venerdì 28 settembre 2012

Pechino

 
Pechino si presenta come una città imperiale. Il centro è fatto di immense architetture moderne, sovietiche o commerciali... e lascia la curiosa sensazione che la scala gigante sia già diventata stretta. Davanti a piazza Tien An Men, Quian Men Dajie è un viale con sei corsie in una direzione e sei nell’altra, ma l’ordinatissimo traffico (= tale sembra a chi viene da Ulaanbaatar) riempie tutto senza problemi, sotto una foschia continua.

  
Per l’alloggio mi è andata bene. La prenotazione alberghiera l’avevo fatta in fretta e furia a luglio, quando mi sono accorto che per il visto cinese era necessario dimostrare di avere un alloggio già prenotato. Mi sono fidato di Booking.com e mi sono ritrovato, a prezzo ragionevole, in un albergo sorprendentemente d’alto profilo a dieci minuti a piedi dall’ingresso della Città proibita. Questo si è rivelato un fattore chiave: dimensioni e distanze della città sono tali che ho dovuto ridimensionare tutte le aspettative di visita (“La mattina vedo la Città proibita, il pomeriggio faccio un salto al Tempio del Cielo...”; no, non funziona così). Comunque, il primo giorno sono arrivato giusto in tempo per la cerimonia dell’ammainabandiera in piazza e per vedere la zona di notte - spettacolare. Qui sotto, il Grande Timoniere, la maglietta di Arezzo Wave e io:



Un giorno intero poi è andato nella visita della Città proibita, che si è rivelata più interessante di quello che pensavo. Alcune architetture sono su vasta scala, altre sono decisamente più umane:
 


Il giorno successivo è andato nella visita alla Grande muraglia nella sua zona più restaurata e turistica, Badaling. Ho comunque camminato lì per diverse ore, un po’ tra la folla e un po’ quasi da solo. Anche qui, il panorama è spettacolare:
 
 
Impressioni? Una sera sono andato assieme a Claudio Poeta, addetto all’IIC di Pechino, a cenare e passeggiare attorno alla stazione della metropolitana di Tuanjiehu. La movida locale era ricca e assolutamente globalizzata, tra caffè di lusso e Apple Store, in mezzo a una selva di grattacieli. Le zone più povere sicuramente ci sono, ma sono poco visibili, perfino dal treno (che di solito è impietoso, in questi casi).
 
Quel che è visibile è il controllo. Polizia dappertutto, in ranghi ordinati: e, più che altrove, a Tien An Men: dove si entra solo passando perquisizioni e controlli. Particolarmente inquietanti i gruppi inquadrati di poliziotti che marciano al passo... con altri ragazzi coetanei, senza divisa, che li seguono altrettanto al passo. Immagino siano agenti in borghese che terminano il turno – boh!

 

martedì 25 settembre 2012

In Mongolia

La cosa più impressionante della Mongolia è il paesaggio. Anche Ulaanbaatar, però, è una città piuttosto strana. Moderna in quanto fondata dai mongoli solo nel Settecento, più che altro al servizio dei templi buddisti; “consolidata” poi in età sovietica, con casermoni e palazzi; e rifinita adesso attraverso uno strato di scintillanti grattacieli. Il centro di Ulaanbaatar oggi dà l’impressione di una città sostanzialmente globalizzata. Un contrasto tipico è quello il grattacielo Blue Sky sopra il tempio del Choijin Lama, una delle poche cose ottocentesche rimaste in piedi:
 
 
Certo, poi, al di là di pochi punti nel centro, le strade di Ulaanbaatar sono tutte una buca: gli autisti le percorrono quindi zigzagando di continuo, usando il volante con una mano sola e tenendo contemporaneamente in mano sigaretta e cellulare. Cosa curiosa, gli incidenti non sembrano rari (ne ho visto uno anch’io, nel mio breve soggiorno). Ma d’altra parte, ho visto che i mongoli usano sigaretta e cellulare anche quando vanno a cavallo, quindi direi che c’è una certa coerenza culturale...
 
All’arrivo, per prima cosa ho depositato i bagagli più ingombranti all’economico (US$ 13 a notte) ostello che avevo prenotato da tempo, e ho cercato di riallinearmi con la posta. Poi sono andato a recuperarmi il biglietto del treno Ulaanbaatar-Pechino in un’agenzia di viaggi alle spalle del centro di tutto, Piazza Sukhbaatar. Dopodiché, sono andato a passare due mezze giornate nel parco naturale di Terelj. Attrazione fondamentale del parco: il pernottamento in un tipico ger mongolo - in italiano, chissà perché, continuiamo a chiamarlo "Yurta":


 
Osservazione interessante: i ger sono imbottiti di feltro... ma sono freddi lo stesso! Io ho cercato di arrangiarmi con una stufetta a legna rivelatasi clamorosamente insufficiente (Terelj è a 1500 metri di quota). Beh, tutta esperienza! Il paesaggio, in compenso, era spettacolare, anche se forse più lungo la strada che a Terelj, che è una strana fusione di prateria mongola e valle alpina. Comunque ho fatto un paio di lunghe camminate nella zona, che è un po’ sciupata dai numerosi ger per turisti... ma, essendo ormai questa fine stagione, c’erano i ger ma non i turisti, per cui si stava bene lo stesso:

 
I mongoli che gestiscono i ger sono molto ospitali, anche se la comunicazione non è facile (pochissimi, ovviamente, parlano inglese):



D’altra parte, la prima cosa che ho visto, arrivando a Terelj: un uomo steso per terra, su un fianco, a occhi aperti. Pensavo stesse cercando di stasare un canalino di scolo, o qualcosa del genere. Invece l’autista si è messo a ridacchiare e ha spiegato: “Vodka”. A mezzogiorno? Eh, sì. I cespugli in zona mostrano tracce del passatempo nazionale. Tutte bottiglie di marca Gingiskhan:



Il giorno successivo: rientro a Ulaanbaatar, un po’ di turismo e qualche ora a gestire la posta arretrata. E poi, ripartenza per Pechino, su un treno carico di turisti e decisamente più lussuoso degli altri su cui ho fatto il viaggio. La carrozza ristorante ha offerto il pasto migliore del viaggio... anche se un po’ sciupato dal fatto che il capocameriere, il severo e avido Balgur, ha mostrato di essere un grande fan della canzonetta italiana. Attraversare il deserto del Gobi bevendo birra e ascoltando, nell’ordine, Felicità, Mamma Maria e L’italiano è stata un’esperienza... mh, diciamo “interessante”.

 
Poi nella notte, a Erlian, quattro ore di sosta, tra controlli passaporti e cambio delle ruote del treno. Dopodiché, siamo in Cina.
 

mercoledì 19 settembre 2012

Transmongolica

Tutto sommato il viaggio da Mosca a Ulaanbaatar è volato: i giorni sono cinque, ma quelli passati interamente sul treno sono stati solo tre, mentre da Mosca si parte alle 21.35 del primo giorno e a Ulaanbaatar si arriva alle 6.30 del quinto giorno.
 
A me è andato tutto splendidamente. Certo, la carrozza ristorante ha chiuso i battenti con un giorno di anticipo (forse avevano finito le scorte, o forse non avevano più voglia di cucinare), ma io mi ero previdentemente attrezzato con i famosi spaghettini cinesi che si cuociono semplicemente riempiendo di acqua bollente la loro ciotolina. Nutrimento fondamentale per chi viaggia su quella linea, visto che l’acqua bollente è disponibile in permanenza. Qualcosa in più, ma non molto, si riesce a raccattare ai banchetti sul marciapiede delle stazioni, oppure dalle venditrici irregolari che arrivano apposta:
 

Il viaggio in sé è andato benissimo: nel mio compartimento, dopo il primo giorno, c’era solo una coppia di ragazzi svedesi diretti anche loro a Pechino via Ulaanbaatar. Ho anche conosciuto un po’ di persone interessanti, tipo un mongolo buriate che, appena ha saputo che ero italiano, si è messo a parlarmi (in russo) di Gianni Rodari e di Cipollino:
 
Poi, viaggiando, c’è la possibilità di vedere l’alba sul lago Bajkal...
 
Il secondo giorno di viaggio è stato steppa. Il terzo, taiga. Il quarto, fino al confine con la Mongolia, territorio russo ma paesaggio già mongolo, e bellissimo. A parte l'occasionale ciminiera:


Domattina alle 6.30, partenza da Ulaanbaatar per Pechino. Si replica, ma stavolta si scende dopo una sola notte!
 

martedì 18 settembre 2012

Al Museo dei Cosmonauti


 
Ho visto Mosca sotto un sole spettacolare... Sembrava una bella giornata di maggio in Italia. Purtroppo era giorno di chiusura per il Cremlino (e il Mausoleo di Lenin era inaccessibile per lavori nella Piazza Rossa), ma mi sono rifatto in altro modo... Cattedrale di San Basilio, mura del Cremlino, biblioteca Lenin, Arbat e Museo dei Cosmonauti.

Ingresso: statua di Tsiolkowski e monumento ai Cosmonauti



  Interno: modello di tuta



giovedì 13 settembre 2012

domenica 9 settembre 2012

Ancora sull'architettura dell'italiano


Architettura dell'italiano: schema di Antonelli
L’anno scorso avevo parlato di una proposta di schema dell’architettura dell’italiano realizzata da Giuseppe Antonelli come aggiornamento di quella classica di Gaetano Berruto. Adesso Antonelli mi ha gentilmente inviato una versione aggiornata del suo schema, da lui proiettata durante il convegno SILFI di giugno a Helsinki (c’ero anch’io; è un peccato che a suo tempo non abbia potuto scriverne qui sul blog, perché l’evento era interessantissimo e in buona parte dedicato proprio all’italiano della comunicazione elettronica; forse recupererò più avanti...). Eccola qui a sinistra, ingrandibile.
 
Dalla mia prospettiva il punto più importante, oltre che il più innovativo, è l’“e-taliano” che ora compare in basso a sinistra. Questa, in effetti, mi sembra una delle domande più rilevanti cui si deve rispondere oggi, cercando di descrivere l’italiano: la scrittura elettronica è una varietà a parte? Di sicuro, mostra qualche caratteristica di “varietà”. In dettaglio, però, come funzionano le cose?
 
Beh, martedì mattina partirò per Hong Kong in treno: attraversando la Siberia o il deserto del Gobi, spero di avere tempo per rimuginare anche su questi problemi... (oltre che per mettermi avanti con lo studio del cinese).
 
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