare che un articolo di dieci pagine avrebbe potuto essere controllato attraverso una riunione lunga solo un’ora!).
 
Naturalmente il problema qui è alla radice. Il linguaggio umano, incluso quello dei testi tecnici, non può essere facilmente trasformato in linguaggio formalizzato. Le ambiguità sono frequentissime e scioglierle formalmente richiede uno sforzo enorme – e a occhio molto superiore, nella maggior parte dei casi, ai vantaggi che si possono avere da una traduzione su cui le macchine possono lavorare. Stato di cose che viene confermato, su un altro versante, dall’impossibilità pratica per gli esseri umani di parlare lingue molto formalizzate, a cominciare dal lojban.
 

giovedì 24 ottobre 2013

Da Córdoba a Buenos Aires

 
 
La Manzana Jesuítica a Córdoba
Dei miei spostamenti in Sudamerica, l’unico aspetto che non mi è piaciuto è stato il poco tempo libero. Non ho avuto modo di fare il turista tradizionale, insomma; neanche in posti come il Perù, dove in poche ore di macchina si entra in un mondo diverso... credo!... e dove difficilmente capita di andare per altri motivi.
 
Oh, beh. Cose normali quando si viaggia per lavoro, e la giornata trascorsa a Córdoba è stata in compenso molto interessante. In buona parte, grazie alla gentilezza del dottor Cesare Vaccani dell’Istituto Italiano di Cultura, che mi ha cortesemente accompagnato negli spostamenti e anche a un piacevolissimo intermezzo con il Console Marco Matacotta Cordella e con il tenore Gianluca Zampieri, impegnato nell’Otello per le celebrazioni verdiane.
 
Il mio programma prevedeva due presentazioni, entrambe sull’italiano del web. La prima era alla Scuola Dante Alighieri, ed era rivolta soprattutto agli insegnanti (che comprendono anche studenti e laureati ICoN). La seconda era alla Facultad de Lenguas dell’Universitad Nacional, dove sono rimasto piacevolmente sorpreso dall’alto livello degli studenti – che hanno mostrato una conoscenza molto sofisticata della lingua.

Illuminazioni notturne a Córdoba

Il giorno dopo, valicando i 700 km di distanza grazie alle Aerolíneas Argentinas, mi sono spostato da Córdoba a Buenos Aires e sono stato accolto all’Istituto Italiano di Cultura dalla Direttrice, Maria Mazza, e dal Dirigente dell’ufficio scolastico Vittorio Dragonetti, oltre che da Marco Marica e Dora Pentimalli. La sala della presentazione era quasi monumentale, e il pubblico variato ma molto interessato. Anche a Buenos Aires sono poi presenti studenti e laureati ICoN!
 
Stamattina, tuttavia, mezza giornata libera me la sono ritrovata (la seconda in due settimane). Ne ho approfittato per andare a piedi lungo la calle Florida fino alla Casa Rosada e alla Plaza de Mayo: centro di molti telegiornali della mia adolescenza, e ancora oggi centro di molte proteste contro il governo. È più piccola di come me l’ero immaginata...

A passeggio per calle Florida

Il percorso è stato anche l’occasione di vedere da vicino le contraddizioni dell’Argentina di oggi. Che è un paese in crescita economica, ma con pesantissimi controlli sull’economia e molti canali di aggiramento: l’importazione di beni e servizi è difficile e il tasso di cambio ufficiale è ben lontano da quello reale. Al punto che la calle Florida in alcuni tratti sembra un curioso incrocio tra un coro e un mercato, con decine di persone che gridano “cambio! cambio!” ai passanti.
 
Ma le contraddizioni assumono anche forme decisamente peggiori. Arrivando dall’Aeroparque Jorge Newbery in centro, per esempio, si costeggia una delle grandi baraccopoli (“Villas miserias”) di Buenos Aires, la Villa 31. Il contrasto con l’aspetto europeo dei quartieri principali non potrebbe essere più marcato.
 
