lunedì 31 dicembre 2012

Papert, Mindstorms

 
Seymour Papert, Mindstorms
Nelle vacanze mi sono letto anche Mindstorms: children, computers, and powerful ideas di Seymour Papert (seconda edizione, New York, Basic Books, 1993, pp. xxi + 230, ISBN 978-0-465-04674-4; ne esiste anche una traduzione italiana del 1984). Sono però partito diffidente: un po’ perché l’edizione del 1993 ha tre terribili pagine di introduzione scritte da John Sculley nel 1993, un po’ perché la ristampa del 2012 che ho comprato su Amazon presenta alcune pagine in una stampa così distorta da darmi fastidio, un po’, e soprattutto, perché di sproloqui sul rapporto tra bambini e computer ne ho letti fin troppi, negli ultimi anni.
 
Sull’ultimo punto sono stato però lieto di constatare che i miei pregiudizi erano infondati. Il libro si colloca a una distanza stellare rispetto alla media dei discorsi su questo argomento, e racconta in modo intelligente esperienze complesse di didattica della matematica usando il linguaggio LOGO. Il testo originale è del 1980: l’edizione del 1993 lo presenta, se ho ben visto, immutato. I trenta e passa anni trascorsi dalla sua stesura non hanno però tolto molto al fascino del lavoro.
 
L’idea di base di Papert era molto semplice. Di fronte ai sistemi in cui “the computer is being used to program the child”, Papert proponeva una visione in cui “the child programs the computer and, in doing so, both acquires a sense of mastery over a piece of the most modern and powerful technology and establishes an intimate contact with some of the deepest ideas from science, from mathematics, and from the art of intellectual model building” (p. 5).
 
Non è difficile vedere il fascino di questa idea. Non è difficile però neanche vedere l’esito finale del confronto: le scuole oggi puntano meno a “programmare” il bambino, ma sono arrivate a questo risultato in modo indipendente dal computer. Nella stessa didattica della matematica, LOGO è ancora in vita in una varietà di forme, ma il suo ruolo e quello di sistemi simili sembra del tutto marginale.
 
Del resto, non è difficile neanche vedere le ragioni dietro a questi limiti. Per un’educazione costruttivista, nello stile di Piaget, il computer può infatti essere uno strumento didattico proteiforme… ma in molte situazioni semplicemente non ci sono motivi per privilegiarlo rispetto ad altri e più economici strumenti; mentre c’erano in passato, e ci sono tuttora anche nel nostro mondo così pieno di computer, moltissime situazioni in cui qualche dettaglio pratico rende preferibile usare un foglio di carta e una penna, piuttosto che un computer.
 
Insomma, rispetto allo scopo base dell’educazione il computer di Papert si rivela una versione un po’ aggiornata del torchio tipografico del metodo Freinet, seguito in Italia nel dopoguerra con successo da insegnanti straordinari come Mario Lodi. Più potente in alcuni punti, d’accordo, molto più limitata in altri.
 
Fin qui le cattive notizie. Ora le buone: in un contesto in cui la società è per fortuna andata nella strada descritta da Papert, ma senza usare troppo i computer, molte delle idee presentate nel libro sono ancora valide e sfruttabili. Certo, il nucleo è la matematica, e io non insegno matematica, ma alcune delle “idee potenti” presentate qui possono essere esportate senza problemi in altri settori – proprio in quanto idee applicabili ovunque. Papert parte del resto da un’idea di matematica affine a quella della lingua, e traccia paragoni tra l’apprendimento della matematica e quello di una lingua viva e di una lingua morta:
 
A living language is learned by speaking and does not need a teacher to verify and grade each sentence. A dead language requires constant “feedback” from a teacher. The activity known as “sums” performs this feedback function in school math. These absurd little repetitive exercises have only one merit: They are easy to grade. But this merit has bought them a firm place at the center of school math. In brief, I maintain that construction of school math is strongly influenced by what seemed to be teachable when math was taught as a “dead” subject, using the primitive, passive technologies of sticks and sand, chalk and blackboard, pencil and paper. The result was an intellectually incoherent set of topics that violates the most elementary mathetic principles of what makes certain material easy to learn and some almost impossible (pp. 52-53).
 
Di fronte a questo problema, dice Papert, la scuola può scegliere se usare i computer per insegnare la matematica nel vecchio modo, o approfittarne per riconfigurarla e insegnarla in modo più naturale, anche se meno legata al curriculum. La caratteristica più famosa del linguaggio LOGO è la sua possibilità di usarlo per controllare i movimenti di una “tartaruga” (meccanica o su schermo) capace di tracciare linee. In alcuni interessanti capitoli, Papert mostra come i bambini arrivino spontaneamente, attraverso la programmazione con LOGO, a riscoprire per conto proprio e interiorizzare alcune verità matematiche di alto livello, e a impadronirsi appunto di “idee potenti” tipo quella di scomporre problemi grossi in pezzi più piccoli o trovare soluzioni attraverso tentativi, errori e debugging. I concetti sono molto interessanti… e in alcuni casi, penso proprio che proverò ad applicarli nella pratica.
 

sabato 29 dicembre 2012

Censura e diritto d’autore nella Cina medievale

 
Sempre dal libro di Twitchett di cui ho già parlato, è interessante vedere alcuni paralleli tra le pratiche della Cina medievale e quelle della Cina contemporanea. Un capitolo (beh, tre pagine: 60-62) di notevole interesse è dedicato per esempio al rapporto tra The state and printing. La sintesi dell’autore è che, di fronte a una “enormous proliferation” di libri a stampa, durante la dinastia Sung (oggi di solito chiamata “Song”: 960-1279) il governo cinese fece “constant efforts to regulate publication”. In particolare:
 
The state attempted to maintain its own monopoly in some categories of literature. Calendars and astronomical o astrological charts, whose possession had been forbidden to commoners in the law codes since the seventh century, but for which nevertheless there was a brisk demand, were in Sung times printed by government agencies and sold at fixed prices, heavy penalties being imposed on private printers. Collections of state documents and legal works printed by private publishers were also repeatedly forbidden, but the prohibitions proved ineffective. National histories were also a government monopoly and strict laws forbade their export to neighbouring states whose rulers might use them as a source of intelligence.
 
Tuttavia, questi divieti si rivelavano regolarmente inefficaci, così come lo erano quelli contro l’esportazione di libri o quelli che tentavano di regolare la stampa di manuali per gli esami imperiali (incluse le “miniature editions that could easily be smuggled into the examination halls”).
 
D’altro canto, altri tipi di libro erano “strictly censored”. Per esempio, i testi taoisti, buddisti e manichei non ortodossi, ma anche le opere politiche di critica al governo, o quelle che potevano presentare informazioni militari sensibili, soprattutto riguarda alla difesa dei confini. Il primo editto formale sulla censura risale al 1009, mentre nel 1090 “the court issued a full set of regulations on the printing and circulation of books”, che in teoria prevedeva uno stretto controllo dei manoscritti destinati alla stampa. Tra il 1195 e il 1201 queste regole “were codified in a set of laws which allowed censorship not only for unorthodox ideas, but even on the grounds of unacceptable style”. I certificati di autorizzazione potevano poi includere informazioni molto precise sul numero di parole di cui era composto il testo, il numero di blocchi da usare nella stampa e il prezzo di vendita al dettaglio. Le continuità con il presente non sembrano poche…
 
Dal punto di vista tecnico, il controllo statale era facilitato dal fatto che, almeno per alcune opere, gli editori lavoravano usando matrici di proprietà del governo, conservate presso archivi appositi. Ma d’altra parte, aggiungo io, probabilmente il controllo era poco efficace anche perché la stampa cinese non richiedeva le costose e ingombranti attrezzature richieste dalla stampa occidentale.
 
D’altra parte, secondo Twitchett “the official imprimatur gradually developed ino a concept of the author’s and publisher’s rights in a book… the first book including a claim to copyright under government protection was printed in Szechwan between 1190 and 1194”. Ecco la riproduzione relativa, con la traduzione di Twitchett (p. 63):

La prima dichiarazione di diritto di copia?

Simili al meccanismo dei privilegi europei, dichiarazioni del genere a volte tutelavano anche l’autore contro “unauthorized abridgements and alterations of his text”. Rimasero rare in età Song, ma “the primitive idea of copyright survived into the Mongol period, though probably without the forse of law”. Tuttavia:
 
Copyright proved impossible to enforce, and during the Ming (1368-1644) the very concept disappeared, together with the practice of reviewing books before granting permission to publish. It was not to appear in China again until 1910, and even since then its status has proved very unsure.
 
In effetti, come può constatare chiunque giri per un mercato cinese (non troppo dissimile da un mercato italiano di qualche anno fa, del resto), le direttive contro la contraffazione sembrano ancora oggi emanate più che applicate – anche per il mercato interno:

Avviso in un mercato di Shanghai
 

venerdì 28 dicembre 2012

Che cosa si studia (per italiano) in prima elementare

Approfittando del rientro e dei giorni di festa ho riguardato con mia figlia i suoi quaderni di prima elementare dell’anno scorso (settembre 2011-giugno 2012). Partendo da quelli di italiano, naturalmente, che sono quelli che mi interessano di più. Ne avevo già parlato in un paio di post di inizio anno, dedicati rispettivamente allo stampato maiuscolo e allo stampato minuscolo, ma per me è utile anche riguardare il percorso nel suo complesso – che tra l’altro è stato decisamente positivo!

