martedì 15 dicembre 2009

Pistolesi, Meccanismi interazionali...

La bibliografia sui forum italiani è molto molto ridotta. Ancora più ridotta di quella su altri tipi di testi in rete, anche se i forum sono forse - Facebook a parte - il genere testuale web in cui gli italiani scrivono di più. E questo in generale: prima ancora di arrivare alla bibliografia dedicata agli aspetti puramente linguistici.

Per questo motivo segnalo con particolare piacere Meccanismi interazionali di intensità nel forum di Repubblica.it sull'immigrazione, uscito nel 2009 negli atti del convegno Fenomeni di intensità nell'italiano parlato, a cura di Barbara Gili Fivela e Carla Bazzanella (Firenze, Cesati; il contributo è alle pp. 126-147). Il forum preso in esame è stato aperto per due giorni, il 7 e l'8 maggio del 2007, e ha totalizzato 1266 messaggi. Il contributo, per buona parte, fornisce dati numerici sui messaggi; ma la sezione più interessante è forse quella sull'uso del purtroppo come frequentissimo avverbio frasale (pp. 133-137). Buono spunto per analisi su altri tipi di forum.

giovedì 10 dicembre 2009

Olson, The world on paper

This work was published in 1994 and it seems to close a long series of studies about orality and literacy flowing from the Toronto School. It is an interesting, but the author seems now and then distracted by his own theses.

Just to be more specific: Olson claims that writing systems "provide a model for language and thought" (p. 68) and that "writing far from transcribing speech tends to provide a model for that speech" (p. 78). This is of course true, on many levels (I have seen for myself how difficult it is tro persuade Italian students that in the standard pronounciation of words like sciame there is no i... they "hear" it). However, on the whole, this is also a pretty marginal fact. Writing does not necessarily entail clear models for language, and much less for thought. Conversely, perhaps you don't need writing in order to study facts of language: it is not certain that even Pāṇini , i. e. the founding father of linguistics, was living in a literate society. The Devanagari alphabet and the Hangul of Korea were clearly planned after a careful study of the sounds of the relevant languages, while in the Greek case we have only a partial planning. And so on.

domenica 6 dicembre 2009

Groensteen, Système de la bande dessinée

L'esame per il corso di cinese è andato bene - anche se, sospetto, con un margine non larghissimo! Comunque, in attesa di ritentare con Cinese 2, è arrivato il momento di riprendere in mano un po' di vecchi libri. Uno di questi è il Système de la bande dessinée di Thierry Groensteen.

Devo dire che, da buon linguista, ho un po' di diffidenza verso gli studi semiologici: spesso si trasformano in sequenze di osservazioni discutibili e poco documentate, o in tentativi di spaccare il capello in quattro perdendo rapidamente contatto con la realtà. Niente di tutto questo, per fortuna, si ritrova nel lavoro di Groensteen, che è incredibilmente intelligente e ragionevole.

Descrivere il modo in cui funziona il fumetto è senz'altro difficile. Groensteen fa il suo lavoro in modo splendido, andando a esaminare, per esempio, i diversi modi in cui possono essere usati gli spazi bianchi tra le vignette, o l'importanza delle sequenze di vignette nella lettura. Giusto per dare un'idea dei contenuti, al ruolo della vignetta (cadre) nel sistema del fumetto sono dedicate venticinque pagine che descrivono sei diverse funzioni: di clôture, séparatrice, rythmique, structurante, expressive e lecturale. La prima di queste, continuando nell'esempio, riguarda la chiusura del disegno e l'assegnazione a esso di una forma specifica - tratto che, per inciso, distingue radicalmente l'immagine del fumetto da quella del cinema (a forma fissa). E così via, con una buona alternanza di classificazioni teoriche ed esempi pratici.

L'aspetto più propriamente linguistico è trattato solo di sfuggita, ma va bene così: quella è area di competenza dei linguisti, appunto, più che dei semiologi... Però all'interazione tra testo e immagine Groensteen dedica alcune pagine ben fatte (150-167), in cui si discute del modo in cui le parole nel fumetto servono, per esempio, a influenzare il tempo di lettura, facendo indugiare il lettore su vignette che altrimenti sarebbero superate in un istante (funzione rythmique, p. 157). In un mezzo di comunicazione che intreccia immagini e parole scritte si creano infatti innumerevoli interazioni di livello che sono inconcepibili nella narrativa tradizionale.

Insomma, il libro non è solo interessante di per sé. Dal punto di vista operativo è anche un oggetto molto comodo per i linguisti: permette di dire "per le implicazioni generali di questo meccanismo, si veda quanto dice Groensteen a pagina...", per concentrarsi poi, seriamente, su problemi di lingua.

domenica 29 novembre 2009

Trema, ombra di Confucio

L'esame finale per il corso di cinese incombe. Inoltre, visto che domani e dopodomani sarò al seminario di Bologna su Italiano e sistema Italia, ho dovuto preparare per oggi l'autopresentazione finale. Sudando alla tastiera ho messo assieme quattro righe, ancora da correggere ma senz'altro molto profonde:

我 叫 米可, Tavosanis.

我 是 意大利人. 我 四十 一 岁了.

我是 Pisa 的大学 意大利 语 老师. 我 学 网 的 语.

我 喜欢 学 汉语 和 中文.


Il Parnaso della prosa cinese può far posto per un nuovo ospite, accanto al Sogno della camera rossa e Ai margini dell'acqua. Cioè, ammesso che mi riesca di passare l'esame, naturalmente...

martedì 24 novembre 2009

Disegnare il cinese

Dicevo in un post precedente che disegnare su schermo è un'attività abbastanza marginale, oggi. Con un'eccezione interessante: il disegno dei caratteri cinesi. In qualità di studente di cinese alle primissime armi, ho trovato questa funzione molto utile.

Giusto per dare un po' di contesto: i sistemi operativi moderni, per esempio Windows Vista (quello che sto usando adesso per scrivere), permettono di inserire nel testo caratteri cinesi in diversi modi. Uno di questi consiste nello scrivere da tastiera la trascrizione pinyin, che viene immediatamente convertita nei caratteri corrispondenti, riducendo il numero di alternative man mano che si va avanti nella scrittura della parola. Per esempio, per scrivere il classico 吗, ma (particella interrogativa in fine frase), vado sulla barra della lingua di Vista, al posto di IT seleziono CH e incomincio a scrivere: prima una m, e compare una lista di possibili caratteri; poi una a, e compare una lista più mirata, con all'inizio 吗 (e, più in basso, altri possibili caratteri, tra cui per esempio 马 per ).

In questo modo è molto facile inserire una parola di cui si sa la trascrizione in pinyin, e non c'è neanche il problema di ricordarsi i segni diacritici per i toni: xue viene immediatamente mostrato come 学, aihao come 爱好, e così via (gli esempi sono tutti in caratteri semplificati, secondo lo standard della Repubblica Popolare, che è quello che sto studiando adesso). In alcuni casi, però, il numero delle possibilità è molto alto - visto che il cinese ha tantissimi omografi.

In questi casi si rivelano utili le funzioni di disegno. Su Vista c'è la possibilità di disegnare caratteri con il mouse. Con l'iPhone si disegna con il dito sul touchscreen, dopodiché si seleziona il carattere desiderato tra quelli che sono apparsi sulla destra dello schermo. Con un minimo di pratica, ci vuole in media più o meno lo stesso tempo necessario a scrivere usando l'alfabeto latino.

mercoledì 18 novembre 2009

Come in un romanzo

Oggi è arrivato anche nelle librerie di Pisa Altai, l'ultimo romanzo dei Wu Ming, ambientato nella seconda metà del Cinquecento. È il seguito di Q, e le prime pagine sembrano all'altezza del primo atto, a dieci anni di distanza.

Dal punto di vista linguistico, in questo romanzo ci sono diverse novità, incluso un uso estensivo dei dialetti - e mi sa che adesso dovrò riscrivere buona parte del mio lavoro presentato a Varsavia, per tener conto dei nuovi elementi. Io però segnalo Altai adesso in quanto ho avuto l'onore di venir incluso nel libro come personaggio: nei primi capitoli compare Marco Tavosanis, "il furlano", sgherro della Serenissima Repubblica di Venezia...

La comparsa è verosimile anche dal punto di vista storico. Anche se i Tavosanis sembrano documentati solo dal Settecento, ai tempi dei tempi evidentemente ogni tanto qualcuno di loro scendeva giù dalle montagne e andava in città. E, quando si ha la fortuna (?) di ritrovarsi come cognome una sequenza di nove caratteri mai usata per altri scopi in nessuna altra lingua del mondo, non è difficile controllare le attività degli antenati tramite Google Books: per esempio, in una Raccolta di atti del governo provvisorio di Venezia, tra gli ufficiali di Marghera nel 1849 compare un "tenente Tavosanis" (p. 55). Lo sbirro cattivo del libro potrebbe quindi essere più realistico del previsto!

venerdì 13 novembre 2009

Varsavia a novembre

Martedì 10 ho fatto un intervento a Varsavia all'interno del convegno Fiction, faction, reality: incontri, scambi, intrecci nella letteratura italiana dal 1990 a oggi, organizzato dall'Università e dall'IIC di Varsavia.

Il mio intervento era dedicato alla Lingua moderna dei romanzi storici; cioè, in sostanza, all'uso a volte anacronistico di un linguaggio moderno (soprattutto per gli insulti) in libri come Q di Luther Blissett / Wu Ming, oppure come la trilogia di Magdeburg di Alan D. Altieri. Con, in più, qualche confronto con la situazione non italiana, a cominciare dal Baroque Cycle di Neal Stephenson, di cui però a Varsavia non ho potuto parlare un gran che. Mi rifarò, auspicabilmente, con la versione per gli atti del convegno.