Nel pomeriggio, comunque, ho avuto la fortuna di poter visitare anche la Scuola Cristoforo Colombo, grazie alla professoressa Renata Bruschi, e di parlare con il Preside Olmi. Anche in questo caso la struttura si è rivelata di ottimo livello… qui mi si vede di passaggio nei corridoi delle elementari:


Scuola Cristoforo Colombo a Buenos Aires

Alla fine ho concluso il soggiorno con una visita a una delle “librerie più belle del mondo”, o almeno delle più spettacolari: la Grand Splendor della catena Ateneo, in Avenida Santa Fe. Sistemata in un cinema ristrutturato, è un posto in cui ci si può sistemare con tutta calma a leggere in una poltrona su un palchetto, o al tavolino del bar interno. Io ne ho approfittato alla grande, anche se i prezzi ufficiali rendono gli acquisti poco convenienti.


Bene, questo è tutto. Domani mattina mi aspetta un lungo volo sull’Atlantico. L’Argentina è invitata a non piangere per me! Anche perché spero di ritornare presto, e con un po’ più di calma.
 

martedì 22 ottobre 2013

Il possente Paraná

 
 
Il monumento alla Bandiera argentinaRosario, terza città dell’Argentina, si stende sulla sponda destra del Río Paraná. Il centro abitato è stato per lungo tempo separato dal fiume dalle infrastrutture portuali e dal muro che le circondava; negli ultimi anni, però, il porto è stato spostato a monte e l’area che occupava è oggi diventata un passeggio popolare. Il che, come mi è stato spiegato, ha cambiato molto il rapporto tra Rosario e il suo fiume.
 
Anche il principale punto di riferimento della città, il monumento alla Bandiera argentina (usata qui per la prima volta), non solo sorge sulla riva ma dedica al Paraná un’imponente statua. All’interno della struttura, una solenne citazione avverte che “La bandera que alzóse / en el Rosario / del argentino es gloria / o es sudario”. Pochi passi più avanti, il monumento agli ultimi per cui è stata sudario: i caduti nelle Falkland.
 
In un contesto meno malinconico, invece, sabato mattina ho partecipato alla conclusione del corso di aggiornamento per docenti La lingua italiana di oggi nella didattica L2 organizzato dal Consolato Generale d’Italia a Rosario e da ICoN. La sede era la sezione storica del Consolato, in una bellissima casa signorile d’inizio Novecento. Il Console Giuseppe D’Agosto ha consegnato i diplomi e io ho finalmente avuto la possibilità di conoscere di persona i corsisti e altri studenti o laureati ICoN. Ma, soprattutto, Marcello Garbati, il dirigente scolastico che ha organizzato il corso e che mi gentilmente accompagnato, assieme a sua moglie, in giro per Rosario. E Loredana Cappai, lettrice MAE, che ha gestito ottimamente gli appuntamenti in presenza. Più diverse docenti e corsiste. L’accoglienza è stata splendida e amichevolissima!

La mia presentazione a Rosario

A fine cerimonia ho fatto una presentazione complessiva delle attività del Consorzio. Va detto però che l’evento è stato quasi imbarazzante, per tutte le lodi che sono state espresse nei confronti sia del corso sia di ICoN in generale! L’attività che abbiamo svolto, a quel che sembra, viene incontro a un’esigenza precisa e molto sentita, soprattutto in un momento in cui i tagli costringono a ridurre il numero di formatori inviati direttamente dall’Italia. L’Argentina sta vivendo un periodo di grande crescita economica, ma al tempo stesso ha bloccato o reso difficili molte importazioni – a cominciare da quella di libri e materiali didattici. Aver realizzato un’attività di aggiornamento a basso costo ha permesso senz’altro di migliorare l’offerta nel settore in un momento complicato.
 