Quadernone a quadretti di un centimetro

L’anno scolastico è iniziato con un quadernone a quadretti da 1 cm. Il 15 settembre (mi sembra, ma la data non è chiara: forse era il 12 o il 13), i bambini hanno iniziato subito a scrivere in stampatello maiuscolo, copiando parole scritte alla lavagna o presentate in modo simile. Con il primo giorno è iniziato anche l’uso di separare le parole inserendo tra l’una e l’altra dei puntini che dovrebbero occupare un quadretto libero. Il sistema del puntino sarà poi mantenuto per tutto l’anno, anche dopo il passaggio allo stampatello minuscolo e al corsivo; in seconda, però, mi sembra che sia stato abbandonato fin dal primo giorno, in favore della normale separazione delle parole attraverso gli spazi.
 
Non c’è stato, comunque, nessun esercizio in cui si spiegasse come tracciare le diverse lettere in stampatello maiuscolo. Le insegnanti, penso, hanno dato per scontato che i bambini sapessero già farlo, oppure che potessero comunque farlo al volo. Nello stesso giorno è stato fatto anche un esercizio di copiatura di asticelle e curve, che però è stato ripetuto una sola volta, il 21 settembre: apparentemente questo è tutto ciò che resta delle “cornicine” della mia infanzia, e direi che è stato più che sufficiente.
 
Nello stesso giorno, i bambini hanno iniziato a fare esercizi sulla lettera A, copiando una filastrocca che aveva come protagonista l’Ape Ada e cerchiando di rosso nel testo le varie occorrenze della lettera A. Cerchiare di rosso le lettere di un determinato tipo sarà de resto l’esercizio fondamentale per tutti i primi mesi di scuola, assieme a quello che richiede di scrivere parole che iniziano con la lettera studiata in quel momento.
 
Il 22 settembre è iniziata la presentazione delle “vocali”: a, e, i, o, u. Nesuna traccia ovviamente, di distinzioni come quelle tra e e o aperte e chiuse, o tra i e u consonantiche e vocaliche. Né del resto più avanti ci sarà il minimo cenno a differenze come quelle tra le s e le z sorde e sonore: il programma ignora tutto ciò che non si riflette nella scrittura (e anche una parte di ciò che vi si riflette, come nel caso della distinzione tra accenti acuti e gravi).
 
Del resto, sui quaderni non c’è traccia nemmeno di esercizi sull’ordine alfabetico (anche se le lettere dell’alfabeto in stampato minuscolo introdotte l’11 gennaio saranno, appunto, in ordine alfabetico). Mia figlia in effetti adesso ha un’idea (incompleta) dell’ordine alfabetico, ma penso che ci sia arrivata solo per via indiretta, anche se il 23 febbraio è stato richiesto ai bambini di mettere in ordine alfabetico una lista di nomi propri e il 28 marzo ricomparirà una lista di nomi propri già inseriti in ordine alfabetico. La lacuna è un po’ sorprendente, ed è strettamente connessa anche a un’altra cosa che non è stata fatta: i nomi delle lettere. Anche in questo caso penso che la spinta di base sia quella a ignorare tutto ciò che non ha traccia diretta nella scrittura. A me sembra però che dare un nome ai segni grafici sia un ottimo modo per cominciare a capire che segni grafici e suoni sono due cose diverse (e che per esempio la lettera C può rappresentare suoni diversi in italiano, e suoni ancora diversi in inglese), e credo che approfitterò delle vacanze per riprendere questo punto!
 
Impostato il lavoro sulla A, comunque, il 18 settembre è iniziato il lavoro sulla lettera U (“Ape Ada vede l’uva…”). Il 3 ottobre è toccato poi alla E, il 6 alla U e il 12 alla O. Il 13 ottobre sono stati presentati alcuni esercizi sulla forma delle lettere (“strane letterine”) e sull’“orchestra delle vocali”, con combinazioni come AE, AI, AO, AU. Gli esercizi successivi sono stati poi di regola puramente grammaticali, anche se ogni tanto sono stati usati anche per presentare nozioni di matematica o di scienze e simili.
 
Il 19 ottobre i bambini sono passati alle consonanti, a partire dalla P (“Il pero di nonno Piero”, e così via). In aggiunta agli esercizi sulle iniziali e sulla cerchiatura già fatti per le vocali sono quindi comparsi quelli basati su combinazioni di consonante e vocale (PA, PE…) e in una fase successiva i “completa e poi leggi tante volte” (MA, ME, MI…). La M è stata introdotta il 26 ottobre. A novembre è toccato alla F (il 2), alla R (il 7), alla S (il 10), alla T (il 14), alla N (il 21), alla P (il 24) e alla L (il 28). A dicembre i bambini sono passati a fare la D (il 1), la V (il 7), la B (il 12) e la Z (il 15). Il 9 gennaio è stata introdotta la C, e lì il lavoro si è fermato, lasciando fuori H, G e Q. L’11 gennaio, infatti, è partito il lavoro con lo stampato minuscolo, con l’alfabeto italiano copiato per intero sul quaderno accanto alle corrispondenti lettere in stampato maiuscolo. Né qui né in nessun altro momento dell’anno i bambini hanno peraltro preso in considerazione le lettere “straniere”, anche se fin dall’inizio della scuola hanno iniziato a studiare inglese.
 
Il 12 gennaio le parole sono state scritte un po’ in stampato maiuscolo e un po’ in stampato minuscolo. Poi il quadernone con quadretti da 1 cm è stato abbandonato e i bambini hanno ricominciato il lavoro il 16 con un quadernone a quadretti da mezzo centimetro. La qualità dei caratteri in stampatello minuscolo che vedo sul quaderno mi sembra incredibilmente buona, per un tipo di carattere acquisito da un giorno all’altro!
 
Gli esercizi poi sono passati dal 16 a trattare ci e ce. Il 25 gennaio è toccato alla “q scontrosa” (che sta sempre con la u); il 30 ai “suoni difficili”, cioè alla combinazione di alcune consonanti occlusive (p, t, d) con r, cui il 2 febbraio sono state aggiunte anche le combinazioni di b, g, f e c con r, più il digramma ch- in “che” e “chi”.
 
Il 6 febbraio è iniziata la trattazione di altri aspetti della grammatica: “Oggi abbiamo scoperto che quando scriviamo le storie o leggiamo sul libro incontriamo delle parole che si possono DISEGNARE. Queste parole si chiamano NOMI.”
 
L’8 febbraio è stata presentata la lettera g, nelle combinazioni ga, go e gu. Il 9 febbraio è stato svolto l’unico esercizio di tutto l’anno in cui veniva chiesto di scrivere semplicemente file di lettere (p, b, d, q, s, z, c e g) in stampatello minuscolo.
 
Il 13 febbraio è stata introdotta la distinzione tra nomi comuni di persone, di animali e di cose.
 
Il 15 febbraio il lavoro è ritornato sulla scrittura, con la lettera g nelle combinazioni ge e gi, ed è stata fatta una presentazione parallela dei “suoni dolci” (ahimè) di ce, ci e di ge, gi. Non è stata fatta peraltro, nemmeno negli esempi, nessuna distinzione tra i casi in cui la i corrisponde effettivamente a una vocale (“girasoli”) e quelli in cui ha un semplice valore diacritico (“giardino”).Più o meno in quel periodo, in effetti, mia figlia ha cominciato a dire cose come “gì-ardino”, ma dopo qualche settimana mi sembra che la pronuncia corretta abbia prevalso senza strascichi.
 
Il 16 febbraio è stata presentata la lettera h, in qualità di “fatina muta, che da sola non ha suono”. Gli esempi di parole con h iniziale introdotti qui sono però tutti basati su parole straniere in cui spesso la h viene pronunciata anche dagli italiani: “hotel”, “hamburger” e così via. È stato invece spiegato a parte che “La lettera H trasforma il suono dolce di CI, CE, GI, GE, in suono duro”.
 
Mi sembra che in questo periodo l’esercizio principale fosse comunque il dettato, in varie forme.
 
Il 20 febbraio è stata introdotta la distinzione tra “uno” e “tanti”, e il 22 febbraio quella tra nomi comuni e nomi propri. Il 27 febbraio è stata presentata la lettera h in alcune forme del verbo “avere” e, per quanto riguarda i nomi, la distinzione tra singolare e plurale e quella tra maschile e femminile. Dopodiché, nella stessa giornata (piuttosto impegnativa) sono stati introdotti i caratteri a ed e in corsivo minuscolo. Da qui in poi il lavoro è proseguito sostanzialmente in corsivo, senza nessun tipo di esercizio, direi, dedicato al semplice tracciamento dei caratteri.
 
Il 29 febbraio è stato presentato il trigramma gli. Gli esempi proposti erano tutti corretti, ma nelle lezioni successive i casi di gli trigramma non sono stati distinti da quelli di gl + i vocalica.
 
Il 5 marzo è stato dedicato alla grafia della parola “acqua”, e il 7 alla “famiglia dell’acqua” (“acquaio”, “acquazzone”, eccetera).
 