Il viaggio è stato anche un'occasione interessante per visitare Varsavia, dove non ero mai stato. Particolarmente curioso poi il centro la mattina dell'11: festa nazionale con negozi chiusi e tanti gruppetti di rievocatori in uniformi d'epoca.

Adesso, al rientro, mi ritrovo con un arretrato imponente di compiti da correggere, tesi da rivedere e così via... ma spero di riallinearmi presto.

giovedì 5 novembre 2009

Dopo Lucca

Il buon Plazzi ha messo in linea, tra le altre cose, il video del mio intervento a Lucca. Finalmente sbarco anch'io su YouTube, dove potrò tentare di sottrarre quote di pubblico ai video dei gatti che fanno cose strane...

sabato 31 ottobre 2009

Disegnare su schermo

Strano, a ripensarci, ma il lavoro di Sutherland è stato per un decennio uno dei modelli più importanti per mostrare come avrebbero lavorato con il computer i cittadini del futuro.

Nel 1968 Licklider e Taylor pubblicarono un profetico intervento sull'interazione uomo-macchina, The Computer as a Communication Device ("Science and Technology", aprile; il saggio è stato ripubblicato in un Research Report della Digital nel 1990 e oggi è disponibile anche come Pdf gratuito). Il testo era accompagnato da numerose vignette di Roland B. Wilson, opportunamente riprese anche nell'edizione moderna, che descrivono bene ciò che gli addetti ai lavori, all'epoca, si aspettavano dal computer.

In una delle vignette (quella in basso qui a sinistra) è mostrato appunto il modello base dell'interazione in stile Sutherland: il personaggio disegna sullo schermo un cuoricino un po' approssimativo e lascia che il computer lo regolarizzi e lo abbellisca. Così come faceva lo Sketchpad di Sutherland per le figure geometriche. Ma per quanto tempo si può tenere il braccio in una posizione del genere? Giusto l'anno prima, Engelbart aveva risolto il problema attraverso il mouse. E, comprensibilmente, oggi quasi nessuno disegna su schermo - tantomeno su schermo verticale.

Ma qualcosa si è perso: l'idea di comunicare attraverso disegni. Oggi il mouse si usa di solito per interagire con il computer, o per fare grafica professionale. La comunicazione con gli altri esseri umani si compie attraverso la tastiera (o il microfono), e le immagini complesse non vengono più "regolarizzate". Con qualche eccezione, peraltro...

mercoledì 28 ottobre 2009

Tradurre Rat-Man

Venerdì prossimo sarò a Lucca Comics per parlare della traduzione inglese di Rat-Man. L'incontro fa parte della serie Lavorare col fumetto, condotta da Andrea Plazzi, che è anche uno dei traduttori - oltre a essere un ben noto personaggio a fumetti, nelle vesti di Plaaax, del Sovrintendente Plazzus, di Semplicemente Plazzi, e così via...

Ecco la presentazione ufficiale dell'incontro:

Nella frase “Ma Rat-Man è intraducibile” ci va il punto interrogativo?

Andrea Plazzi (editor; co-traduttore in Inglese di RAT-MAN) e Mirko Tavosanis (Università di Pisa, Dipartimento di Italianistica) discutono un caso di traduzione. Interviene Leo Ortolani.

Appuntamento quindi per venerdì 30 ottobre, ore 15.00, nella Sala Incontri Camera di Commercio nel centro di Lucca.

mercoledì 21 ottobre 2009

In archivio col cannone

In una delle stanze d'ingresso dell'Archivo de Indias a Siviglia c'è in mostra un antico cannone proveniente dalla Nuestra Señora de Atocha, un galeone affondato nel 1622. Il cannone è qui perché il relitto è stato individuato negli anni Settanta anche grazie a informazioni contenute appunto nell'Archivio.

Un cartellino informativo messo accanto al cannone spiega la vicenda e il ruolo dell'Archivio nel ritrovamento (che ha permesso di recuperare anche un bel po' di lingotti d'oro). Il messaggio sottinteso sembra essere: "ecco un esempio di quel che possono fare gli archivi".

Vero, ma il ripescaggio di qualche lingotto d'oro impallidisce rispetto a quel che è implicato dal resto delle carte. Raccolti qui a partire dalla fine del Settecento, i documenti sono la testimonianza del modo in cui la Spagna ha gestito per tre secoli un intero continente: in buona parte, attraverso la scrittura. Trattati, documenti, atti amministrativi, eccetera. Mi spiace esserci passato nei giorni tra un'esposizione e l'altra, in un momento in cui non c'era praticamente nessun documento originale in mostra per il visitatore di passaggio; ma in questi casi, quel che conta è l'idea...

martedì 20 ottobre 2009

Arabo e latino

Un rapido passaggio nel fine settimana da Siviglia e Granada mi ha rimesso di fronte a un vecchio dubbio: come mai la scrittura araba si presta così bene a usi ornamentali, e quella latina no? Capisco che le cose siano diverse per il cinese, ma perché dev'esserci una simile diversità tra due scritture alfabetiche?

Forse la risposta è strutturale. Molte varianti di scrittura araba in fin dei conti si basano su tratti verticali e tratti orizzontali, in uno schema relativamente semplice. La scrittura latina invece è basata su lettere di altezza uguale nel "maiuscolo", su tratti che spuntano un po' sopra e un po' sotto la lettera nel caso del minuscolo. Forse questo rende più complicata la vita a chi vuole farne un uso calligrafico.

Mi chiedo però se la questione sia stata affrontata, in questi termini, da qualche esperto del settore. Anche la Blackwell Encyclopedia of Writing Systems di Coulmas si limita a dire che, rispetto alla tradizione europea, l'uso artistico della calligrafia "was much more pronounced in the Far East and in the Arabic-speaking world of Islam", senza speculare ulteriormente.

Resta il fatto che il confronto diretto, come si può fare per esempio nei Reales Alcazares di Siviglia (una sorpresa in sé: chi avrebbe mai immaginato che Carlo V si fosse sposato in una stanza piena di iscrizioni in arabo?), è impietoso:


giovedì 15 ottobre 2009

Toccaschermo

Qualche giorno fa ho fatto un giro a Mediaworld e ho visto un paio di modelli di computer desktop touchscreen. Idea interessante, ma problematica dal punto di vista dell'usabilità.

Il problema base è semplice e ben noto: tenere la mano sollevata all'altezza di una superficie verticale (o semiverticale) è faticoso. Se non c'è piano d'appoggio, si può fare per pochi secondi alla volta.

Questo, tra l'altro, è uno dei motivi che hanno determinato il successo del mouse rispetto a strumenti più diretti di interazione. Quando nel 1963 Ivan Sutherland ha realizzato il primo sistema grafico di interazione con il computer, Sketchpad, il mouse ancora non esisteva e la tecnologia della light pen era relativamente matura (come si vede nella fantastica foto di Sutherland al lavoro, che piazzo qua a destra riprendendola dal sito da Wayne Carlson, visto che non sono riuscito a trovare e a citare la fonte originale). Ma le prove di Engelbart hanno mostrato a fine anni Sessanta la superiorità del mouse per il contatto grafico con il computer nella maggior parte dei casi. Certo, il mouse è "indiretto"... ma lascia lo schermo libero, non fa perdere tempo per raccogliere la penna e portarla allo schermo ogni volta che si devono alternare strumento grafico e tastiera, nérichiede piani inclinati per sostenere il braccio.

Che fortuna possono avere quindi i computer da tavolo con touchscreen? Limitatissima, direi, come nota per esempio, a proposito di notebook, questo recensore di Wired. Che prodotti del genere arrivino addirittura alla grande distribuzione mi sembra come minimo curioso.

lunedì 12 ottobre 2009

Perché non comprerò (subito) un Kindle

La notizia ha avuto ampia diffusione: dal 19 ottobre Amazon distribuirà anche in Italia (e in buona parte del mondo) i Kindle, che finora erano limitati al mercato americano.

Il meccanismo di funzionamento è semplice. Si pagano 279 $, si riceve un Kindle dotato di autonoma scheda telefonica 3G, e da quel momento in poi si può cominciare a comprare libri. O, come dice Jeff Bezos, avere accesso ovunque a un qualunque libro in sessanta secondi.

Non male, in effetti.

Allora, però, perché non comprarne uno?

Ragione 1: finanziaria. Duecentosettantanove dollari più spese di spedizione più diritti doganali fanno, secondo le stime di Amazon, 371,98 $, che sono un bel po' di soldi (250 € al cambio attuale). Il tutto per un oggetto che non è un libro, ma che serve a leggere libri.

Economicamente la cosa ha senso se il prezzo dei libri elettronici è tanto basso da compensare il prezzo dei libri su carta che comprerei nell'arco di vita dell'apparecchio. Stima non tanto facile da fare, visto che compro una discreta quantità di libri inglesi e americani, ma che spesso li compro usati, e che altrettanto spesso il costo maggiore è quello di spedizione. Diciamo, in prima approssimazione, che un libro elettronico mi farebbe risparmiare in media il 50% (ed è una stima alta).

In questo caso, Kindle conviene se, diciamo, in tre anni di vita dell'apparecchio compro 160 € l'anno di libri. Nel 2007, che è stato un anno record, ho speso su Amazon.com 267,34 $, inclusi i costi di spedizione. Sono 179,28 € al cambio attuale, cioè a malapena sopra la soglia indicata.

Poi è vero che qualcos'altro l'ho preso su Amazon.co.uk, ma insomma, il margine di risparmio mi sembra basso - e non tale da spingermi a immobilizzare 250 € nel lettore. Soprattutto visto che...

Ragione 2: ben pochi tra i libri che mi interessano sono disponibili in versione Kindle. Ho fatto il controllo, e nessuno dei libri che sono in attesa in questo momento nel mio carrello su Amazon.com è disponibile in versione Kindle. D'accordo, in formato Kindle ci sono già centinaia di migliaia di titoli... ma io sono un lettore un po' particolare.