La domenica, invece, mi sono ritrovato con la mattina libera, in attesa della partenza per Córdoba. Il Paranà scende dal Brasile, attraversa il Paraguay e arriva a Rosario con un colore marroncino non particolarmente invitante, ma la sua sponda sinistra è del tutto disabitata, o meglio, è fatta da un intrico di isole e canali che dà molto respiro al panorama urbano. Ho provato quindi innanzitutto a unirmi a una delle escursioni che partono dall’Estacion Fluvial, in centro, e permettono di rientrare in kayak (mezzo di trasporto che a me piace molto) passando appunto dai canali secondari. Mentre stavamo per imbarcarci, però, è arrivato un acquazzone niente male… escursione cancellata all’ultimo minuto!
 
Per recuperare lo smacco sono andato a passeggio sui lunghi viali che costeggiano appunto il Paranà. E, man mano che il cielo si rischiarava, mi è venuta un’idea: perché non andare a fare il bagno? In fin dei conti Rosario ha un po’ di spiagge attrezzate dove si può appoggiare lo zaino in ragionevole sicurezza.

Praticamente Baywatch

Così alla fine ho preso un taxi e sono andato al Balneario La Florida, poco prima del Ponte de la Vitoria. Ingresso, cambio, tuffo. Una corda a pochi metri dalla riva isola l’area in cui si può fare il bagno e io ne ho approfittato. Lo spettacolo non era male, perché davanti al bagnante passa una bella sezione del commercio mondiale: grandi navi mercantili risalgono vuote il fiume e navi altrettanto grandi lo discendono, cariche di soia, pronte a sfamare la Cina. Il fondo, certo, era una fanghiglia, e l’acqua non particolarmente invitante, ma dal punto di vista di chi ha nuotato nel Gange a Varanasi… Soddisfatto, mi sono messo a sguazzare tra le onde. Nemmeno troppo fredde, a dire il vero. Del resto il fiume scende dal Brasile, e dai Tropici.
 
Poi rientro in centro, aggirando lo stadio dove orde di tifosi stavano convergendo per la partita Central Rosario – Newell’s. E fermata alla stazione degli autobus, in attesa del primo servizio “semicama” per Córdoba. Sei ore di autobus, e pronto per la prossima.
 

sabato 19 ottobre 2013

In volo sulle Ande

 

Niente male, lo ammetto...
Un po’ me l’aspettavo, ma il panorama che si vede volando tra l’estuario della Plata e il Perù è spettacolare, ed è stato nel suo assieme una delle sorprese più belle del viaggio. Volo TACA all’andata (da Montevideo) e al ritorno (a Buenos Aires, con due ore e passa di ritardo, ahimè).
 
Non tanto per la sezione uruguayana e argentina, ovviamente, che è ravvivata solo dall’intricata rete fluviale che fa capo al Paranà e che è una serie di affluenti tortuosi, lagune e meandri. Per il resto, il panorama di questa tratta è fatto solo di pianura: piattissima e ricoperta di campi. Che diventano sempre più grandi man mano che ci si allontana dalla costa.
 
Sul Paranà

Poi i campi iniziano a diventare più gialli e di colpo, andando verso Lima, il paesaggio cambia. Inizia la zona della Cordigliera, che rimane in vista per più di metà viaggio. L’aereo, se ho visto bene, taglia attraverso le montagne e i deserti del Cile settentrionale, con vulcani coperti di neve che dominano laghi e paesaggi di dune.

Che pianeta è?


Pochi i segni di abitazione umana. Ogni tanto una strada, o una grande miniera. In qualche caso, un minuscolo rettangolo di campi che è l’unica cosa verde in un paesaggio marziano. Alla fine si arriva sul deserto costiero del Perù, con le dune a due passi dal mare.

La costa del Perù a sud di Lima

E poi si atterra sotto il cielo grigio di Lima… o, al ritorno, se ne riparte per sbucare a vedere il sole.

venerdì 18 ottobre 2013

En caso de TSUNAMI

 
 
E in fretta...
Lima è un posto molto curioso, dal punto di vista geografico. Intanto, uno se la immagina in montagna: idea che, ho scoperto, è molto diffusa. E invece Lima è sul mare, anzi, per la precisione, sull’Oceano Pacifico, che guarda dall’alto di una trentina di metri di scarpata. La strada dall’aeroporto a Miraflores passa lungo le spiagge, che al momento sono coinvolte da grandi lavori destinati a trasformarle in parco.
 