Il 12 marzo è toccato al digramma -gn-. Il 15 marzo a -cu- e alle quattro “parole dispettose” che non vogliono la q (“scuola”, “cuore”, “cuoco”, “cuoio”), più “circuito” e “taccuino”. Il 19 marzo alla combinazione -sc- + a, o e u distinta da quella -sc- + e e i. Il 28 marzo sono stati proposti esercizi su sca, sco, scu, sci, sce, schi e sche, più, di nuovo, sulla differenza tra nomi comuni e nomi propri.
 
Per l’ortografia, il 2 aprile è stato illustrato l’uso di m davanti a b e p; l’11 aprile l’uso delle doppie e quello dell’apostrofo. Sempre l’11, a metà lezione, terminato il quadernone a quadretti piccoli il lavoro è proseguito sul quadernone a righe (di altezza diversa).
 
Il 12 aprile sono stati presentati i verbi, definiti come “le parola che rispondono alla domanda CHE COSA FA / FANNO?”
 
Il 16 aprile sono iniziati invece gli esercizi sull’accento, presentato nella forma a barchetta (“˘”), senza distinzioni tra acuto e grave. Nelle date, in questi giorni i bambini hanno cominciato anche a scrivere i giorni della settimana inserendo l’accento (che prima mancava).
 
Il 19 aprile sono stati presentati gli aggettivi qualificativi. Nei giorni successivi è stata approfondita la distinzione fra nomi, aggettivi qualificativi e verbi.
 
A maggio il ritmo delle informazioni grammaticali è stato molto rapido: il 2 sono stati presentati gli articoli, il 3 la frase minima, il 7 l’azione (e a chi la fa), il 9 le sillabe, il 14 la distinzione tra presente, passato e futuro nei tempi verbali, il 28 l’allungamento delle frasi minime, il 29 le forme coniugate del presente indicativo dei verbi “cantare” e “saltare” (introdotte, alla terza persona, dai pronomi tradizionale “egli” ed “essi”), il 31 l’ordine delle parole nella frase e l’uso dei segni di punteggiatura per concludere le frasi.
 
Il ritmo si è mantenuto anche nei giorni successivi: il 4 giugno è stata presentata la distinzione tra articoli determinativi e indeterminativi, il 7 quella tra punto e virgola. E poi sono cominciate le vacanze…
 

giovedì 27 dicembre 2012

Twitchett, Printing and publishing in Medieval China

 
Twitchett, Printing and publishing in Medieval China
Con Printing and publishing in Medieval China di Denis Twitchett (Frederic C. Beil, New York, 1983, pp. 94) ho fatto un primo tuffo nel mondo, appunto, dell’editoria cinese medievale. Il libro è in realtà un libretto: ridotto nel formato e nel numero delle pagine, e perdipiù abbondantemente illustrato, è “based on a talk given to the Wynkyn de Worde Society at Stationers’Hall London on 28 September 1977” (p. 6). Ragion per cui il tempo di lettura è minimo. Non importa: ciò che ne emerge è affascinante. Per chi si è occupato solo di editoria europea, è un piacere scoprire lunghe serie di somiglianze e differenze nel mondo dell’editoria cinese.
 
Una differenza base è data intanto dalla maggiore antichità. Giusto per riferirsi a due prodotti che si possono rimirare a pochi passi di distanza nella sala esposizione della British Library, tra la più antica stampa cinese datata, la Sutra del diamante dell’868, e la Bibbia di Gutenberg, probabilmente terminata nel 1455, passano quasi sei secoli. Inoltre, diversi esempi non datati di stampe cinesi risalgono probabilmente all’VIII secolo (pp. 13-14). Il margine di vantaggio, insomma, è notevole.
 
Certo, nel caso della stampa cinese c’è il grosso problema di individuare le origini di una pratica che ha forti continuità con altre. L’invenzione di Gutenberg si basava su diversi componenti molto originali: innanzitutto, i caratteri mobili in metallo; poi, un torchio capace di mettere in contatto forma e fogli con una rapida e potente strizzata dall’alto; e infine, un meccanismo a carrello per muovere il materiale. La stampa cinese invece non si distacca molto da pratiche come le “rubbings on paper” che, per i classici confuciani e altri testi incisi su pietra, si facevano già “by the early seventh century if not before” (p. 14), e che ancora vengono realizzate, per la gioia di appassionati di calligrafia e turisti, in posti come la Foresta di stele a Xi’an.
 
Le stampe cinesi classiche furono inoltre prodotte in sostanza da xilografie, incise in rilievo (oppure, “in rare cases”, da blocchi fatti in terracotta, corno o metallo: p. 68). Il meccanismo, a differenza di quello della stampa europea, era semplicissimo: “The printer inked the block with one end of double-headed brush, laid the paper on the inked face of the block, and took an impression by rubbing over the paper with the other end of his brush” (p. 70). I fogli prodotti in questo modo venivano raccolti in vario modo: in rotoli nei primi secoli della stampa, e successivamente in libri a fisarmonica, stampati da un lato solo, secondo un sistema rimasto stabile fino al Novecento (p. 68). Questo sistema permetteva tra l’altro una notevole flessibilità a tutti i livelli. Per esempio, permetteva di combinare facilmente testo e immagini (p. 86), ma anche di aggiungere o togliere “pagine” ai libri.

Pagina di un testo medico stampato nel 1211 (Twitchett, p. 41, riproduzione XII)
  
Per giunta, le matrici erano sorprendentemente resistenti: “blocks of some books cut in the seventeenth century were still being used in this century [nel Novecento]” (p. 85). In effetti, “once the block was cut it could be stored, and the book could remain ‘in print’ indefinitely” (p. 70), a differenza dei libri europei, in cui le costosissime matrici venivano di regola composte e scomposte al volo, per la stampa di ogni singolo fascicolo. Questo permetteva “an early form of that ‘printing on demand’ that we associate with modern techniques of reprography” (p. 85), basata anche sull’esistenza di enormi archivi statali da cui gli editori potevano prendere in prestito le matrici per una ristampa.
 
Contropartita di questa flessibilità era probabilmente un costo maggiore rispetto ai libri europei. Il confronto diretto è impossibile da fare, ma Twitchett fornisce a p. 64 alcuni esempi, mostrando che alcuni libri costavano quanto lo stipendio mensile di un funzionario di medio livello.
 
Anche con questo limite, però, la stampa aveva una notevole diffusione, così come l’avevano le tecniche precedenti: se già in epoca Tang “manuscript copies of texts, popular poems and rubbings of stone inscriptions were on sale in the markets of the great cities” (p. 17), nel IX secolo i poeti potevano lamentarsi per il fatto che le proprie opera venivano stampate abusivamente. E nello stesso periodo si diffondevano le stampe di manuali e compiti modello da prepararsi per gli esami imperiali… non male, considerato che in Italia era il tempo dei Dagoberti e degli Agilulfi. “Printing immediately multiplied the available supply of books, and in the course of the next two or three centuries transformed the whole business of publishing and bookselling” (p. 17).
 
Una svolta importante, e una differenziazione vistosa rispetto agli esiti dell’editoria occidentale, venne nel X secolo, all’epoca delle Cinque dinastie, quando la stampa divenne faccenda di Stato:
 
From 925 to 934 one of these dynasties temporarily gained control of Szechwan, and two of its ministers, Feng Tao and Li Yu, were so impressed by a print edition of the Wen hsuan, the most famous of all literary anthologies, which had been produced by a Shu minister called Wu Chao-I, that they decided to produce in wood-block printed form a standard orthodox edition of the entire canon of Confucian Scriptural writings. The preparation and editing of this huge work was overseen by the National Academy at Loyang, and the enterprise progressed slowly under four successive brief dynasties until in 952 the completed printing was presented to the emperor, and copies of the various classics were put on sale. Sad to relate, this, the world’s major printing project, ended with charges of embezzlement against its director, T’ien Min. But these were hurriedly hushed up. Meanwhile, in Szechwan the kingdom of Shu, independent once again, was publishing its own rival standard version of the Confucian canon, which based its text on a standard recension of the canonical works engraved on stone in their capital Ch’eng-tu between 944 and 951” (p. 31).
 
La stampa dei classici rimase un monopolio di Stato fino al 1064 (p. 32), e anche in seguito vennero prodotti imponenti progetti pubblici di sistemazione testuale e di edizione – in aggiunta alle versioni di riferimento in pietra che oggi si possono vedere a Xi’an e in altre parti della Cina. Ma, assieme ai testi di riferimento, alle banconote, alle edizioni dei canoni buddisti e taoisti, venivano pubblicati a stampa anche testi con destinazione molto diversa: dai calendari alle enciclopedie popolari, dalla poesia alla narrativa. Il tutto in un mercato di cui “we know tantalizingly little” (p. 52).
 

lunedì 24 dicembre 2012

Bibliografia sulla storia della stampa in Cina

 
Banconota cinese del XIII secolo (Wikipedia, voce History of printing in East Asia)
Batti e ribatti, più passa il tempo più mi sembra che la conoscenza storica, “umanistica” rimanga ancora lo strumento più potente per capire il mondo umano. Non l’unico, per carità, ma se si cerca di capire per esempio come potrà evolversi il rapporto con le informazioni nei prossimi decenni, non è dalla matematica né dalle neuroscienze né tantomeno dalle improvvisazioni dei giornalisti che si potranno avere illuminazioni significative.
 