Le cose cambieranno di sicuro nei prossimi anni, ma per il momento l'idea di comprare un Kindle per vedere in sessanta secondi i libri che mi interessano non sembra particolarmente sensata.

Ragione 3: se anche trovassi i libri, e mi convenissero, c'è la questione del DRM (= non posso prestarli, o neanche archiviarli in modo sicuro... a differenza dei libri tradizionali). Sì, d'accordo, prima o poi probabilmente anche Amazon si convertirà ai testi senza DRM, come ha fatto iTunes con i brani musicali. Ma quando?

Ragione 4: L'usabilità di questi libri per motivi di studio è ancora scarsa - come è stato ripetuto anche su questo blog. Se dovessi solo comprare romanzi, non avrei dubbi. Ma su altri prodotti sì. E in pratica io compro e leggo per il 90% saggistica.

Insomma, per me l'era del Kindle non è ancora arrivata. Sospetto che non sia lontana, ma non inizierà nel 2009.

domenica 11 ottobre 2009

Ancora sul Kindle e sul giornalismo di seconda mano

Mi ero ripromesso di non insistere troppo sulla faccenda dei Kindle "restituiti" a Princeton. Però poi non ce l'ho fatta e ho inviato una domanda specifica a Janet Temos, direttrice del Centro che si occupa del programma Kindle.

La risposta è stata decisa: nessuno degli studenti coinvolti nel programma ha restituito il proprio Kindle. La dottoressa Temos ha poi aggiunto che, a quel che sapeva lei, nessuno dei numerosi servizi giornalistici che si sono occupati della faccenda ha parlato di "restituzione" del Kindle.

In sostanza, quindi, l'articolo del Corriere della sera da cui era partito il mio discorso conteneva davvero un'informazione inventata, cosa che avevo sospettato fin dal primo momento e che non mi entusiasma. E purtroppo il punto in sé, che a prima vista potrebbe sembrare secondario, non lo è affatto. Che gli studenti si lamentino di avere difficoltà con il Kindle è un conto; che arrivino a restituire l'apparecchio dopo pochi giorni è tutt'altra faccenda, e ben più rilevante. Tant'è vero che il Corriere ha usato proprio questo "dettaglio" per il sottotitolo del pezzo in home page, insistendo sul fatto che alcuni studenti avevano "riconsegnato" il Kindle (anche se qui devo andare a memoria, visto che questo titolo non mi sembra sia più reperibile sul sito del giornale).

Insomma, confermo il giudizio di partenza: questo e' l'ennesimo esempio di come gli standard giornalistici italiani siano laschi rispetto, per esempio, a quelli americani. Peccato, ma del resto temo che in Italia i lettori internazionalizzati e specialisti facciano sempre meno ricorso ai quotidiani italiani come fonte di informazioni affidabili.

mercoledì 7 ottobre 2009

Oltre l'immaginazione

Nel senso che in questo momento sono su un treno e mi sono accorto solo ora che lavoro al computer, rispondo alla posta elettronica e aggiorno blog (ehm) con collegamento 3G via cellulare. Tutto come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Cinque anni fa era ancora impossibile. Quindici anni fa si iniziava a malapena a immaginarlo. Più indietro era fantascienza e basta. Scrittura in rete, ovunque, sempre disponibile e modificabile.

sabato 3 ottobre 2009

Pdf sotto vetro? Abbiamo provato per voi... Acrobat Digital Editions

I problemi con i libri da annotare spingono a riflettere sul modo in cui lavoro con i libri - e in generale, sul modo in cui lavoro. Io e molti altri.

Oggi, per esempio, si lavora spesso con i file Pdf, di solito aperti con il semplice Acrobat Reader. Il che significa innanzitutto: nessuna possibilità di modificare il testo (punto su cui tornerò più avanti). E problemi aggiuntivi, a cominciare dall'impossibilità di riaprire il file là dove si era interrotta la lettura la volta precedente. Al solito, in un libro a volte le pagine si aprono da sole al punto in cui eravamo rimasti, e alla peggio si può usare un segnalibro... ma perfino il lettore di file Pdf di Air Sharing per iPhone offre lo stesso servizio; e così molti altri programmi paragonabili.

Non, però, il classico Acrobat Reader. Che tra l'altro, in modalità schermo intero, mi lascia una sensazione strana: come se il libro fosse lì, dietro lo schermo del computer, intrappolato letteralmente sotto un vetro.

Per fare un passo avanti mi sono quindi installato Adobe Digital Editions (gratuito, come il Reader) e ho fatto qualche prova di lettura. I risultati non sono stati entusiasmanti. E' vero che, a differenza della versione base, Digital Editions ricorda l'ultima pagina aperta di un documento già letto; ma per il resto mostra limiti curiosi.

Innanzitutto non legge tutto ciò che il Reader è capace di aprire. Per esempio, l'edizione Pdf di Libraries of the Future di Licklider (otto mega di file) si apre con il Reader, ma non con Digital Editions. Lo stesso per The Wealth of Networks di Yochai Benkler, che ho messo in programma per il corso di Linguaggio del web del prossimo semestre. E così via. In generale, i problemi nascono su file piuttosto grossi - cioè proprio quelli su cui la funzione di "riapertura automatica" sarebbe particolarmente utile.

Poi, non c'è una modalità a schermo intero, analoga al classico ctrl+L del Reader. O perlomeno, anche guardando la documentazione io non sono stato capace di trovarla. E così, un testo su fogli A4 o assimilabili lascia comunque parecchio margine attorno alla pagina e riesco a leggerlo solo se i caratteri sono grandi. Se sono piccoli, la pagina intera diventa visibile solo facendo scorrere i contenuti.

Infine, si possono inserire segnalibri, ma le funzionalità sono molto limitate e, per esempio, non si può semplicemente evidenziare una parte di testo.

In positivo, il programma dispone di una funzione "libreria", che mostra anche qualche dato sui file inseriti. Però i file vanno individuati a mano, e non c'è l'analogo delle funzioni "Cerca sul tuo computer" che permettono di costruire librerie di foto (p. es. con Picasa) o di brani musicali (p. es. con iTunes). Diciamo che andare in caccia della libreria fa capire quanti Pdf si accumulino sul computer, e quanto poi sia difficile anche solo capire di che cosa si tratta in base al semplice nome del file ("prc00456.pdf": che cosa sarà mai?).

In definitiva: Digital Editions non può sostituire il semplice Reader. Toccherà tenerseli tutti e due, in attesa che venga fuori qualche cosa di meglio. A meno di non spendere qualcosa per verificare i programmi analoghi a pagamento...

giovedì 1 ottobre 2009

LIbri di testo elettronici: i problemi continuano

Stamattina il Corriere della sera parla dei problemi con l'uso di Kindle da parte degli studenti di Princeton. L'articolo, di Elvira Pollina, è in buona parte (ovviamente) solo sintesi e traduzione di un articolo pubblicato negli Stati Uniti: classico giornalismo italiano di seconda mano, con tanto di citazione leopardiana messa al posto dei dati... E anche sui contenuti ho qualche dubbio, per esempio quando l'articolo dice che "in molti si sono ridotti a stampare i capitoli da studiare ed alcuni hanno preferito riconsegnare l’e-reader e ritornare al libro analogico". Informazione che non ritrovo sul testo di partenza e che sospetto sia frutto (secondo l'italico costume) delle libere deduzioni dell'autrice.

Però, per fortuna, l'articolo ha un rinvio al testo originale, pubblicato dal Daily Princetonian, che è una solida descrizione di fatti e testimonianze (scritta da un* student*, Hyung Lee, destinat* a laurearsi nel 2012). Spicca, tra i problemi notati da docenti e studenti, il fatto che il Kindle non presenta i numeri di pagina, a differenza delle edizioni su carta, e questo comporta difficoltà nella verifica delle citazioni... Eccetera. Come dice uno studente:

“Much of my learning comes from a physical interaction with the text: bookmarks, highlights, page-tearing, sticky notes and other marks representing the importance of certain passages — not to mention margin notes, where most of my paper ideas come from and interaction with the material occurs,” he explained. “All these things have been lost, and if not lost they’re too slow to keep up with my thinking, and the ‘features’ have been rendered useless.”

Insomma, oltre al giudizio sullo strumento, da queste testimonianze emerge un bel panorama di buone pratiche didattiche - che da noi sono spesso considerate inutili pedanterie. Meglio inventarsi qualche pezzo di informazione, o infilare in un testo un mezzo verso di Leopardi...

giovedì 24 settembre 2009

Everett, Don't sleep, there are snakes

Daniel Everett, missionario evangelico americano, alla fine degli anni Settanta partì con la famiglia per l'Amazzonia con l'obiettivo di convertire i pirahã: un popolo di meno di quattrocento persone, tutte insediate attorno al fiume Maicí. L'obiettivo doveva essere raggiunto partendo, secondo una consolidata tradizione, dallo studio del linguaggio. Questo avrebbe permesso a Everett di tradurre la Bibbia in pirahã, e da lì sarebbe venuto fuori il resto.

Le cose però sono andate in modo diverso da quello previsto, al punto che, come racconta l'interessato in questo libro, a contatto con i pirahã è stato Everett a "convertirsi" e a diventare ateo. Processo messo in moto da vari fattori. Non ultimo, quello linguistico-culturale: i pirahã, secondo Everett, si interessano, del tutto ragionevolmente, solo al qui-e-adesso, o tutt'al più a ciò che ha testimoni viventi. Bibbia e vangeli sono quindi per loro, per definizione, irrilevanti.