Parco con passerelle, però. Lima è zona di terremoti e dalle spiagge parte un sistema di vie di fuga destinato a facilitare l’evacuazione “en caso de tsunami”. L’Oceano Pacifico, grigio e freddo, attende lì davanti, e devo dire che ha un aspetto un po’ inquietante, nonostante i surfisti fiduciosi.
 
Grigio? Freddo? Ma Lima non è ai Tropici? Sì, lo è, ma il suo microclima è sorprendente, e ben descritto nella relativa voce di Wikipedia. Per tutto il mio soggiorno è stata coperta dalla coltre grigia che la ricopre quasi tutto l’anno. Lima non vede quasi mai il sole, e le temperature possono essere molto basse, anche se non arrivano allo zero: di sicuro, anche con giacchetta e maglioncino, andando in giro la notte il freddo e l’umido si sentivano. In più, non piove praticamente mai (ogni tanto arriva qualche gocciolina isolata), e le case sono quindi sprovviste di tetto, oppure hanno tetti più ornamentali che altro, privi di grondaie. Ah, e, dimenticavo: la città è in pratica collocata in un deserto (freddo), completo di dune di sabbia, che si vede dall’aereo e si intravede nei pendii desolati delle colline più vicine al centro.
 
In questo scenario un po’ desolante, l’accoglienza all’Istituto Italiano di Cultura è stata in compenso molto calorosa! In particolare da parte dell’attuale direttore, l’Addetto culturale Stefano Cerrato (qui sotto siamo in posa semiufficiale in uno dei cortili dell’IIC), e di sua moglie Elena; ma anche da parte del coordinatore di corsi di lingua Giampaolo Molisina, laureato ICoN, e della lettrice MAE Maria Antonietta Tamburello. Grazie a tutti!
 
Cortile dell'IIC Lima

L’Istituto Italiano di Cultura di Lima è noto nel settore per un motivo molto preciso: in tutta la rete degli IIC, è quello che ha il maggior numero di iscrizioni ai corsi di lingua (oltre diecimila). Questo successo, come mi è stato spiegato, è in parte dovuto al fatto che le università peruviane richiedono agli studenti la conoscenza di più lingue straniere ma non organizzano corsi. In compenso, riconoscono i corsi di lingua sostenuti presso istituzioni come l’IIC, e gli ultimi direttori hanno utilizzato l’occasione per arrivare al record assoluto.
 
L’IIC del resto è una struttura anche fisicamente imponente, che ospita al proprio interno, oltre alle aule necessarie per i corsi, anche una scuola italiana e l’appena ristrutturato Teatro Pirandello, uno dei principali teatri di Lima. Da lì siamo partiti ieri per andare all’Universitad de San Marcos, dove ho raccontato le esperienze di ICoN nel settore della formazione via Internet. Argomento che oggi suscita, come si dice, “vivo interesse”, e che in effetti ha prodotto anche parecchie domande da parte del pubblico.

La Plaza de Armas di Lima
 
Unico rimpianto: il non essere riuscito, in due giorni di corsa, a vedere molto di Lima. Solo una puntata nella Plaza de Armas al momento del cambio della guardia, che marcia al passo dell’oca con la musica dei Carmina Burana di sottofondo… e una puntata di corsa al Museo Larco, di cui parlerò, spero, più avanti.
 

giovedì 17 ottobre 2013

Alpha Centauri

 
 
Piazza Indipendenza a Montevideo
Il mio primo soggiorno in Argentina è stato rapidissimo. Arrivato in albergo a notte, alle sei e un quarto sono ripartito per andare a prendere il traghetto Buquebus per Montevideo.
 
Devo dire che mi aspettavo qualcosa di più lento e tradizionale. Invece il servizio diretto tra Buenos Aires e Montevideo impiega una nave nuovissima, terminata a inizio 2013 dai cantieri di Hobart in Tasmania e immediatamente battezzata Francisco, con tanto di foto del Papa all’ingresso.
 