Ora, i miei rapidi passaggi in Cina sono anche stati un’occasione per riapprezzare quanto poco corrisponda alla realtà l’idea secondo cui il medium è il messaggio. La stampa è stata la causa della nascita del pensiero scientifico e della modernità? Beh, forse. O forse no. Tanto per dirne una, in Cina la stampa è stata inventata molto prima che in Occidente, ma ciò non ha prodotto alcuna rivoluzione scientifica.
 
Però forse questo era dovuto a limiti della tecnica di stampa cinese… cioè, la stampa in Cina è rimasta una curiosità, e poco altro? Direi proprio di no. Però, è difficile dimostrarlo, perché di stampa medievale in Cina si sa, ancora oggi, incredibilmente poco. Sulla stampa in Occidente abbiamo ottime informazioni sul numero di libri pubblicati, sulle tirature, sui tipi di opera pubblicati, sui margini di guadagno dei tipografi, sul numero di persone coinvolte, eccetera. Sulla Cina, io ho notevoli difficoltà a trovare qualcosa di simile! La lingua è ovviamente il principale ostacolo alla ricerca – ma va tenuto conto del fatto che la ricerca umanistica in Cina non ha tenuto il passo con quanto avvenuto in Occidente. Idee come “bibliografie”, “note” e “rinvio alle fonti” sembrano ancora estranee alla costruzione della ricerca storica cinese (ma forse questo è semplicemente un problema mio…), e senza questi punti di partenza è difficile fare lavori approfonditi – il che tra l’altro contribuisce a far capire quanto il lavoro umanistico delle università occidentali sia prezioso e al tempo stesso tutt’altro che inevitabile…
 
Vabbè. Torniamo al punto di partenza, e cioè a quello della ricerca bibliografica. Che è un esercizio interessante di per sé, perché, per farmi un’idea di un argomento di cui in partenza non so nulla, devo partire proprio dagli strumenti di base. In particolare, le enciclopedie. E, poiché siamo ormai in periodo di vacanze, andare in biblioteca è escluso, e mi restano solo le enciclopedie online. Dove, tra le fonti corrispondenti a pubblicazioni tradizionali, né la Britannica né la Treccani forniscono, mi sembra, indicazioni per letture di approfondimento. Lo stesso vale per Wikipedia in lingua italiana, che presenta solo poche righe di informazioni all’interno della voce Stampa.
 
Un po’ meglio vanno le cose per Wikipedia in lingua inglese, che sull’argomento dispone di una voce dedicata; anche qui, però, la bibliografia di riferimento è ridottissima. Include un libretto piuttosto interessante di Denis Twitchett, Printing and publishing in Medieval China, di cui spero di parlare tra poco, ma le vere opere di riferimento sembrano solo due:
 
1. Thomas Frances Carter, The invention of printing in China, and its spread westward del 1925 (!), nella versione riveduta nel 1955 (!) da L. Carrington Goodrich.
 
2. Un po’ più aggiornato (1985), il volume di Tsuen-Hsuin Tsien su Paper and Printing, parte 5.1 della monumentale serie Science and Civilization in China iniziata da Joseph Needham.
 
Quest’ultimo per fortuna è leggibile come “anteprima” anche su Google Books, e spero di poter dire tra breve qualcosa di più in proposito (per fortuna, poi, ce n’è una copia disponibile presso la Biblioteca di Storia e Filosofia qui a Pisa).
 
Mancano però lavori più recenti, e mancano anche (e soprattutto, dal mio punto di vista) lavori dedicati alle conseguenze sociali della stampa e della lettura. L’equivalente, insomma, di quello che libri come La rivoluzione inavvertita di Elizabeth Eisenstein (1979) sono stati per la storia della stampa e dell’editoria in Occidente. Sembrano potenzialmente interessanti alcuni testi che ho trovato cercando su Amazon, e cioè:
 
  • Kai-Wing Chow (2007), Publishing, culture, and power in Early Modern China
  • Joseph P. McDermott (2006), A social history of the Chinese book: books and literati culture in Late Imperial China
  • A cura di Cynthia J. Brokaw e Kai-Wing Chow (2005), Printing and book culture in Late Imperial China
  • Lucille Chia (2003), Printing for profit: the commercial publishers of Jianyang, Fujian (11th-17th Centuries)
 
Mi chiedo però se mi stia sfuggendo qualcosa di importante, e soprattutto se questi siano testi che vale la pena leggere!
 

venerdì 21 dicembre 2012

L’italiano in Asia

 
Vetrina di ristorante a Ulaanbaatar
Martedì sono rientrato a Pisa. E al rientro è inevitabile la tentazione di fare un po’ di bilanci: personali, d’accordo, ma anche un po’ più generali.
 
Partiamo da questi ultimi, e da quelli collegati più direttamente al mio lavoro. Girando per l’Asia, che impressione si ha dell’italiano?
 
Intanto, c’è un punto di partenza non scontato: il prestigio dell’Italia, o almeno di molte cose italiane, continua a essere altissimo ovunque. Certo, nell’ultima settimana, con lo svilupparsi degli eventi politici mi è stato inflitto il solito tormentone di risate e prese in giro che, credo, tutti gli italiani all’estero conoscono bene. Ma per quanto la politica italiana sia impresentabile, vita, produzione, cucina e cultura continuano a essere un punto di riferimento. E direi che la situazione è simile in diverse parti dell’Asia: Cina, Hong Kong, Indonesia, Mongolia…
 
A livello di vita quotidiana, a Hong Kong ma non solo, in qualunque bar / ristorante di tipo “occidentale” si finisce per parlare italiano... in un certo senso. Io personalmente andavo avanti, a ora di pranzo, con “One marocchino grande, one ciabatta with mozzarella and pesto”, o giù di lì. In posti in cui il caffè è Illy, la macchina dell’espresso Cimbali, l’acqua Panna, e via dicendo. Naturalmente, nessuno sa davvero parlare italiano, ma queste parole fuori contesto sono sorprendentemente diffuse e numerose.
 
Anche nei supermercati e simili parecchie cose di prestigio, non solo nell’alimentare, si presentano vistosamente in italiano. Prodotti italiani, marchi italiani, istruzioni in italiano sbandierate e in bella vista… Forse è una distorsione percettiva, ma facendo la spesa a Hong Kong mi sembrava spesso che, dopo l’inglese e il cinese, la terza lingua più in vista sugli scaffali fosse regolarmente l’italiano. Il confronto con il francese, il tedesco o lo spagnolo, insomma, è come minimo alla pari!
 
Questo non vuol dire che la percezione dell’italiano sia universale. Un direttore di IIC mi ha confessato la propria frustrazione nell’andare a fare presentazioni a studenti e sentirsi chiedere cose tipo “ma in Italia che lingua si parla?” (ipotesi più diffuse: l’inglese o lo spagnolo). Del resto, in Asia è diffusa l’idea che la “lingua europea” sia l’inglese, e gli “europei” a volte ricevono proposte di insegnare l’inglese in quanto si dà per scontato che siano “docenti madrelingua”, indipendentemente dalla provenienza effettiva. Certo, sempre lingue indoeuropee sono, e tra le lingue di cultura la differenza poi è più ridotta di quel che di solito si pensa, ma…
 

mercoledì 19 dicembre 2012

Coevoluzione

 
La pittura cinese dipinge in modo sorprendentemente realistico il paesaggio cinese.
 
Le bacchette cinesi sono un ottimo sistema per mangiare il cibo cinese.
 
La scrittura cinese è un ottimo sistema per trascrivere la lingua cinese.

 

lunedì 17 dicembre 2012

Un salto a Macao

 
Sto facendo gli ultimi bagagli per il rientro (devo partire per l’aeroporto nel giro di dieci minuti…), ma ieri almeno sono riuscito ad andare a Macao e concludere in bellezza il mio soggiorno.
 
Beh, “in bellezza” forse è eccessivo: Macao è stata sommersa negli ultimi anni da cemento, alberghi a tema, casinò e grattacieli; tutte cose che a loro volta sono il prodotto della presenza di un’infinità di turisti cinesi. A differenza di Giacarta, qui un discreto centro storico è rimasto, ma non c’è molta speranza di atmosfere da Europa meridionale, caffè e tavolini all’aperto. Diciamo che il centro storico ha più o meno l’aspetto che avrebbe Corso Italia a Pisa se alla sua estremità sud si aprisse, per una strana contorsione della geografia, una fermata della metropolitana di Guangzhou. Per di più, tra alberi di Natale e sotto un sole estivo-tropicaleggiante:
 

Non sono rimasto troppo impressionato nemmeno dal monumento più famoso di Macao, la facciata barocca della chiesa di San Paolo. Carina, d’accordo, e con qualche tocco cinese-gesuitico (tipo il dragone dell’Apocalisse in facciata, con un po’ di caratteri cinesi di contorno), ma non poi così straordinaria. Anche se fotografata da un milione di turisti al giorno, penso.
 