L'aspetto più interessante della cosa è che Everett mette in collegamento la cultura e la lingua: rispettando un principio di aderenza ai fatti, i pirahã parlano solo per asserzioni, e quindi per esempio non possono servirsi di subordinate relative. Né la loro lingua contiene ricorsività, almeno a livello sintattico.

Sarà vero? Personalmente, nutro molti dubbi. Everett è una delle pochissime persone al mondo (pirahã inclusi) capaci di parlare il pirahã, quindi è difficile smentirlo sui dati di fatto! Però diversi punti delle sue considerazioni mi sembrano poco solidi. Certo, Don't sleep, there are snakes è un libro divulgativo: più autobiografia che studio scientifico (al punto da non avere nemmeno bibliografie finali). Tuttavia qualcosa non torna. Perché la ricorsività e le frasi relative dovrebbero, di per sé, essere impossibili in una lingua che culturalmente si limita solo ad asserzioni?

Everett dice, prendendo come esempio la frase "The man who is tall is on the path", che "The embedded sentence merely adds some old information shared by the hearer and the speaker", e che "embedded sentences rarely, if ever, are used to make assertions" (p. 234). In che senso? "Ho incontrato un uomo che mi ha chiesto la strada" non va bene da questo punto di vista?

lunedì 21 settembre 2009

Libri sotto vetro

C'è chi ama i libri in perfette condizioni: come se non fossero mai stati aperti.

Non è il mio caso.

A me i libri piacciono in quanto strumenti: oggetti per conservare informazioni. Che siano in perfette condizioni è secondario. Anzi, se possibile, preferisco comprare libri usati piuttosto che nuovi. Certo, se vengono da una biblioteca non va bene scriverci sopra; e anche se i libri sono di proprietà personale, è bene non maltrattarli, perché dopo un po' cadono a pezzi. Ed è bene non riempirli troppo di scritte, perché poi non ci si capisce niente (o non si possono fotocopiare per le lezioni). Eccetera.

Questione di gusti, certo.

Però a volte capita qualcosa di curioso. Stamattina mi sono informato sulla possibilità di comprare qualche libro con i miei fondi di ricerca (cioè i soldi disponibili per portare avanti i lavori individuali: nel caso mio, poco più di mille euro, per il 2009). La risposta: sì, si possono comprare libri con quei fondi, ma i libri devono essere acquistati tramite la biblioteca di dipartimento e devono essere conservati in biblioteca. E quindi non possono essere usati per prendere appunti, evidenziare, eccetera. Cosa che, in effetti, volevo fare con un'edizione della Grammatica di Renzi - di cui in biblioteca sono già presenti un paio di copie, che però, giustamente, vanno conservate al meglio. Nulla da fare. Se voglio un libro da usare in questo modo, devo pagarmelo di tasca mia.

Cosa quantomeno curiosa. Se compro un computer con i miei fondi di ricerca, non devo depositarlo in nessuna biblioteca. In pratica, posso usarlo, strapazzarlo, metterci sopra i programmi che mi sembrano più utili, perfino smontarlo o usarlo come fermaporta, se mi torna utile per il lavoro. Com'è giusto che sia.

I libri no. Devono rimanere immacolati.

Regolamento di Ateneo, mi hanno detto. Probabilmente nato da qualche idea molto generica, tipo "così aumentiamo la dotazione delle biblioteche". E forse anche da un concetto di livello più alto, ma sbagliato: "i libri non sono strumenti come tutti gli altri". Sono cose da riverire, e tenere sotto una campana di vetro? Per evitare che vengano usati?

Bah. Questo regolamento non è certo l'ostacolo peggiore che ci si trova di fronte su lavoro. Ma è un ostacolo talmente irragionevole che dà un po' da pensare.

venerdì 18 settembre 2009

Altri esami

Al momento siamo a quota 85 per il 2009. Non tanti, ma comincia a essere un numero ragionevole.

Uno dei vantaggi del sistema Unipos rispetto ai vecchi statini è la possibilità di vedere gli esami e i relativi voti sotto forma di foglio Excel, pronti per l'elaborazione. Qualcosa si può addirittura vedere sotto forma di grafico già usando il sistema on line, come in questo caso...

In prima battuta, mi sembra interessante un fatto: il grafico dei voti mostra un concentramento sulle fasce alte - a cui hanno contribuito, per esempio, i numerosi studenti della specialistica che hanno sostenuto la prova del Laboratorio di Italiano scritto professionale (ZZ699). Sarebbe interessante confrontare la situazione con la media degli esami della Facoltà di Lettere!

domenica 30 agosto 2009

Pinker, How the mind works

Una teoria del linguaggio serve relativamente a poco senza una teoria della mente.

Pinker ha scritto un libro piuttosto eterogeneo su questo argomento. Le cinquecentosessantaquattro pagine di testo sono divise in otto capitoli:

1. Standard equipment: la mente funziona a moduli
2. Thinking machines: simboli elaborati meccanicamente
3. Revenge of the nerds: l'evoluzione e il rapporto con la mente
4. The mind's eye: la vista (e le icone del computer)
5. Good ideas: entità astratte e matematica
6. Hotheads: emozioni
7. Family values: riproduzione e violenza
8. The meaning of life: musica e arte

Sembra una costellazione di argomenti diversi... e in effetti lo è! Pinker ha trattato alcuni gruppi di funzioni mentali e qualche tratto complessivo (nei primi capitoli). La selezione è molto arbitraria. Perché per esempio trattare la vista e non l'udito? O le emozioni, ma non la memoria?

Comunque, una lettura affascinante e con diversi spunti utili. Anche se non è proprio una completa teoria del modo in cui funziona la mente.

sabato 22 agosto 2009

McDonald, River of Gods

Quest’anno, il mio romanzo di fantascienza per Ferragosto è River of Gods di Ian McDonald (lo scrittore, non il flautista dei King Crimson). Scelta fatta un po’ perché è un romanzo (del 2004)sull’India (del 2047), un po’ perché quindici anni fa McDonald mi piaceva e mostrava grandi possibilità. Erano i tempi di Kling Klang Klatch, una graphic novel di indagini hard boiled in un mondo popolato da panda di peluche, bambole e assassini; e la scena iniziale di River of Gods, del resto, ricorda proprio l'inizio di KKK.

Inoltre, anche in questo caso la storia funziona. Impossibile sapere come andrà a finire, visto che, nonostante tutto, sono ancora a meno di un terzo... Però intanto è emerso qualcosa di professionalmente interessante: la descrizione di un laboratorio di fisica teorica nel 2047. Anche se i personaggi ricevono d’abitudine messaggi proiettati direttamente negli occhi e con l’aspetto di scritte che galleggiano nell’aria, l’immagine del loro spazio di lavoro è molto più tradizionale. Quando il giovane Vishram Ray entra in uno dei laboratori che ha appena ereditato, scopre che

There are non humming machines or looping power conduits, just desks and glass partitions, paper piled unsteadily on the floor, whiteboards on the walls. The white boards are full of scrawls. They continue onto the walls. Every square centimetre of surface is crammed with symbols and letters edged at crazy angles to each other, lassoed in loops of black felt marker, harpooned by long lines and arrows in black and blue to some theorem on the other side of the board. The brawling equations spread over desks, benches, any flat surface that will take felt marker. The mathematics is as unintelligible to Vishram as Sanskrit, but the cocoon of thought and theory and vision comforts him, like being inside a prayer (pp. 164-5).

I pennarelloni servono però anche per altri tipi di messaggio, apparentemente:

As his party leaves, Vishram picks up a felt marker and quickly writes on the desktop: DNNR, 2NITE?
Sonia Yadav reads the invite upside down.
“Strictly professional,” Vishram whispers. “Tell me what’s hot and what’s not.”
OK she writes in red.
8. PICK-UP HERE.
She underlies the OK twice (p. 165).


Come andranno a finire le cose, immagino lo scoprirò nelle prossime 400 pagine...

venerdì 14 agosto 2009

Rheingold, Tools for Thought

La mia bibliografia sulle interfacce utente comprendeva anche Tools for Thought. Pure questo è un libro che, nonostante la relativa notorietà dell'autore dalle nostre parti, non ha mai avuto una traduzione italiana. Forse perché in anticipo, o in ritardo, sui tempi: la prima edizione risale addirittura al 1985, mentre quella che ho ordinato io è la seconda, pubblicata dalla MIT Press nel 2000 e dotata di ventiquattro pagine finali (Afterword) di aggiornamento. Nel 2009, peraltro, l’aggiornamento dovrebbe essere a sua volta aggiornato... approfittando dell’occasione anche per cambiare l’orrenda copertina.

L’aspetto più datato del libro è però la sua definizione del contenuto. Per metà si parla dell’evoluzione dei computer, e per metà dell’evoluzione delle loro interfacce (l’argomento che interessa a me): due temi non tanto distinguibili all’epoca. Da un certo punto in poi i due filoni si intrecciano, ma ovviamente il secondo entra in gioco tardi. Vale a dire, a pagina 132, capitolo 7, attraverso la figura di J. C. R. Licklider. Il quale, nella primavera del 1957, esaminando il proprio impiego del tempo decise che “most of the task (...) of any technical thinker would be performed more effectively by machines” (134). Come nota Rheingold, l’idea che il computer potesse rimpiazzare non lo scienziato, ma i suoi aiutanti, a quel tempo era già venuta in mente a Engelbart e forse a qualcun altro. Licklider si trovò però presto in una posizione che gli permetteva di concretizzare l’idea: responsabile per l’assegnazione nel settore informatico dei fondi di ricerca del Ministero della Difesa statunitense.