Devo dire poi che, tra i suoi molti lati positivi, il ventunesimo secolo ha anche questo: produce mezzi di trasporto comodissimi e pulitissimi. Cioè, voglio dire, all’imbarco del Francisco i passeggeri vengono obbligati a mettersi soprascarpe in plastica leggera, per non sporcare la moquette! E, tra bar e cromature, io ci ho messo un po’, a capire che non ero più nel terminal ma già a bordo.
 
Lo spirito dei tempi ha anche qualche controindicazione, beninteso. Che gli spazi siano divisi, e solo i passeggeri delle sale di classe superiore abbiano diritto a finestroni panoramici, non sorprende. Però è frustrante che non si possa in nessun modo uscire all’esterno della nave – anche se immagino sia una cosa ragionevole, visto che il traghetto fila ad alta velocità, lasciandosi dietro due spruzzi niente male. Ma la cosa più sorprendente è che metà battello è occupata da un duty-free in perfetto stile aeroporto, che apre un quarto d’ora dopo la partenza e chiude un quarto d’ora prima dell’arrivo…
A bordo del Francisco

Dopo tre ore di tragitto sulle acque calme del Rio de la Plata, comunque, il duty-free chiude appunto i battenti e il battello ormeggia. All’attracco uruguayano è venuto gentilmente a prendermi Michele Gialdroni, addetto reggente dell’Istituto Italiano di Cultura di Montevideo. Sosta in albergo, pranzo, e poi visita all’Istituto stesso. Che è decisamente bello, collocato com’è in un edificio primo Novecento, parzialmente ristrutturato e già sede della Nunziatura apostolica. Io me ne innamoro immediatamente. Anche perché all’Istituto sono tutti gentilissimi.
Ingresso dell'IIC Montevideo

Approfitto di un po’ di pausa nel pomeriggio per risistemare la mia presentazione e fare due passi lungo il primo tratto delle Ramblas, la lunghissima passeggiata che parte dal centro di Montevideo e prosegue per decine di chilometri lungo il Rio. L’estuario ha un aspetto più da lago che da fiume, e in effetti le acque sono dolci, non salate… anzi, visto che sono un tipo diffidente, scendo a una spiaggetta e le assaggio. OK, dolci!
 
Naturalmente, però, il punto chiave della serata per me è la mia presentazione sull’italiano del web. Il pubblico è folto: in buona parte studenti dei corsi dell’Istituto. La discussione è vivace, le domande pertinenti… ottimo segno. Faccio anche un’intervista per un giornale locale.
 
All’uscita, il cielo notturno non lascia vedere molte stelle. Però anche nella foschia da città di mare balza all’occhio Venere, luminosissima in mezzo a costellazioni che non avevo mai visto. A poca distanza da Venere c’è una stella brillante che non riesco a identificare. Un rapido controllo su Distant Suns: toh, è Alpha Centauri…
 
Eh, però. La stella più vicina alla Terra: sempre citata, mai vista di persona. La facevo meno luminosa. Più bassa all’orizzonte dovrebbe esserci anche la Croce del Sud, che però nella foschia non si vede. Si vede in compenso la luna, rovesciata! Benvenuto nell’emisfero sud.

Giardini della Scuola Italiana di Montevideo

Il 16: nuova presentazione alla Scuola Italiana, in un bellissimo complesso nel verde a una ventina di chilometri dal centro. Mi accompagna la signora Galeotti, e facciamo anche una lunga e interessante discussione in taxi sulla linguistica storica. A sentirmi parlare ci sono i ragazzi degli ultimi due anni di scuola superiore, e io faccio una presentazione di taglio più divulgativo sull’italiano di oggi. Gli studenti mi sembrano molto convinti delle potenzialità della lingua! Poi incontri di lavoro, e preparativi per ripartire. La mia fermata uruguayana è stata breve ma intensa.
 

giovedì 10 ottobre 2013

Dal Serra alla Sierra (e ritorno)

 
 
Bandiera argentina - foto di lu6fpj
Domani inizia per me un mese intenso di presentazioni & spostamenti. Due continenti, cinque paesi, aerei di vario tipo, traghetti, bus e treni…
 
Si comincia domani con l’Internet Festival qui a Pisa. All’interno della manifestazione, venerdì 11 terrò un seminario dedicato a L’italiano del web (Palazzo dei Congressi, dalle 11 alle 13, all’interno di una sezione chiamata “T-Tour 4 Experts”). Dopodiché, parto per la Settimana della lingua italiana nel mondo, e dintorni, con destinazione l’America meridionale.
 