Molto meglio la Fortaleza do Monte, subito sopra. Che è anche lo sfondo di uno dei miei episodi storici preferiti, da queste parti, raccontato anche da Carlo Maria Cipolla in Vele e cannoni… quello in cui nel 1622 il gesuita milanese Giovanni da Rho divenne il “Salvatore di Macao”, sbaragliando quasi da solo la forza d’invasione olandese che cercava di prendere la città. Meccanico e matematico, Giovanni da Rho aveva preso con scrupolo, pare, le distanze di tiro. E quando il carro che portava le munizioni olandesi passò davanti a una fontana che serviva da punto di riferimento, il prudente gesuita tirò la sua cannonata e lo fece saltare in aria, assieme a buona parte della colonna nemica. I cannoni in esposizione sulla Fortaleza sono ovviamente molto più tardi (anche se che alcuni cannoni fusi dai gesuiti a inizio Seicento furono impiegati dall’esercito cinese ancora durante la prima guerra dell’oppio, a metà Ottocento), ma l’atmosfera è quella – a parte i grattacieli di sfondo, cioè:
 

La fortezza contiene oggi anche un discreto museo divulgativo; e al momento, anche una notevole mostra sulla cartografia cinese realizzata da un altro gesuita di inizio Seicento, Michele Ruggieri. I materiali sono in buona parte prestati dall’archivio di stato di Roma, ed è stata una bellissima rimpatriata.
 
Ma anche questa minibiblioteca di strada è stata una graditissima sorpresa:

 

venerdì 14 dicembre 2012

Shanghai


A Shanghai, attorno all’appuntamento all’Istituto Italiano di Cultura sono riuscito a piazzare un programma di visite niente male. Innanzitutto, la sera dell’arrivo, cena al sofisticato 100th Century Restaurant, al novantunesimo piano di uno del grattacielo (per ora) più alto della città. Devo ammettere che la vista dalle finestre non era male:
 

Prezzo della cena: una trentina di euro, che nell’Italia del nord oggi probabilmente se ne vanno per pizza, birra e dessert in qualche scalcinato ristorante fuori mano. Ma in generale, la zona di grattacieli di Pudong è abbastanza impressionante:

Pudong
 
Due giorni dopo, da grande appassionato di treni ho speso un’altra decina di euro per fare il viaggio di andata e ritorno sul maglev per l’aeroporto. In effetti, andare a 430 km/h su un treno a levitazione magnetica non è male! Un altro pezzetto di futuro che è già qui.
 

E per completare l’esperienza, una visita alla casa natale di James G. Ballard, oggi pretenzioso ristorante:
 

Tanto pretenzioso che per pranzare davvero sono andato un paio di porte più in là, in un posto cinese in cui ti portano l’acqua bollente in una caldaia di rame, e i clienti cuociono direttamente lì dentro quello che hanno ordinato (prezzo, stavolta, € 6):
 

Più, alla fine, controllo passaporti in stazione e imbarco sul treno notturno per Hong Kong. Che, anche se “Hard sleeper”, si rivelerà in realtà comodissimo. Siamo alle ultime battute della mia trasferta…
 

giovedì 13 dicembre 2012

I Dodici Classici in pietra


Tra l’uno e l’altro Istituto Italiano di Cultura, tra Pechino e Shanghai, ho fatto anche una deviazione turistica a Xi’an. Città che è famosa nel mondo perché a due passi c’è l’Esercito di terracotta, che naturalmente sono andato anch’io a vedere:
 
Esercito di terracotta, pozzo 1

Però a Xi’an avevo anche un obiettivo diverso: di nuovo un Tempio di Confucio, come quello di Pechino, ma stavolta uno che è stato ribattezzato col nome, pomposo eppure adeguato, di “Foresta di stele”. Il tempio ospita infatti una grande raccolta di iscrizioni tra cui è particolarmente famosa la Stele nestoriana, testimonianza della diffusione del Cristianesimo in Cina nell’alto Medioevo.
 
A me, nella raccolta del museo, interessava invece soprattutto un monumento meno spettacolare, ma di notevole estensione: i Dodici Classici confuciani in pietra. Vale a dire, una raccolta di tavole che l’imperatore Wenzong fece incidere nell’837 per conservare una versione di riferimento delle opere confuciane canoniche, per un totale, leggo, di 650.000 caratteri. La raccolta di Xi’an oggi rappresenta, se ho ben capito, la più antica trascrizione su pietra di queste opere arrivata fino a noi – altre più antiche sopravvivono solo in frammenti, mentre altre edizioni complete sono più tarde (come quella di epoca manciù, che purtroppo non ho potuto vedere, ospitata appunto nel Tempio di Confucio a Pechino).

Una sezione dei Classici

Un terremoto ha provocato la distruzione di qualche tavola nel Cinquecento, ma le parti danneggiate furono ricreate già all’epoca da uno dei calligrafi più famosi del periodo Ming. Nell’assieme, una testimonianza incredibile di un modo di gestire i problemi di corruzione dei testi che non ha avuto uguali in Occidente, e che tra l’altro permette la duplicazione su fogli di carta attraverso il semplice strofinamento!
 
Nella Foresta di Stele, queste tavole sono ospitate in modo ordinato ma anonimo all’interno di uno dei grandi padiglioni del Tempio, sotto lastre di vetro. Io ho passato una mattinata intera a camminare lì in mezzo e a guardare tavole che per me, ahimè, sono illeggibili come testo, ma in compenso sono piene di caratteri familiari, visto che questo aspetto della scrittura cinese è cambiato ben poco negli ultimi millenni:
 
Autoritratto con caratteri

A seguire: due passi per le strade di Xi’an. Città il cui centro è ancora circondato dalle mura di epoca Ming, anche se poi l’interno è stato trasformato dalla solita colata di cemento e, oggi, da uno strato superficiale di boutique e caffè. Xi’an però ha più vita e più carattere, direi, di molte altre città cinesi:

Per strada a Xi'an

Ha anche un sorprendente quartiere islamico, con una Grande Moschea in stile cinese:
 
La Grande Moschea di Xi'an

… e poi, di nuovo in treno. In direzione del mare, questa volta, e di Shanghai.
 

mercoledì 12 dicembre 2012

Watkins, The young & the digital


Due settimane fa ho parlato di Hanging out, messing around, and geeking out come di un’importante ricerca sul modo in cui i giovani americani usano davvero i mezzi di comunicazione elettronica. Un libro recente di S. Craig Watkins, The young & the digital: what the migration to social-network sites, games, and anytime, anywhere media means for our future (Boston, Beacon Press, 2009, pp. xxi + 249, ISBN 978-0-8070-6193-0, preso alla solita Pao Yue-Kong Library) non arriva allo stesso livello, ma forse proprio per questo è in grado di fornire un’immagine ragionevole di ciò che le persone competenti oggi sanno sull’argomento.
 
Yes, it is true that the social Web has become a place where young people spend a great deal of their leisure time. Even so, the social Web has not become a substitute for face-to-face interactions. Our findings are consistent with those of other researchers: young people use the Web as a tool to engage and maintain real-world friendships and connections. In other words, use of the Web is a way to fortify rather than forfeit their off-line relationships (p. 60).
 
Anche su molte altre cose non si va poi oltre il buon senso. Proprio per questo, però, è interessante notare ciò che qui non si dice a proposito di uno dei punti più vistosi nella vita dei giovani, cioè il rapporto tra nuove tecnologie e didattica. Il punto è che, semplicemente, non si parla di questo rapporto (se non in pamphlet del tutto scollegati dalla realtà) perché è marginale.

Certo, le nuove tecnologie influenzano in qualche punto la vita scolastica. Per esempio, permettono agli studenti di scambiarsi più facilmente osservazioni sui compiti; oppure creano situazioni in cui i genitori, che vogliono che i figli abbiano il telefono anche a scuola, si oppongono agli insegnanti, che si oppongono (pp. 177-180 in particolare). Ma tutto ciò mi sembra rappresenti in sostanza solo episodi di contorno, se non proprio folklore. L’apprendimento di molte discipline, dalla letteratura alla matematica, rimane fuori dal discorso di Watkins perché, banalmente, non è influenzato dal fatto che gli studenti siano in continuo contatto tra di loro o no. Si ha un bell’usare iPhone e sistemi di messaggeria istantanea: la scomposizione dei polinomi o si impara rimuginando su un testo scritto e su qualche esempio o non si impara, e l’unica differenza è che i suggerimenti dei compagni adesso sono più facili da ottenere. Che questo produca effetti significativi, però, mi sembra difficile da dimostrare!
 
Non sorprendentemente, Watkins insiste poi in diversi punti sui rischi del multitasking e della perdita di attenzione. Qui c’è una base solida per i discorsi (cioè, gli innumerevoli studi che hanno mostrato – cosa sorprendente! – che, quando si cerca di fare più di una cosa allo stesso tempo, la qualità del lavoro cala). Però, anche in questo caso, essendo l’apprendimento delle “materie scolastiche” il risultato di meccanismi mentali e sociali molto complessi, sembra difficile dimostrare alcunché. I risultati dei test PISA, per esempio, non mostrano grande correlazione tra calo o crescita delle competenze e diffusione dei nuovi media.
 

martedì 11 dicembre 2012

Ritorno a Pechino


Nel viaggio della scorsa settimana, la prima tappa è stata Guangzhou. Cioè la vecchia Canton, dove speravo di fare un giro in centro e vedere magari gli scavi del mausoleo del regno di Yue… e invece mi sono ritrovato a girellare tutto il tempo sull’isola di Shamian, ex sede delle concessioni francesi e inglesi. In pratica, un pezzetto di Lungosenna parigino trapiantato sul Fiume delle Perle e pieno di cosplayer (!) e di turisti cinesi che si fotografano davanti a una vera folla di statue moderne che rappresentano vari momenti di storia della città. Per esempio, un gruppo famoso mostra l’evoluzione della donna cinese, culminante negli hot pants e nell’uso del cellulare, ma anche questa non è male…
 
Statua a Shamian

E poi notte, per una volta tanto da solo, in uno scompartimento di lusso. O che perlomeno doveva essere di lusso verso il 1984, e probabilmente trasportava notabili di partito ai congressi… Io ci faccio una splendida dormita, ma il giorno dopo la Cina del nord, fuori dai finestrini, è tutta una parete grigia. Nebbia, nuvole basse, alberi spogli, case dello stesso grigio di cui è fatto il cielo. Ogni tanto c’è una chiazza di arancione: cachi. Oppure una chiazza di rosso: caratteri cinesi sui muri.
 