Per il resto, il libro traccia il profilo dei soliti noti: Engelbart, Taylor, Kay... e Ted Nelson. Già nella prospettiva del 1985 erano queste le figure chiave per l’evoluzione delle interfacce informatiche fino al modello-Alto. I protagonisti degli altri capitoli sono invece i fondatori dell’informatica, da Ada Byron a Robert Shannon, e un gruppetto di persone che aveva qualche speranza nel 1985 ma è finito a percorrere strade decisamente marginali: chi si ricorda oggi di nomi come Rodman, Laurel e Barr? O della tecnologia dei “sistemi esperti”? Rheingold perde invece l’occasione di mettere a fuoco il ruolo degli imprenditori che già nel 1985, e molto di più in seguito, hanno plasmato l’evoluzione del computer: Bill Gates viene ricordato in tre pagine, Steve Jobs in due. E la parola “Internet” non è nell’indice analitico (compare invece nell’Afterword), nonostante che già nel 1985 la rete fosse una realtà consolidata nel suo ambiente.

Di questo genere di sorprese, peraltro, era già consapevole Rheingold. Come per esempio a p. 192, quando parlando di Engelbart si dice che:

It is almost shocking to realize that in 1968 it was a novel experience to see someone use a computer to put words on a screen, and in this era of widespread word processing, it is hard to imagine today that very few people were able to see in Doug’s demonstration the vanguard of an industry.

Effettivamente... Ma questo è il motivo per cui, più che quelli che fanno predizioni sul futuro dell’informatica, negli ultimi tempi mi interessano quelli che raccontano il suo passato. Le proiezioni dei singoli profeti sono sempre destinate a essere smentite, e spesso non sono comunque gran che coinvolgenti; il ricordo dei lavori già fatti, e delle strade che non sono state percorse, viceversa, è uno splendido trampolino di lancio.

mercoledì 5 agosto 2009

Hiltzik, Dealers of Lightning

Finalmente, ho quasi terminato la versione scritta della mia lezione di storia dell’informatica sul tema delle interfacce utente. È stato un lavoro molto divertente ma complesso; e una prima difficoltà, pratica, è dovuta al fatto che nelle biblioteche di Pisa non c’è molta documentazione in proposito (e il prestito interbibliotecario è rimasto fermo a lungo). Qualche mese fa ho quindi fatto un bell’ordine di libri usati a Betterworldbooks e, un po’ alla volta, mi sono messo a leggere.

Tra i materiali più leggeri c’è anche questo Dealers of Lightning (1999). Il titolo, d’accordo, è terribile; e il libro è divulgativo. Però è comunque una storia interessante del Palo Alto Research Center della Xerox nel periodo 1969-1981. Il PARC, come molti sanno, è il luogo in cui per la prima volta molte caratteristiche fondamentali dell’interfaccia utente dei computer contemporanei sono state messe a punto e introdotte in sistemi commerciali o quasi-commerciali, a cominciare dal computer Alto (1973). Insomma, è stato il luogo in cui le intuizioni degli anni Cinquanta e Sessanta sono uscite dal laboratorio... a differenza di quanto era successo con lo SRI di Douglas Engelbart.

Tuttavia il PARC si porta dietro la fama di essere stato una serie di occasioni mancate per la Xerox. Come sintetizza Hiltzik:

Xerox had the Alto; IBM launched the Personal Computer. Xerox had the graphical user interface with mouse, icons, and overlapping windows; Apple and Microsoft launched the Macintosh and Windows. Xerox invented What-You-See-Is-What-You-Get word processing; Microsoft brazenly turned it into Microsoft Word and conquered the office market. Xerox invented the Ethernet; today the battle for market share in the networking hardware industry is between Cisco Systems and 3Com. Even the laser printer is a tainted triumph. Thanks to the five years Xerox dithered in bringing it to market, IBM got there first, introducing its own model in 1975 (pp. 389-390).

Nelle pagine finali del libro in effetti Hiltzik contestualizza questo giudizio e lo sfuma un bel po’. Tuttavia il quadro che viene fuori dalle quattrocento pagine precedenti è abbastanza sorprendente. Hiltzik è un giornalista economico e racconta le vicende del PARC dal punto di vista delle dinamiche aziendali. Il quadro che ne esce è una storia di scontri tra bande e lotte per il potere tra persone variamente incompetenti (al punto che l’università italiana sembra al confronto un paradiso di razionalità, armonia e pianificazione...). Che alcune di queste persone abbiano inventato cose oggi fondamentali sembra quasi una contraddizione. Al punto che ci si chiede – è sempre la mia domanda di base, in fin dei conti – quanto queste innovazioni fossero sviluppi logici necessari e quanto invece siano state frutto dell’inventiva individuale.

Comunque segnalo il capitolo 20, The Worm That Ate the Ethernet (pp. 289-299), perché ho scoperto qui che il famoso worm creato da John Shoch venne all’epoca immediatamente ricondotto (da Steve Weyer) al tapeworm informatico immaginato pochi anni prima da John Brunner nel suo The Shockwave Rider (in italiano, Codice 4GH). Hiltzik definisce il tapeworm di Brunner “perhaps the first computer virus of fact or fiction” (p. 295), e, anche se con diversi distinguo, in effetti anche questo è un curioso esempio di preveggenza narrativa.

sabato 1 agosto 2009

Che cosa insegnare?

Grazie (più o meno) ai nuovi regolamenti dell'Università di Pisa, l'anno prossimo farò solo due corsi, entrambi nel secondo semestre. Da qui al febbraio 2010 c'è di mezzo l'eternità. Però, entro il 2 settembre devo inserire in linea i programmi dei nuovi corsi.

Vediamo un po'. Per il Laboratorio di Italiano scritto professionale penso di fare in sostanza la versione migliorata di quello che ho fatto quest'anno. Ci sono ore in più, e penso che saranno utilissime.

Per il corso di Linguaggio del Web della specialistica, invece, vorrei affrontare un argomento quasi del tutto nuovo: il diritto d'autore e la proprietà intellettuale. Visti in buona parte dall'angolazione linguistica, ovviamente, ma non solo.

Come bibliografia penso di inserire tutti i libri di Lessig liberamente disponibili sotto licenza CC. Di sicuro, The Future of Ideas e Remix.

La messa a punto del programma sarà uno dei lavori di agosto.

venerdì 31 luglio 2009

Gli esami non finiscono mai?

Ma sì che finiscono! Se non altro perché il Dipartimento chiude (come ha fatto oggi, alle due del pomeriggio...).

Quindi, per la prima volta da mesi, stasera non ho elaborati da rivedere. Una lunga fila che, fino all'inizio di questa settimana, è stata anche il motivo principale del mancato aggiornamento di questo blog.

Arrivati tempi più spensierati, ne approfitto intanto per fare le statistiche: sul sistema Unipos risultano solo 47 esami confermati, da maggio a oggi. Avrei detto di più!

Ma è anche vero che il mio sistema di correzione, che prevede uno scritto, una discussione e una revisione del testo, è particolarmente impegnativo...

Dei 47 esami, 30 sono di Comunicazione per Informatica. Pochini, visto che negli anni scorsi ne facevo centinaia. Come mai questo calo? Ma per COM il 2009 è stato l'ultimo anno, sicché mi sa che non avrò mai la risposta a questa domanda.

martedì 30 giugno 2009

La forma del libro

Stamattina ho fatto l'ultimo viaggio della stagione, prima di passare a tempo pieno a correggere elaborati e preparare test: una corsa a Firenze per vedere la mostra La forma del libro alla Biblioteca Laurenziana. Appuntamento non rinviabile, visto che:

  1. l'esposizione si è chiusa oggi;
  2. a fine anno dovrebbe riaprire, ma chissà...
  3. l'argomento corrisponde a un punto fisso nei miei corsi.
La mostra in sé aveva alcuni lati molto positivi. Due sole sale e un totale di quaranta pezzi esposti, alcuni dei quali microscopici: la visita completa ha richiesto una mezz'ora.

La prima sala ospita materiale greco: quasi tutto pre-codex, fatto in sostanza di ostraka e papiri, più due tavolette cerate (una delle quali ancora dotata di cera e relativa iscrizione). La cosa più sorprendente qui è stata è la modernità della scrittura (anche maiuscola) nelle lettere e nelle liste: separazione delle parole, saluti e firme a fondo pagina, lettere che vanno sopra e sotto il rigo, eccetera. La lettera del dieceta Apollonio (251 a. C., pezzo 9) o le istruzioni al fattore Heroninos (265-266 d. C., pezzo 13) non hanno nulla da invidiare alle lettere di due millenni dopo - a parte, se ho ben visto, la mancanza di una data! Cose già note, beninteso, ma vederle sotto un faretto da mostra fa un'altra impressione.

Un po' meno interessante la seconda sala, che pure contiene parecchie cose notevoli - tra cui forse il primo Dante "del Cento", la Bibbia "di Marco Polo" reimportata dalla Cina, e così via. Ci sono anche alcuni rotoli moderni di origine extraeuropea: una scelta che sarebbe stata migliore se fossero stati tutti rotoli di testo, non di pittura.

Dal punto di vista della ricerca, certo, la mostra non aggiunge nulla a quel che già si sapeva. E dal punto di vista della didattica lascia un po' perplessi: non illustra in modo completo l'evoluzione rotolo-codex, ma solo campioni illustri, senza spiegare troppo bene che cosa succede tra l'uno e l'altro. Oh, beh, è una mostra di papiri e pergamene e per raggiungerla bisognava attraversare la sala disegnata da Michelangelo! Ci sono pochi modi migliori per riprendere il lavoro dopo le corse all'estero.

Del resto ci sono arrivato con lo spirito giusto: per (forse) la prima volta in vita mia sono saltato sul treno senza portarmi dietro neanche un foglio di carta stampata. Solo l'iPhone, che ho usato per leggere Content di Cory Doctorow. Ma questo penso che sarà l'argomento di uno dei prossimi post.

sabato 20 giugno 2009

Bardini, Bootstrapping

Molte cose di oggi dipendono da eventi puramente casuali del passato. La nostra tecnologia informatica è uno di questi? Cioè, gli strumenti che usiamo per comunicare, dal computer con tastiera fino al mouse, erano scelte obbligate? O solo una possibilità tra tante?