Per prima cosa, volo transatlantico fino a Buenos Aires. Poi traghetto sul Rio de la Plata: lunedì 14 alle 19 terrò una conferenza su L’italiano del web all’Istituto Italiano di Cultura di Montevideo in Uruguay. Martedì 15, alle 10, sarò invece alla Scuola Italiana, sempre a Montevideo, a parlare de L’italiano di oggi.
 
Giovedì 17 alle 15, dopo aver attraversato in volo mezzo continente, su invito dell’Istituto Italiano di Cultura di Lima, in Perù, parlerò di Università digitali  all’Universidad Nacional Mayor de San Marcos di Lima (Facultad de Letras y Ciencias Humanas).
 
Dopo il Perù rientrerò in Argentina, e lì mi fermerò fino al ritorno in Europa. Sabato 19, per prima cosa, sarò a Rosario la mattina per assistere alla conclusione del corso di aggiornamento su La lingua italiana di oggi nella didattica L2 organizzato da ICoN in collaborazione con il Consolato generale d’Italia a Rosario.
 
Lunedì 21 sarò invece a Còrdoba, a parlare de L’italiano del web in due distinte occasioni, per eventi organizzati dall’Istituto Italiano di Cultura di Còrdoba: alle 11 presso la Scuola Paritaria “Dante Alighieri” e alle 17,30 presso la Facoltà di Lingue dell’Università Nazionale.
 
Il giorno dopo, martedì 22, sarò a Buenos Aires a fare una conferenza sullo stesso tema all’Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires (alle 18.30).
 
Poi, rientrerò in Europa. Ma sarà ancora in movimento, perché il pomeriggio del 29 presenterò alla conferenza HaPoC (History and Philosphy of Computing) alla Normale di Parigi Back to the (Libraries of) the Future, un mio studio del modo in cui all’inizio degli anni Sessanta J. C. R. Licklider ha anticipato molti concetti del web semantico.
 
Infine, il 4 novembre inizierò a fare lezione per il corso di Linguistica italiana della triennale di Informatica umanistica qui a Pisa.
 
Sembra una corsa allo sfinimento? Senz’altro! Spero però sia anche una serie di esperienze interessanti…
 

lunedì 7 ottobre 2013

Diamond, Il mondo fino a ieri

 
 
Jared Diamond è l’autore di un importante libro sulla storia del mondo, Armi, acciaio e malattie. Il suo ultimo libro, che ho da poco ricevuto in graditissimo regalo nella recente traduzione italiana, si intitola Il mondo fino a ieri (Torino, Einaudi, 2013, pp. xiv + 504, ISBN 978-88-06-21452-4; titolo originale, The world until yesterday, 2012; traduzione di Anna Rusconi) e, come il precedente Collasso, contiene diverse cose interessanti ma non è altrettanto bello. Soprattutto, non è altrettanto significativo. Armi, acciaio e malattie presentava in modo intelligente e documentato un’idea ragionevole, definita e inedita sulla storia, sintetizzando con rara abilità dati provenienti da più campi disciplinari. Qui l’idea invece non c’è. A sostituirla, c’è una specie di spunto di discussione: “Che cosa possiamo imparare dalle società tradizionali?” (spoiler: non molto). Anche il livello dell’esposizione è stato poi molto abbassato, prendendo evidentemente come punto di riferimento un lettore statunitense e non molto istruito.
 