Il giorno dopo, in compenso, Pechino è avvolta dal gelo ma il sole è smagliante. Ne approfitto per andare, subito prima di un appuntamento di lavoro, a visitare il Tempio del Cielo. Il vento gelido dopo un po’ mi blocca le dita, e non riesco nemmeno più a scattare foto… tempo di trovarsi dei guanti! E di rimettere la sciarpa! Hong Kong è molto lontana, decisamente.
 
Al Tempio del Cielo, al riparo dal vento

Ma l’esperienza culturale più interessante viene il giorno dopo, a fine pomeriggio: quando vado a visitare il Tempio di Confucio. All’interno, subito dopo l’ingresso, sono conservate le lapidi che riportano i nomi dei vincitori degli esami imperiali per l’amministrazione. Migliaia e migliaia, a testimoniare una buona fetta di un meccanismo che, nato quando i barbari avevano appena abbattuto l'Impero Romano, funzionò regolarmente fino al 1904:
Iscrizioni con i nomi dei vincitori degli esami imperiali
 
Al confronto, tutti i nostri test d’ingresso e gli italianissimi “concorsi” sono gli ultimi arrivati. Anzi, il sistema europeo, che in buona parte ha preso forma solo dopo la Rivoluzione Francese, è probabilmente stato plasmato a imitazione del sistema di esami cinese, che come minimo viene spesso citato dai riformatori. Ma su questo sarebbe utile un approfondimento!

D’altra parte, il museo di storia di Hong Kong ha fatto pochi mesi fa un’esposizione sul tema, e ha anche lasciato in linea una mostra virtuale. Ma, ahimè, essendo quest’ultima impostata su “ambienti virtuali” da navigare in 3D, è in pratica inutilizzabile e illeggibile...
 

lunedì 10 dicembre 2012

Fuori dalla censura


Ieri pomeriggio sono ritornato a Hong Kong dal mio viaggio cinese. Splendida esperienza, fatta ovviamente tutta in treno: Canton, Pechino, Xi’an, Shanghai. Però…
 
... però la prima cosa che ho fatto al rientro è stata ricollegarmi con il mondo. Stare in Cina vuol dire vivere in un mondo drasticamente limitato dalla censura su Internet. Niente Facebook. Niente accesso a questo blog (i blog sono evidentemente pericolosi...). Accesso limitatissimo a Google: mi è toccato usare Bing come motore di ricerca, e non aggiungo altro. Ah, e niente accesso al mio amato New York Times, perché qualche settimana fa ha pubblicato un servizio sugli affari della famiglia di Wen Jiabao, e da allora è bloccato.
 
Sì, sono disponibili alcuni sistemi per aggirare quello che in inglese, con un giochino di parole, si chiama il Great Firewall of China. Però ci vuole, a quel che ho visto, tempo e pazienza – e non ho avuto la preveggenza di pensarci prima. E poi non funzionano sempre…
 
Bene, adesso sono di nuovo nella libera Hong Kong. D’accordo, anche qui c’è qualche rigirìo sospetto in più, rispetto all’Italia, e i filtri bloccano per esempio diversi siti porno e assimilabili, ma non sfiorano certo i miei strumenti normali di lavoro, informazione e comunicazione. E per prima cosa, al rientro mi sono quindi fatto una bella girata generale di aggiornamento. Un po’ scottato da questa esperienza di censura: certo, nulla che non sia ben noto, ma un conto è sentirne parlare, un conto provarla direttamente sulla pelle.
 

venerdì 30 novembre 2012

Sport autunnali


Foto di Michal Švarný
Anche a Hong Kong è arrivato il freddo; in senso relativo, naturalmente… e, visto che domani partirò per Pechino (massima prevista: quattro gradi sopra lo zero; minima prevista: quattro gradi sotto lo zero), sono acutamente consapevole di quanto sia mite la stagione, qui al sud.
 
Comunque, finito il tempo delle nuotate domenicali, per fortuna è iniziato quello delle escursioni e delle camminate. Il 17 di novembre sono andato con un gruppo di colleghi (MULTI e non MULTI) a fare un po’ di kayak a nei Nuovi Territori. Ci vuole un’ora di metropolitana e un doppio tragitto in autobus, ma ne vale la pena, perché si arriva in una baia quasi completamente vuota. I cellulari non prendono più neanche il segnale di Hong Kong, ma solo quello cinese… Noi comunque ci siamo divertiti a saltellare per qualche ora di spiaggia in spiaggia, su un mare mosso quel tanto che bastava a richiedere un po’ di impegno. Nel complesso, una discreta soddisfazione!
 
Foto di Michal Švarný

La settimana dopo, con un altro gruppo, sono invece andato a fare una camminata nel sentiero “Dragon Back” sopra la spiaggia di Shek O, sull’isola di Hong Kong – ma dal lato opposto, rispetto ai grattacieli di Central. Niente male, anche se in mezzo a vento, nuvole e pioggia:
 

E poi… E poi ormai sono agli sgoccioli, con la mia permanenza! Al rientro dalla Cina, sarà già ora di preparare i bagagli e di margine per escursioni ne rimarrà, temo, ben poco. Nel frattempo, comunque, meglio non accennare alle mie brevi esperienze al chiuso, con lo squash…
 

mercoledì 28 novembre 2012

La lettura e gli schermi ad alta densità


Droid HTC: foto di Alex Washburn da Wired, licenza CC
Per decenni si è parlato della dimensione dei pixel come di uno dei fattori che rendono la lettura su schermo più lenta rispetto alla lettura su carta. È davvero così? E questo continua a essere un problema?
 
Alla prima domanda la risposta è ufficiale: sì, è davvero così. Tutti citano il dato dichiarato da Jakob Nielsen nel 2000 nel suo famoso libro Web usability: la lettura su schermo è più lenta del 25 % rispetto a quella su carta (p. 101 della traduzione italiana pubblicata da Apogeo). In realtà, le conclusioni delle ricerche sono decisamente più sfumate, come ha mostrato pochi anni dopo Andrew Dillon nel secondo capitolo del suo Designing usable electronic texts (che mi sembra ancora la migliore sintesi in materia). In ogni caso, l’anno scorso ho provato a fare diverse misure di velocità di lettura con gli studenti del corso di Linguistica italiana II a Pisa, e i risultati venuti fuori sono stati molto difficili da interpretare.
 
Di sicuro, le ricerche fatte finora sembrano confermare due punti: 
  1. forse la lettura su schermo non è più lenta… però di sicuro non è più veloce. 
  2. non sembra sia una questione di abitudine, ma una questione di meccanismi fisici e mentali profondi 
Comunque, per la presentazione che ho fatto la settimana scorsa, ho fatto anche una rassegna del panorama tecnologico. Che, proprio negli ultimi due anni, ha visto una piccola rivoluzione: per la prima volta alcuni schermi offrono immagini di una densità paragonabile a quella della stampa su carta. Le unità di misura sono diverse, ma diciamo, per semplicità, che da decenni le stampanti individuali possono stampare con una densità di 300 punti per pollice. Fino a tempi recenti, la densità di riferimento degli schermi di computer era invece di soli 72 pixel per pollice, o PPI. Il mercato degli smartphone è stato però il punto di partenza per un drastico cambiamento: nel 2010 Apple ha introdotto sull’iPhone 4 (e sulla corrispondente generazione di iPod Touch) uno schermo con densità di 326 PPI. Con una buona mossa pubblicitaria, ha inoltre chiamato questo genere di schermi “Retina display”, dichiarando che su di essi l’utente normale, a normale distanza dagli occhi, non riesce a vedere i singoli pixel. Il discorso non è del tutto vero, ma il punto chiave è che nella percezione della qualità da parte dei lettori, come si sa da decenni, i 300 PPI sono una soglia importante.
 
Col tempo, Apple ha comunque introdotto i “Retina display” su vari altri tipi di dispositivo – spesso usando densità inferiori ai 300 PPI, per gli schermi destinati a essere tenuti più lontani dagli occhi, come quelli dei personal computer. La rincorsa non si è fatta attendere. Diversi prodotti dei concorrenti hanno raggiunto rapidamente densità simili o superiori, e lo smartphone Droid DNA della HTC (che non ho ancora visto), presentato sul mercato americano da pochi giorni, offre uno schermo con 440 PPI. Recensendo con scarso entusiasmo questo prodotto su Wired due giorni fa, Nathan Olivarez-Giles ha riassunto in questo modo la situazione:
 
The DNA’s display is gorgeous, and arguably the best-looking smartphone display out there. But to the naked eye, and over a couple of weeks of daily use, it doesn’t look significantly better than the phones mentioned above, and that’s a good thing. The fact is, they all look great. On any one of them, pixels are indiscernible and text looks crisp and clean, rivaling a printed page. Colors are vivid and bright. Photos, video, apps, websites, magazines, every single thing displayed on screen is rendered beautifully.
 