Bootstrapping di Thierry Bardini è un libro che fornisce la risposta a un buon numero di queste domande. Dal punto di vista storico, è un libro su (come dice il sottotitolo) "Douglas Engelbart, Coevolution, and the Origins of Personal Computing". Ma le invenzioni di Engelbart, nome oggi praticamente sconosciuto, sono fondamentali. La sua "Madre di tutte le demo", nel 1968, presentò al pubblico in un colpo solo il mouse, gli ipertesti, la videoscrittura e la videoconferenza.

Le tecnologie attuali non erano le uniche prese in esame da Engelbart. Per esempio, una delle sue idee di base era stata quella di integrare l'interazione tramite mouse con quella tramite una tastiera ridotta a cinque tasti: una "tastiera ad accordi" (chord keyboard) che permetteva di scrivere rapidamente usando una mano sola, mentre l'altra operava. Oppure il mouse da ginocchio...

venerdì 29 maggio 2009

Landes, The wealth and poverty of nations

La seconda lettura di maggio è stata la sintesi storica di Landes. Perché alcune nazioni sono ricche e altre povere? Per quel che possiamo vedere, non c'è una causa unica. Ci sono fattori ambientali, fattori storici, fattori culturali... Ma Landes è molto concentrato sulla diversità europea, partita con la fine del Medioevo e arrivata a fare già nel Quattrocento quello che nessun'altra civiltà era riuscita a fare: esplorare sistematicamente il mondo. Per poi partire con la rivoluzione scientifica, seguita da quella industriale, seguita finalmente dall'integrazione delle due.

Landes è stato un po' messo in ombra dal successo di Jared Diamond, ma la sua concentrazione sui dati economici è interessante - specie di questi tempi. La geografia non è messa in ombra, ma Landes le dà un ruolo ragionevole, in contrapposizione per esempio a ciò che ha fatto Diamond in Collapse - libro stimolante ma che arriva a conclusioni chiaramente sbagliate.

Alla fine, la sostanza è che finora hanno funzionato nazioni che integrano stato e mercato (anche se Landes è propenso a glissare sul primo termine, ne riconosce il ruolo fondamentale; il rapporto è particolarmente evidente nei periodi in cui riaffiora il protezionismo). E in sostanza, per far diventare ricca una nazione...

... what counts is work, thrift, honesty, patience, tenacity (p. 523). The one lesson that emerges is the need to keep trying. No miracles. No perfection. No millennium. No apocalypse. We must cultivate a skeptical faith, avoid dogma, listen and watch well, try to clarify and define ends, the better to choose means (p. 524).

E su queste riflessioni la cavalcata si chiude. La cultura sembra il punto chiave, e a parità di condizioni ho il sospetto che Landes abbia ragione. Certo, in molti punti il libro è scritto in tono ironico, e la battuta nasconde a volte errori nel racconto dei fatti... ma l'impostazione generale mi sembra solida.

martedì 26 maggio 2009

Tooze, The Wages of Destruction


Una delle cose interessanti - o umilianti - della saggistica umanistica è la scarsa resistenza delle conclusioni. Nella linguistica ci sono mode che vanno e vengono, e che a volte oscillano tra un estremo e l'altro. Nella storia...

Incoraggiato da alcuni rinvii incrociati su Amazon.com ho preso alla biblioteca di Filosofia e Storia The Wages of Destruction di Adam Tooze (tradotto anche in italiano, come Il prezzo dello sterminio; ma chi ha voglia di leggere una traduzione?). Ottocento pagine che mi sono servite nell'ultimo mese per staccare un po' dal lavoro. Alla fine, il libro mi è piaciuto molto, anche perché è scritto con un atteggiamento da nerd che apprezzo moltissimo: finora non avete capito nulla di questo argomento, adesso vi spiego io come sono andate le cose, a forza di statistiche...

L'argomento è, nel caso particolare, l'economia della Germania sotto il nazismo. Tema arido, forse, e i capitoli iniziali (che descrivono i problemi di commercio con l'estero e bilancia dei pagamenti al tempo della Repubblica di Weimar) sono senz'altro i meno coinvolgenti. Poi il racconto si fa più serrato. Ci sono persone che possono rimanere alzate fino a tardi per leggere un'analisi dettagliata degli alti e bassi nella produzione di munizioni in Germania tra il 1942 e il 1945... me compreso, ahimè. Tooze ha fatto un signor lavoro, anche con l'ottica di smontare il mito dell'efficienza di Speer (non sono del tutto d'accordo con le sue valutazioni su questo) e rivalutare invece il lavoro ordinario dei burocrati tedeschi.

Una buona idea: leggere questo libro a poca distanza da Les Bienveillantes di Jonathan Littell. Ogni tanto i due racconti si intrecciano (come sul problema della partecipazione di Speer all'infame convegno di Posen), e dissonanze e consonanze sono interessanti. Per riflettere sul come, a volte, una cosa talmente aliena come la Germania nazista possa sembrare sgradevolmente vicina al nostro presente.

Dopo il periodo di punta

La chiusura dei corsi è sempre (per me, almeno) un periodo caotico. Da un lato le lezioni, che di solito si accumulano; dall'altro, i primi compiti da correggere.

Conseguenza pratica: un mese di pausa con questi post. Bene, rieccomi qua. Ho anche due articoli e due interventi a convegni da preparare da qui al 25 giugno, più il lavoro preliminare per i test d'accesso per la Facoltà di Lettere. Non ci sarà certo da annoiarsi.

giovedì 30 aprile 2009

Metitieri, Il grande inganno del web 2.0

Visto e comprato: un libro intelligente e divertente! Ha il limite di essere più un pamphlet che una vera ricerca, per cui moltissime affermazioni sono lanciate là e non documentate. Però merita.

Il bersaglio polemico più importante sono i blog in generale, e i blog italiani in particolare. Come dargli torto? Qui da noi non è emerso quasi nessun blog importante; ce ne sono diversi di ottima qualità, ovviamente, ma non hanno certo un pubblico significativo. Alcuni li ho elencati nel menu qui a sinistra... ma, appunto, a parte il blog di Paolo Attivissimo, nessuno di loro è particolarmente famoso.

lunedì 20 aprile 2009

Un archivio per le facce

Il mio problema di memoria... beh, continua a essere un problema!

Oggi a ricevimento si è presentata una studentessa della laurea specialistica per un programma da concordare. Io le ho chiesto un po' di informazioni sugli esami sostenuti e poi anche un dato non secondario: con chi si era laureata alla triennale?

Risposta: ehm... con lei, professore.

Momento di imbarazzo.

Anche più di un momento, perché è una laurea di pochi mesi fa.

Cose del genere mi succedono ininterrottamente. Questo è il motivo per cui vado avanti con liste, archivi e calendari. Se ci sono appunti scritti, scalette e avvisi, i buchi di memoria fanno danni ridotti. Ma le facce sono ancora un problema! Forse dovrei creare un archivio fotografico di tutte le persone che conosco? E andare a consultarlo regolarmente? Un Facebook per la vita reale? Con promemoria via SMS per passarlo in rassegna ogni giorno?

domenica 19 aprile 2009

James G. Ballard è morto


Ho appena letto la notizia. Con lui ho avuto a che fare di persona tempo fa: ho contribuito a fargli un'intervista nel 1992 (o giù di lì) a Viareggio, a due passi da casa mia. Che fosse malato di un cancro inoperabile, si sapeva; ma è stata comunque una cosa inaspettata.

Per molti anni ho pensato che fosse il più grande scrittore del ventesimo secolo. Probabilmente lo penso ancora... E ho ancora il sospetto che L'astronauta morto sia il più bel racconto di fantascienza di tutti i tempi. A memoria, comincia così: "Le torri arrugginite di Cape Kennedy si ergevano verso il cielo come le cifre di una dimenticata algebra astrale".

Ma soprattutto, sono sicuro che la società post-televisiva lui l'aveva capita a fondo, quanto e meglio di chiunque altro, già negli anni Cinquanta.

Ne sentirò la mancanza, e non sarò il solo.

sabato 18 aprile 2009

Ma si può misurare la complessità linguistica?

 
 
La raccolta Language complexity as an evolving variable ha, dal punto di vista della presentazione, il limite (ovvio) di non essere un lavoro organico. I contributi degli autori sono armonizzati solo fino a un certo punto e quindi ci sono molte ripetizioni e molti interrogativi rimasti in sospeso.
 
Il più importante è il nodo della valutazione della complessità. Come si fa a dire se una lingua è più o meno complessa di un'altra? In astratto, il modo corretto consiste nell'avere un indicatore oggettivo e unico che descriva il grado di complessità di una lingua tenendo in considerazione tutti i suoi livelli (grammatica, sintassi, lessico...). In diversi contributi inclusi nel libro si lanciano accenni in questa direzione, per fare poi approfondimenti su singoli aspetti.
 
È quindi un po' sorprendente che il contributo più significativo in questa direzione sia il penultimo saggio incluso nel libro: "Overall complexity": a wild goose chase? di Guy Deutscher. Nove paginette (243-251) che però presentano il punto chiave. La grammatica moderna ha capito che la distinzione tra grammatica e lessico è molto più sfumata di quel che sembra a prima vista (ne parlavo qualche mese fa in un post su Jackendoff). E a questo punto, nota Deutscher, la complessità di una lingua "will crucially depend on the size of the lexicon, and it will vary enormously between individuals" (p. 248).
 