Beninteso, il libro è opera di una persona intelligente che non solo sa un sacco di cose, ma ha avuto diverse esperienze esotiche. Diamond ha trascorso lunghi periodi in Nuova Guinea, e ha una montagna di cose interessanti da raccontare in proposito. Una di queste è il suo quadretto iniziale con descrizione della folla nell’aeroporto di Port Moresby, che esibisce un rapporto recente ma del tutto disinvolto con la scrittura:
 
Nell’arco di un paio di generazioni, e della vita di molti dei presenti in quell’aeroporto, gli abitanti degli altipiani avevano imparato a scrivere, a usare il computer e ad andare in aereo. Forse alcuni di essi erano stati addirittura i primi della tribù ad alfabetizzarsi (p. 4)… Se a raccontarci com’è andata a finire non vi fosse la storia recente, forse saremmo qui a domandarci se è davvero possibile che una popolazione completamente digiuna di scrittura possa impadronirsene nell’arco di una sola generazione (p. 6).
 
Del resto, perché una società dovrebbe richiedere più di una generazione per far rientrare la scrittura (o una qualunque altra novità tecnologica) nelle proprie abitudini? Quanto tempo hanno impiegato le automobili o i cellulari per integrarsi nella cultura italiana? I singoli individui hanno i propri tempi e periodi di apprendimento, ma, appunto, nell’arco di una generazione viene assimilato tutto quel che c’era da assimilare.
 
Anche a prescindere dalle esperienze in Nuova Guinea, comunque, Diamond è ancora capace di sintetizzare con rara abilità dati disparati, da non-specialista che ha studiato le cose giuste e spesso riesce a dirle meglio degli specialisti. Per esempio, il capitolo decimo, di cui parlerò in dettaglio più avanti, è dedicato al plurilinguismo e condensa in due pagine (377-378, con qualche piccola svista) una delle migliori descrizioni del rapporto tra italiano e lingue romanze, e italiano e dialetti, che mi sia capitato di leggere di recente… anche se la mancanza di una bibliografia classica non mi permette di capire da dove siano state riprese le informazioni.
 
Il problema del libro è un altro: è che, appunto, lo spunto di discussione iniziale si ramifica in una serie di confronti a livello di capitolo, su argomenti ben poco collegati tra di loro. Tipo: come si gestiscono i conflitti nelle diverse società? Come si allevano i bambini? Come si trattano gli anziani? Come si gestiscono i pericoli? Come ci si prende cura della salute? Eccetera. E, ovviamente, su molti di questi punti le società tradizionali non possono fornire esempi a noi utili. Per esempio, abbandonare alla fame o agli animali della foresta gli anziani o i malati risolve in molti casi i problemi di gestione, ma la pratica, per quanto diffusa nelle società tradizionali, forse non va incoraggiata in quelle postindustriali…
 
Diamond alla fine qualche suggerimento lo ricava comunque: gestire i conflitti personali in modo meno burocratizzato, dare più indipendenza ai bambini, prestare maggiore attenzione alle lingue straniere. Inutile dire che i suggerimenti sono rivolti al pubblico americano, e che in due di questi casi, per esempio, la società italiana sembra molto più vicina di quella americana al modello tradizionale… senza che questo, temo, la renda migliore (la gestione dei bambini, d’altro canto, in Italia è oggi follia pura e sospetto che di questo stato di cose pagheremo a lungo le conseguenze nei prossimi decenni).
 
E il capitolo sulle lingue? Innanzitutto Diamond presenta in modo molto articolato e intelligente la situazione linguistica dell’Occidente e delle società tradizionali. Poi prende in esame due argomenti all’apparenza molto diversi: le conseguenze individuali della conoscenza di più lingue e la diffusione delle lingue minoritarie.
 
Per il primo argomento, il bilinguismo e il plurilinguismo sono molto diffusi in alcune società tradizionali, più di quanto non accada negli Stati Uniti. Diamond fa poi una sintesi di diversi studi recenti, che “non hanno dimostrato differenze cognitive generalizzate fra soggetti bilingui e monolingui” (p. 391), mentre i bilingui hanno ovviamente – come minimo – il vantaggio di conoscere più lingue. Qualche leggera differenza nello svolgimento di compiti d’altronde si manifesta, e alcuni studi mostrano, addirittura, che i bilingui sono più protetti dei monolingui nei confronti di malattie come l’Alzheimer.
 