The bottom line is that while a 1080p screen is mighty pretty, it’s not a killer feature on a smartphone, and it does not make the device significantly better than the current crop of 720p-capable phones. And this is a wonderful thing for consumers. Smartphone displays are better than they have ever been. Today, we expect top-tier phones to come with Retina-quality screens, and anything less is deemed unacceptable.
 
Insomma, dal punto di vista dell’utente, la densità di pixel avrebbe superato una soglia fisiologica importante, e aggiungerne altri non può migliorare gran che la situazione. Così come, aggiungo io, aumentare la risoluzione di stampa nelle normali stampanti da ufficio non è stata una necessità molto sentita negli ultimi venticinque anni.
 
Sì, ma la velocità di lettura? Nessuno, mi sembra, ha fatto ancora confronti dettagliati. Eppure, telefoni a parte, schermi di questo genere cominciano a essere diffusi anche su schermi di discrete dimensioni. Nielsen ha fatto nel 2010 un confronto (che io ho riprodotto l’anno scorso assieme ai miei studenti) tra lo schermo dell’iPad di prima generazione, un Kindle di seconda generazione e la carta, giungendo alla conclusione che la lettura su iPad è solo del 6,2% più lenta di quella su carta. Però l’iPad esaminato aveva ancora uno schermo relativamente tradizionale, a 132 PPI. Studi sugli schermi più recenti, mi sembra, non se ne sono ancora visti, nonostante non siano troppo difficili da realizzare.
 
In compenso, il solito Nielsen quest’anno ha finalmente cambiato una delle sue linee guida per l’usabilità dei siti web: grazie alla maggiore qualità degli schermi di computer, preferire i caratteri senza grazie a quelli con grazie, per i testi destinati a essere letti su schermo, non è più necessario. Già da qualche anno, nei miei corsi avevo presentato questo cambiamento come “imminente”… e adesso, finalmente, ci siamo!
 
Poi, naturalmente, la velocità di lettura è solo una (piccola) componente dei problemi di usabilità che le interfacce informatiche mostrano ancora oggi, rispetto alla carta. Per lo studio e molti tipi di lavoro da ufficio, per esempio, la manipolabilità sembra un problema assai più rilevante – e su cui, per il momento, non sono in vista sviluppi di nessun genere. Ma insomma, un passo alla volta, almeno una fase del percorso sembra quasi terminata.
 

martedì 27 novembre 2012

Hanging out, messing around, and geeking out

 
Hanging out, messing around, and geeking out
Mi lamento spesso del fatto che del modo in cui vengono usati i nuovi mezzi di comunicazione si parla molto, ma si sa poco. Hanging out, messing around and geeking out è un grande passo avanti in direzione della conoscenza. Sottotitolato Kids living and learning with new media, il libro (MIT Press, Cambridge, Massachusetts e Londra, 2010, pp. xix + 419, ISBN 978-0-262-01336-9; io l’ho preso in prestito su carta alla Pao Yue-Kong Library qui alla PolyU) presenta i risultati di un articolato progetto di ricerca americano in questo settore. Tanto articolato che, anche se i “principal investigators” del progetto sono stati quattro (Peter Lyman, scomparso prima della pubblicazione, Mizuko Ito, Michael Carter e Barrie Thorne: p. 355) in copertina sono riportati i nomi di 15 autori, mentre altri 7 vengono ricordati per i loro contributi.
 
Questa schiera di collaboratori, a quel che si vede, non è un accidente: è una necessità dovuta al fatto che il lavoro dietro al libro si è basato su 27 diversi progetti etnografici di ricerca, condotti tra il 2005 e il 2008, che hanno coinvolto centinaia di soggetti (non tutte le ricerche sono poi confluite nel prodotto finito, ma la lista completa viene riportata alle pp. 371-372). I diversi progetti hanno coperto comunità sia online (tipo: “Transantional anime fandoms and amateur cultural production”) sia offline (tipo: “Bedroom culture and the studio apartment: media, parents and children in urban Los Angeles”). Per fortuna, però, i prodotti del lavoro non sono presentati come la classica raccolta di contributi indipendenti. Sono stati invece rielaborati in una trattazione comune che, a parte il primo capitolo, “Media ecologies”, segue una suddivisione per contesti, e cioè:
 
2. Friendship
3. Intimacy
4. Families
5. Gaming
6. Creative production
7. Work
 
Lo studio prende in esame i “giovani”, definiti in modo un po’ esteso come tutte le persone che hanno meno di 25 anni, ma il centro dell’analisi è costituito dalla fascia di età tra i 12 e i 19 anni (p. 357).
 
Il libro fa ricorso ad alcuni concetti importanti e già diffusi (a cominciare da quello di “ecologia dei media”) ma ne introduce anche altri nuovi. Uno interessante è quello di “networked publics”, cioè a situazione che si crea con la “active participation of a distributed social network in the production and circulation of culture and knowledge” (p. 19), al posto della massa di consumatori che forma l’“audience” di tipo televisivo.
 
Un altro concetto interessante è poi quello che fornisce il titolo al libro: i “genres of participation” nell’uso dei mezzi digitali di comunicazione. I tre generi di riferimento discussi sono appunto:
 
  • “hanging out”, che in italiano si potrebbe rendere con il “perder tempo” (e, forse più correttamente, con il “cazzeggio”) adolescenziale e postadolescenziale in compagnia degli amici, spesso contro la volontà dei genitori – e spesso, oggi, attraverso la mediazione degli strumenti elettronici, che permettono di mantenere un contatto ininterrotto (pp. 37-53)
  • “messing around”, che “represents the beginning of a more intense engagement with new media” (p. 54), magari perché si vuole cercare un modo migliore di condividere le proprie foto, e così via
  • “geeking out”, cioè il raggiungere “an intense commitment or engagement with media or technology, often one particular media property, genre, or a type of technology” (p. 65), fino all’acquisizione di conoscenze specialistiche
 
Gli autori parlano a questo proposito di “genres of participation” perché ritengono, giustamente, che sia difficile classificare le singole persone nelle tre modalità: a seconda delle situazioni, le attività di uno stesso individuo possono benissimo rientrare in tutti e tre i generi anche all’interno di una stessa giornata.
 
Questa capacità di osservazione, piuttosto sofisticata, è senz’altro uno dei punti di forza del libro, che, invece di dichiarazioni semplificate e sensazionalistiche, fornisce analisi estese e accurate. Il risultato è che le situazioni descritte risuonano perfettamente con la mia esperienza: invece delle solite tirate sui bambini di due anni che imparano a usare il telefono dei genitori, qui si ritrovano le storie di ragazzi che spendono le giornate in un MMORPG e di altri che, per ragioni economiche, non hanno un accesso regolare ai computer; oppure di ragazze che devono litigare con i genitori per mettere foto su Facebook e di altre che scrivono fan fiction su Harry Potter…
 
Ci sarebbero infinite cose da dire su questo libro (e spero di poterne dire effettivamente qualcuna più avanti). Per il momento, mi limito a un’ultima nota: il libro fa giustizia di tutte le speculazioni sulle novità nei rapporti sociali tra giovani. Il quadro rilevato dai ricercatori è di sostanziale continuità con la situazione pre-digitale, e presenta novità importanti ma che non modificano la struttura dei rapporti e la cultura adolescenziale che in America hanno preso forma negli anni Cinquanta (e… non per fare il vecchio marxista, ma… sarebbe sorprendente se lo facessero, in mancanza di alterazioni nei rapporti economici, o anche solo in quelli di potere!). Le osservazioni linguistiche sono pochissime, ma vanno anch’esse in questa direzione – dando come implicita, direi, la continuità tra i gerghi giovanili online e quelli usati in passato in altre situazioni.
 
In generale, quindi, la lettura di questo libro è fortemente raccomandata a chiunque sia interessato allo stato della comunicazione elettronica oggi. E la casa editrice ha perfino messo in linea gratuitamente il testo in formato PDF!

lunedì 26 novembre 2012

Strumenti per individuare i testi copiati


Oggi pomeriggio (pomeriggio di Hong Kong, naturalmente) sono andato a sentirmi un’interessante dimostrazione qui alla PolyU. La dimostrazione era dedicata a “Preventing student plagiarism: using electronic tools and beyond”, cioè agli strumenti per individuare gli studenti che presentano elaborati in cui è presente testo indebitamente copiato.
 
La cosa mi riguarda molto da vicino, perché per i miei laboratori di scrittura impiego molto tempo nel controllo dei testi prodotti dagli studenti (e in alcuni casi rimango con il sospetto, ma non riesco a dimostrare che ci sia o non ci sia stata una copia). Automatizzare i controlli potrebbe quindi essere utile… anche se in Italia la sensibilità al problema mi sembra minore che all’estero. La PolyU, per esempio, si è dotata di dettagliate linee guida per la lotta al plagio, mentre l’Università di Pisa, nel suo recentissimo codice etico, si limita a ribadire (articolo 11) che il plagio non va bene, senza fornire indicazioni specifiche e senza neanche nominare il fatto che il problema può riguardare i testi prodotti dagli studenti.
 