Questo mette in pratica la parola fine a una valutazione oggettiva e seria delle "lingue". Quelli che si possono misurare sono solo casi particolari: per esempio lingue molto simili tra di loro, differenziate da tratti ben definiti. In questa raccolta viene in effetti descritta almeno una situazione del genere, con un intervento di Östen Dahl sulle diversità tra lo svedese e la lingua parlata a Älvdalen in Svezia. Con la conclusione che l'ipotesi ALEC (All Languages are Equally Complex) può considerarsi falsificata.
 
Deutscher vuole comunque andare oltre la falsificazione di ALEC e insiste sull'impossibilità di avere una misura unica, e quindi di poter confrontare davvero le lingue nel loro assieme. Finiti di leggere i diversi contributi, sospetto che abbia ragione.
 

venerdì 17 aprile 2009

Iain M. Banks, Matter

Ho la fortuna di avere amici che mi regalano libri; e la fortuna (ancora più grande) di avere amici che sanno quali libri regalare...

Il regalo più recente è stato Matter di Iain M. Banks. È l'ultimo romanzo ambientato nell'universo della Cultura, ed è sorprendentemente ben fatto: non mi divertivo così tanto a leggere Banks dai tempi... beh, direi dai tempi della Mente di Schar (che, ahimè, è stato tradotto in italiano giusto vent'anni fa).

Inutile cercare di riassumere la vicenda, che ruota attorno a una contesa dinastica sul pianeta a livelli Sursamen. Abbandonato dai suoi costruttori un miliardo di anni prima, Sursamen ha due livelli, l'ottavo e il nono, abitati da esseri umani con un livello di tecnologia fine Ottocento; e ha, ovviamente, un dio alieno al centro, e un segreto nascosto da qualche parte. Quel che conta è, al solito, il quadro galattico, e Banks riesce a tenerlo in piedi meglio di tutti gli scrittori (molti dei quali scozzesi come lui...) che si sono gettati in questo filone di moda.

Le note di interesse linguistico sono poche, ma di classe. Innanzitutto i nomi delle astronavi e delle loro classi, che sono belli come al solito: It's My Party And I'll Sing If I Want To, Inspiral, Coalescence, Ringdown, You'll Clean That Up Before You Leave... Poi Banks fornisce una minima, ma problematica, indicazione sul Marain:

He had called himself a Wanderer (they were talking Marain, the Culture's language; it had a phoneme [sic] to denote upper case) (p. 370).

Chissà se Banks ha ben chiaro il concetto di "fonema"? Non sono male, invece, gli imperfetti tentativi di comunicazione da parte degli Oct, una delle razze senzienti che tengono sotto controllo Sursamen. Per esempio, questo discorso di ambasciatore:

"Grief is to be experienced, thereto related emotions, and much. I am unable to share, being. Nevertheless. And forbearance I commend unto you. One assumes. Likely, too, assumption takes place. Fruitions. Energy transfers, like inheritance, and so we share. You; we. As though in the way of pressure, in subtle conduits we do not map well" (p. 31).

Ma soprattutto, è molto bella la descrizione di questa interfaccia che una dei protagonisti usa per programmare il ritorno su (ehm, dentro) Sursamen:

Even without consciously thinking about it, she was there with a diagrammatic and data-ended representation of this section of the galaxy. The stars were shown as exaggerated points of their true colour, their solar systems implied in log-scaled plunge-foci and their civilisational flavour defined by musical note-groups (the influence of the Culture was signalled by a chord sequence constructed from mathematically pure whole-tone scales reaching forever down and up). An overlay showed the course schedules of all relevant ships and a choice of routes was already laid out for her, colour-coded in order of speed, strand thickness standing for ship size and schedule certainty shown by hue intensity, with comfort and general amenability characterised as sets of smells. Patterns on the strands - making them look braided, like rope - indicated to whom the ships belonged (p. 95).

Altro che il Route Planner Michelin, o il sito delle ferrovie tedesche! Un'interfaccia del genere farebbe sognare anche Edward Tufte.

martedì 14 aprile 2009

I prossimi impegni

Rivedendo in questi giorni i miei impegni da qui all'estate, ho scoperto con un po' di sorpresa che per interventi a convegni e assimilabili sarà il fumetto a farla da padrone.

Per gli interventi a convegni:
  1. il 24 aprile sarò a Napoli Comicon per partecipare alla presentazione della scuola di traduzione per il fumetto e l'editoria di Bologna
  2. dal 15 al 17 giugno sarò a Heidelberg con un intervento su La scrittura non standard nei fumetti italiani, da scrivere assieme a Fabio Gadducci per il Convegno/Workshop I(l) linguaggi(o) del fumetto / Die Sprache(n) der Comics
  3. il 26 giugno sarò a Cork con l'intervento Between Black and Yellow: Italian Comics and
    Crime Fiction all'interno del convegno Con(tra)vention
Inoltre, entro maggio-giugno devo consegnare diversi articoli sul fumetto:
  1. uno sul Giornale per i bambini da scrivere assieme a Fabio Gadducci per SIGNs
  2. uno per la rivista tedesca Zibaldone
  3. uno per gli atti del secondo convegno di Rovereto
Un programma relativamente intenso, insomma! Spero si riveli anche compatibile con la scrittura del libro sul linguaggio del web...

sabato 11 aprile 2009

Language complexity as an evolving variable: i presupposti polemici

 
 
Viviamo in tempi interessanti; e, sì, sono interessanti anche dal punto di vista degli studi linguistici. Il consenso chomskyano degli ultimi cinquant'anni si sta squagliando in alcune aree significative, e seguire il (e magari contribuire al) processo è molto divertente.
 
Un importante contributo in questa direzione viene dalla raccolta Language complexity as an evolving variable, appena pubblicato dalla Oxford UP a cura di Geoffrey Sampson, David Gil e Peter Trudgill. I contributi inseriti nel libro sono di qualità molto variabile, ma quel che conta è il discorso di base. Da mezzo secolo i linguisti hanno ripetuto un mantra poco dimostrato: tutte le lingue sono ugualmente complesse. Questa raccolta è il primo contributo organico a puntare in un'altra direzione.
 
In effetti, qualunque profano direbbe, e dice, che è ovvio che le lingue abbiano livelli diversi di complessità: il mandarino sembra molto complicato agli italiani, lo spagnolo invece è molto semplice, e così via. Il passo successivo però consiste nel riconoscere che questa diversità è direttamente dipendente dalla lingua madre: lo spagnolo non è affatto semplice per i cinesi, e così via. E poi, in molti settori, sembra che la semplicità di alcuni livelli sia compensata dalla complessità di altri. Per esempio, dire che al confronto del tedesco l'inglese ha una grammatica molto semplice, ma una fonetica (e un'ortografia) molto complessa è un luogo comune... io se non sbaglio l'ho incontrato per la prima volta, se non sbaglio, in Tre uomini a zonzo di Jerome K. Jerome.
 
Il passo immediatamente successivo è già più invischiato nella teoria: visto che il meccanismo di base delle lingue, in ottica chomskyana, è unico per tutti gli esseri umani, è tutt'altro che implausibile che il livello di complessità raggiunto sia determinato dalle caratteristiche dell'"organo della grammatica", e non da accidenti esterni. Inoltre, sono ben noti casi come quelli dei pidgin o delle lingue dei segni: codici di comunicazione molto semplici acquistano un bel po' di regole e di complessità appena una generazione di bambini li impara come lingue madri. È il meccanismo per cui dai pidgin si passa alle lingue creole, e sembra una prova evidente del fatto che un certo livello di complessità linguistica è la situazione naturale per gli esseri umani.
 
Delle conclusioni a cui arriva questa raccolta... parlerò in uno dei prossimi post!
 

mercoledì 8 aprile 2009

Seagulls screaming...

Yesterday I saw for the first time a seagull hunting and killing a pigeon (at 9:00 a.m., in Piazza XX settembre). I had already seen seagulls hunt pigeons, but that was the first time I saw one of them actually managing to catch the prey. The killer was a gabbiano reale, of course (Larus michahellis or argentatus).

Seagulls learned many things in the last few years. And they didn't need language: culture and imitation are enough for the task at hand, it seems.

In Leghorn, I have heard, seagulls hunt pigeons regularly, as in America and elsewhere. I like seagulls, but they can be also rather disquieting presences - as I saw in Inchcolm a couple of years ago.

Anyway, I would like to know what comes next. Pedestrians and cyclists, arguably... Now, if only Alfred Hitchcock could drop by for a quick survey of the location...

lunedì 6 aprile 2009

Idee sul futuro dell'editoria

Ho trovato un paio di video interessanti realizzati da BookNet Canada. Il più interessante è l'ultimo, un discorso di Michael Tamblyn sulle cose che potrebbe fare già adesso il mondo dell'editoria... niente di straordinario, ma alcune idee utili. E un link simpatico come quello a Zoomi: mi sono divertito a girare tra i reparti a schermo intero. Un po' lento il caricamento, a volte, ma questi problemi spariranno...

giovedì 2 aprile 2009

Quanta grammatica è necessaria?

Finalmente è stata pubblicata una raccolta di studi che aspettavo da qualche mese: Language complexity as an evolving variable, a cuira di Geoffrey Sampson, David Gil e Peter Trudgill. La raccolta mette in discussione da molti punti di vista un assioma della linguistica contemporanea (nella linea di Chomsky, almeno): tutte le lingue sono ugualmente complicate.

E invece, probabilmente, no...

Del grosso del volume parlerò in un prossimo post. Per ora mi limito a citare uno dei testi contenuti, How much grammar does it take to sail a boat? L'autore, David Gil, si risponde da solo: non molta.

Per rispondere, prende innanzitutto a modello una lingua che abbia parole prive di struttura morfologica, che non contenga categorie sintattiche tipo "nome" e "verbo", e che non abbia regole specifiche per la costruzione delle associazioni semantiche. Una lingua di questo genere viene definita IMA (isolating - monocategorical - associational) e in pratica si basa solo sull'accostamento di parole, producendo significato in base al contesto e facendo a meno di molti strumenti che noi prendiamo per scontati, dalla variazione morfologica alle regole sulla posizione di soggetto e oggetto.