Anche per la diffusione delle “lingue minoritarie” Diamond fa ricostruzioni su cui oggi c’è ampio accordo. Per esempio, considera a rischio tutte le lingue che non sono state adottate da uno stato-nazione: 192, o 70, a seconda del modo di calcolarle (p. 404). E poi pone una domanda: ha senso cercare di salvare le lingue minoritarie? Qui i due filoni accennati sopra si saldano, perché Diamond parte ricordando che, per quel che ne sappiamo, il bilinguismo non è un ostacolo allo sviluppo mentale, ma semmai un aiuto. Non è quindi necessario che tutta l’umanità parli la stessa lingua, perché l’esistenza di una lingua franca internazionale risolve i problemi di comunicazione senza produrre inconvenienti e, se è vero che le lingue possono anche essere un fattore di divisione, in realtà molte delle peggiori tragedie della storia recente si sono consumate all’interno di comunità che parlavano la stessa lingua.
 
Sì, ma perché fare un’azione positiva per salvare le lingue minoritarie? Diamond fornisce in proposito una serie di ragioni di varia solidità. Intanto, ripete l’argomentazione sull’aiuto del bilinguismo per lo sviluppo mentale e va bene. Poi si allarga parlando del bilinguismo come di un vero e proprio arricchimento della vita; e alla fine incomincia a esagerare (“Lingue diverse comportano poi vantaggi diversi, per esempio il fatto che certi concetti ed emozioni sono più facili da esprimere in una lingua che in un’altra”, p. 408), arrivando a tirar fuori perfino relitti come l’ipotesi Sapir-Whorf… Ritorna alla ragionevolezza spiegando che, poiché in una lingua “sono codificate una letteratura e una cultura, nonché un’enorme conoscenza”, perdere una lingua significa “perdere gran parte di quella letteratura, cultura e conoscenza”. Non solo una letteratura in traduzione è meno apprezzabile, ma esistono montagne di informazioni che non saranno mai “tradotte” usando metodi tradizionali – giusto per fare un esempio che mi ha toccato da vicino negli ultimi mesi, tutta la bibliografia di base sulla storia della stampa in Cina è in cinese, e rimarrebbe quindi inaccessibile nel caso (improbabile) di una perdita della lingua. Seguono considerazioni un po’ meno sensate, anzi, proprio strampalate, sul ruolo identitario delle lingue. Per esempio, Diamond si domanda se la Gran Bretagna si sarebbe opposta con vigore al nazismo nel 1940 se in tutta Europa l’unica lingua fosse stata il tedesco… Ehm… Che senso ha chiedersi una cosa del genere? O, meglio ancora, perché non capovolgere l’esempio e chiedersi se il nazismo avrebbe potuto anche solo esistere, se nel 1940 l’Europa fosse stata un continente in cui l’unica lingua fosse stata l’inglese?
 
Mi colpisce poi che in questa rassegna di argomenti a favore della conservazione delle lingue ne manchi uno specialistico, ma importante per i linguisti: la possibilità che alcune delle lingue oggi minacciate permettano di capire meglio la natura del linguaggio, visto che le lingue più diffuse rappresentano solo una piccola sezione della varietà linguistica umana. Ho già parlato per esempio di come Daniel Everett ritenga che il pirahã, lingua amazzonica usata da poco più di quattrocento individui, permetta di smentire alcune ipotesi oggi correnti sul linguaggio umano (che sia vero o no, è un altro discorso). Diamond peraltro conosce i lavori di Everett, e lo cita ripetutamente per altre questioni, ma lascia del tutto da parte le sue idee linguistiche.
 
Insomma, secondo me questo capitolo riproduce in piccolo i pregi e i difetti del libro: si affrontano troppi argomenti, e su alcuni di essi chiaramente l’autore non ha riflettuto a sufficienza.
 
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