Comunque, oggi ho imparato che nell’individuazione automatica delle copiature indebite lo standard attuale consiste nell’avere un sistema che, una volta caricato un elaborato, esegue una serie di controlli automatici per verificare se il testo è stato ripreso in tutto o in parte da fonti già esistenti. Il confronto di solito si fa con i testi disponibili sul web, con database di testi “accademici” e con i testi che, all’interno di un’istituzione, vengono di volta in volta caricati dagli studenti (il che permette di identificare il plagio interno).
 
La dimostrazione di oggi si è svolta in buona parte su Turnitin, che al momento sembra il prodotto migliore sul mercato. Ahimè, Turnitin, come del resto i principali concorrenti, non ha ancora il supporto per l’italiano (anche se sul suo sito web lo promette come imminente). In compenso si integra con le principali piattaforme didattiche, o LMS. Qui alla PolyU usano Blackboard, e le dimostrazioni si sono svolte in quell’ambiente; nella ex Facoltà di Lettere e Filosofia a Pisa si usa invece, anche se in situazione precaria, Moodle, ma Turnitin ha un plugin anche per questa piattaforma.
 
Decisamente da scartare sembra invece il più diretto concorrente di Turnitin, SafeAssign. Non solo si fonda su database a copertura minore, ma, prodotto da Blackboard, è disponibile solo per quella piattaforma.
 
Un plugin open source per Moodle è invece Crot; che però, a quel che ho capito, da qualche mese non ha più accesso alla ricerca sul web, ma solo alla ricerca tra i documenti caricati sul sistema. Il che limita drasticamente le sue funzionalità! Per i testi che faccio scrivere io, il controllo sul web è in pratica essenziale.
 
Quindi, in sostanza: per il momento direi che per me è ancora impossibile fare a meno dei controlli artigianali. Quando arriveranno in Italia sistemi più sofisticati come Turnitin, sarà invece una buona idea prenderli in considerazione (ammesso che io abbia a disposizione una piattaforma su cui farli installare!). A quel punto, immagino poi che le variabili fondamentali saranno le solite due: funzionalità effettiva e costo.
 

giovedì 22 novembre 2012

Usare la scrittura nei nuovi mezzi di comunicazione


Il manifesto della (doppia) presentazione di domani
Domani pomeriggio (ora locale) farò una presentazione qui all’Università Politecnica di Hong Kong . Tema: “Understanding and using written texts from the new media” (stanza M1603, Lin Ka Shing Tower, al centro del campus, con partenza alle 15.30 e una precedente presentazione di Philippe Blache). Oggi sto rifinendo le diapositive e mettendo a fuoco il lavoro, che è un po’ una sintesi delle mie riflessioni recenti – e del corso che ho fatto l’anno scorso per Linguistica italiana II a Informatica umanistica.
 
In buona parte del discorso, direi, esprimerò la mia frustrazione per lo stato corrente delle conoscenze: le indicazioni pratiche per la scrittura e per la progettazione di interfacce sono tutto sommato poche. E perfino quel poco che si sa è ben lontano dal diventare patrimonio comune: ci si trova a combattere le stesse battaglie all’infinito, e le idee corrette non si diffondono mai.
 
Comunque, tanto per dare un’idea della varietà degli strumenti e dei compiti con cui si ha regolarmente a che fare anche nel mondo dello studio, tra le altre cose proietterò una serie di foto che ho scattato oggi tra i tavolini all’aperto della PolyU. In pratica, sono andato a chiedere agli studenti il permesso di fotografare gli “attrezzi di studio” che avevano in quel momento sul tavolo: dai manuali ai dizionari, dalle stampate di diapositive ai tablet…
 
Per molti lavori, non c'è tablet che regga il confronto con una bella cartina...
 
Insomma, è un mondo complesso, e noi spesso cerchiamo di affrontarlo con strumenti troppo semplici. Soprattutto quando si pretende poi che una soluzione diventi, obbligatoriamente, l’unica, senza aver riflettuto bene sulle conseguenze (come penso stia succedendo oggi in Italia con le leggi sui libri di testo elettronici).
 

mercoledì 21 novembre 2012

Addio al desktop


Dopo quasi un mese di uso, posso dire che con Windows 8 mi trovo sorprendentemente bene. Certo, preferivo Linux (sì, perfino Ubuntu, perfino Unity), e se potessi tornerei immediatamente lì, ma purtroppo:
  1. ho troppi programmi, irrinunciabili, che girano stabilmente solo sotto Windows 
  2. mi sono affezionato al prendere appunti a mano libera (riconoscimento della scrittura incluso), e Linux non offre nulla di paragonabile al collaudatissimo sistema Windows e a OneNote 
  3. per la compatibilità con hardware esterno, e anche con proiettori, Linux mi ha dato spesso fastidi
Il mio attuale schermo Start

Sul mio HP TouchSmart tm2, poi, Windows 8 ha rappresentato un netto miglioramento rispetto a Windows 7. Dopo un po’ di lotta con i driver, non solo il sistema fa tutto quello che faceva prima, ma è chiaramente più veloce e più stabile. Mi dà poi una curiosa soddisfazione l’abbandono della metafora del desktop. Con quella, così come con quella di “cartelle”, ho lottato per decenni. I primi sistemi di questo tipo ho iniziato in effetti a provarli sul mio primo computer, se ricordo bene, nel 1990, con Framework, che innestava su Dos un ambiente grafico in interfaccia a carattere. Poi sono passato a Windows 3, e infine a Windows 3.1 nel 1992. In tutti i casi, fin dall’inizio le varie applicazioni della metafora del desktop mi sono sembrate non solo inutili, ma fuorvianti. Tipo: che cosa ci fa un cestino sulla scrivania? E che cosa ci fanno i mobili porta-cartelle, accanto, che so, all’orologio?
 
All’epoca non sapevo che tutti quei programmi, e anche quelli Apple, non avevano fatto che copiare meccanicamente l’interfaccia sviluppata quarant’anni fa per lo Xerox Alto. Lì la metafora del desktop aveva un minimo di logica, ed era comunque una specie di primo tentativo; vent’anni più tardi, lo studio del modo in cui lavorano gli utenti avrebbe dovuto suggerire qualcosa di diverso. Io del desktop ho sempre fatto un uso ridottissimo: di regola lo ripulisco in fretta di tutti i link o collegamenti a programmi (che piazzo in altre sezioni, a seconda del sistema) e lo riduco a cartella di parcheggio per i file di uso temporaneo. Non ho mai capito perché, invece del desktop, il punto di partenza non fosse una bella panoramica dei contenuti del filesystem, tipo Esplora risorse, o una lista di programmi, tipo lo “springboard” dell’iPhone…
 
Bene, con Windows 8 in sostanza ciò che compariva all’interno del menu “Start / Avvio” è stato semplicemente spostato in una paginona “Start” a schermo pieno, che è la prima cosa che si vede quando ci si identifica sul computer. Questa già di partenza mi sembra una soluzione molto più pulita e funzionale delle precedenti.
 
Problema: la paginona “Start” è coperta, inizialmente, di icone che rimandano ad altrettante “app” Metro (il nome dell’interfaccia ufficialmente non è più quello, ma in mancanza di meglio continuiamo a chiamarla così). E il livello di Metro e delle sue app è probabilmente destinato a migliorare in fretta, ma per adesso è ridicolo, oltre che in contraddizione con regole che, batti e ribatti, si sperava fossero state assimilate. Del tipo, l’app di Skype non solo occupa lo schermo pieno (lo schermo del mio computer ha dimensioni troppo ridotte per sopportare lo “snap”, cioè la suddivisione automatica, che dovrebbe essere una caratteristica di Windows 8), ma non permette di ricevere file. L’app Foto ci mette più di Picasa, a caricare, è lentissima e piena di bachi – o incomprensibile. Non mi dilungo, perché l’ha già fatto, con il dovuto senso di incredulità, e ripescando il mio caro Tufte, Jakob Nielsen.
 
Beh, in fin dei contri Metro è perfettamente aggirabile. Io ho fatto piazza pulita delle app, e nel menu Start in pratica ho lasciato solo le icone che rinviano ai programmi “desktop” che uso più di frequente. Certo, cliccando su quelle icone si abbandona l’interfaccia Metro e si viene portati a quella classica… ma il desktop stesso rimane in pratica invisibile e io trovo molto comodo questo salto diretto. Così come, alla fine, trovo comodo cercare un programma poco usato digitandone il nome dentro una casella di ricerca, invece che frugando all’interno di un menu complesso. Inoltre, Windows 8 ha tutta una serie di scorciatoie da tastiera che semplificano molto la vita e spesso consentono di fare a meno del mouse (e ha perfino il prompt dei comandi che si può richiamare dall’interno di una cartella, mantenendo la posizione in cui ci si trova: comodissimo per un vecchio utente come me, che ogni tanto fa ancora le cose con un “copy ab*.*”, o simili).
 
Conseguenza: in pratica non vedo più lo sfondo del desktop. E questo… beh, non dico sia un evento da festeggiare, ma è l’eliminazione di un fastidio periferico che se ne era rimasto lì per vent’anni. Quindi, in definitiva: zero impatto di Metro, un computer più scattante, una metafora fastidiosa scomparsa – il bilancio per me è positivo.
 
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