Una lingua puramente IMA, dice Gil, non esiste; però secondo lui l'indonesiano della provincia di Riau si avvicina molto a questo ideale. Le frasi riau possono essere del tipo ayam makan, "pollo mangiare", per indicare cose molto diverse come 'il pollo mangia', 'il pollo è stato mangiato' e così via. In aggiunta a questa non-struttura, Gil aggiunge che il riau viene usato per comunicare a tutti i livelli: dall'insegnamento universitario alle conversazioni dei cacciatori-raccoglitori nella foresta fino ai giochi di parole. Sembra cioè sufficiente per tutte le necessità umane.

Sarà vero? Per saperlo bisognerebbe conoscere più a fondo il riau (e il suo rapporto con l'indonesiano, che invece ha una discreta complessità grammaticale)... L'idea comunque è affascinante, e conferma alcuni miei sospetti di fondo. La complessità delle nostre lingue, probabilmente, è una complessità inutile.

martedì 31 marzo 2009

Baron, Always on

I contributi interessanti sul linguaggio del web si stanno facendo più numerosi. Questo libro è senz'altro un notevole passo avanti, anche se gli argomenti coperti sono tanti (e alcuni già ben noti). Ecco i capitoli:

1. Email to your brain. Il modo in cui gli esseri umani reagiscono alla tecnologia.

2. Language online. Storia della comunicazione elettronica (dai computer ai telefoni cellulari) e definizioni.

3. Controlling the volume. Alcuni dei modi in cui gli esseri umani controllano l'interazione elettronica: segnandosi come "non al computer" con sistemi di messaggeria istantanea, facendo finta di parlare al cellulare quando incontrano qualcuno con cui non vogliono fermarsi, controllando il numero del chiamante prima di rispondere... Componente interessante, ma, direi, marginale; eppure Baron insiste molto su questo aspetto.

4. Are instant messages speech? Qui si entra più sul vivo, con la presentazione di alcune ricerche originali (anche se su campioni minimi). La risposta alla domanda "Speech or writing" è quella ormai ben nota: "Some of both, but not as much speech as we've tended to assume. What's more, gender matters" (p. 70). Ma sull'ultimo punto, il campione è tanto ristretto che, sì, anche se le ragazze scrivono in modo diverso rispetto ai ragazzi... questa è probabilmente una delle tante variazioni presenti (giovani e meno giovani, studenti e lavoratori...).

5. My best day. Un mix di osservazioni linguistiche quantitative e altre più sociologiche sul mondo dei sistemi di messaggi istantanei e di Facebook.

6. Having your say. Blog, YouTube e così via. Tante osservazioni sociologiche e ben poco di interesse linguistico. In un certo senso, le sezioni più interessanti sono quelle che parlano dei talk show alla radio e quelle che cercano di descrivere le motivazioni di chi si esprime in pubblico in questo modo.

7. Going mobile. L'uso dei cellulari... una novità (relativa) per gli Stati Uniti, ma non per noi. Con osservazioni sui modi diversi in cui le varie culture si servono del cellulare. Interessanti i confronti tra SMS e messaggi istantanei.

8. "Whatever". Internet (o altri processi globali) stanno distruggendo il linguaggio? Di sicuro alcuni tratti convenzionali vengono oggi spesso ignorati.

9. Gresham's Ghost. Le trasformazioni della cultura scritta e della lettura.

10. The people we become. Aspetti sociali della comunicazione elettronica e, in particolare, il modo in cui questa facilita il distacco dalla società.

E poi, la bibliografia. Ventun pagine di titoli... e mi verrebbe voglia di leggerli tutti!

Dalrymple, From the Holy Mountain

Ecco un libro che non ha (quasi) nulla a che fare con il linguaggio e con il web, ma che mi è piaciuto molto - come del resto tutti gli altri lavori di Dalrymple.

From the Holy Mountain
racconta un viaggio attraverso le comunità cristiane del Medio oriente, compiuto nel 1994 sulle tracce del Pratum spirituale scritto da Giovanni Mosco agli inizi del VII secolo, subito prima dell'arrivo degli arabi. Niente da dire: Dalrymple è molto bravo a mettere in risalto la continuità storica e le eredità millenarie. Pazienza se ogni tanto si lascia prendere la mano dalla soddisfazione di ritrovare dal gusto per i contrasti, come in questo frammento del dialogo con un frate ortodosso nel monastero di Mar Saba, con vista sulla valle del giudizio universale:

See down there at the bottom? The river? Nowadays it's just the sewage from Jerusalem. But on Judgement Day that's where the River of Blood is going to flow. It's going to be full of Freemasons, whores and heretics: Protestants, Schismatics, Jews, Catholics... More ouzo?

Comunque Dalrymple fa venire voglia anche a un ateo come me di trasferirsi nel deserto a salmodiare in qualche cella... anche in mezzo alla descrizione delle persecuzioni a cui i cristiani mediorientali sono stati sottoposti (un po' da tutti) nel corso dell'ultimo secolo. È un'altra pagina di storia che si sta chiudendo, in nome degli stati nazionali e del monoculturalismo.

lunedì 30 marzo 2009

Le interfacce immaginarie

Oggi ho fatto lezione al corso di Storia dell'informatica parlando di interfacce immaginarie: il modo in cui gli scrittori di fantascienza (e non solo) hanno immaginato i modi per far interagire esseri umani e computer. Naturalmente, mi sono concentrato sui modi in cui l'interazione riguarda linguaggio e scrittura.

La lezione si è conclusa leggendo un curiosissimo esempio di preveggenza: il racconto A logic named Joe pubblicato nel 1946 da William F. Jenkins (più noto come Murray Leinster). Il racconto descrive una rete di personal computer diventata di uso comune nella vita quotidiana, e il quadro è sorprendentemente vicino alla nostra realtà. In rete si trova anche il testo originale del racconto, pubblicato dalla Baen; io ho usato la prima traduzione italiana, comparsa su Gamma nel 1967. Ricordo vagamente di aver letto il racconto nel 1984 o giù di lì, e di non esserne rimasto troppo colpito... Col senno di poi, è stato un errore!

domenica 22 marzo 2009

Simone, La terza fase

Il libro è stimolante ma mi ha deluso: da Raffaele Simone mi aspettavo uno studio più approfondito.

Il libro parte da una domanda importante: "come si conserva e trasmette quel che sappiamo?" (p. X). L'idea di Simone è che rispetto al passato "I saperi che circolano oggi, nella Terza Fase, sono meno articolati, meno sottili, e, addirittura, possono fare a meno di basarsi su formulazioni verbali" (p. XII).

Il primo capitolo è dedicato al rapporto tra vista e udito ("L'ordine dei sensi"). La "visione alfabetica" (ma in realtà Simone parla, senza accorgersene, di "visione data dalla scrittura": possibile anche in sistemi non alfabetici) concilia i due sensi in un'unità superiore.

Poi Simone passa a dire che la "visione alfabetica" è arrivata, dopo secoli di espansione, al momento del declino. "Questo fenomeno non dà manifestazioni dirette e clamorose, ma si lascia osservare solamente attraverso indizi. Uno di questi è costituito dal graduale arrestarsi, in tutto il mondo, del decremento dell'analfabetismo, e, corrispettivamente, dall'enorme aumento della varietà degli stimoli uditivi che veicolano messaggi e della tipologia delle immagini visive" (pp. 21-22).

Davvero? Per quanto riguarda la seconda parte dell'argomento, perché mai la varietà di immagini visive e messaggi dovrebbe, di per sé, andare a detrimento della lettura? Tutti i dati che abbiamo vanno in direzione opposta (v. Morrone e Savioli).

E per quanto riguarda la prima parte, dire che una cosa cresce più lentamente vuol dire che è arrivato il suo declino? Ne dubito. L'accesso a un determinato stile di vita è causa ed effetto di un rapporto diverso con la lettura e il "decremento dell'analfabetismo" mi sembra collegabile più alle dinamiche sociali ed economiche che a qualunque altro fattore. Negli ultimi vent'anni masse immense sono uscite dalla povertà e hanno cominciato a fare lavori che richiedono spesso, tra le altre cose, capacità di lettura; se il processo continuerà, perché non dovrebbero accedere a questo tipo di interazione anche tutti gli esseri umani che ora ne sono esclusi?

Guardare, dice poi Simone, è più facile che leggere. E fin qui tutto bene. Ma siamo sicuri che questo voglia dire che oggi ci sia uno "spostamento" in direzione del guardare o sentire e a danno del leggere? In fin dei conti, su Internet si vedono molti video ma nessuno (o quasi) si mette a guardare video per imparare, per esempio, a programmare in Java - a meno che il video non sia davvero utile! La "facilità" d'uso è importante, ma non è certo l'unico fattore nella scelta degli strumenti o delle attività. Alcune competenze e conoscenze si acquisiscono molto meglio passando dalla lettura; finché queste competenze e conoscenze saranno richieste, e finché praticamente tutti gli abitanti delle società economicamente progredite impareranno a leggere e a scrivere, non vedo come la lettura possa ridursi d'importanza al loro interno.

Per ricostruire il suo schema Simone si basa su un libro di Detti che non ho letto; può darsi che lì ci siano informazioni diverse da quelle che ho io. Ma ne dubito. Simone però non esibisce dubbi. Citando un libro di Sartori (purtroppo non conosco neanche questo... ma, di nuovo, dubito che possa essere una base solida per considerazioni del genere!) arriva a dire che "Oggi è tornata a dominare la visione non-alfabetica, e una varietà di analisi si sono soffermate su questo fatto" (p. 23). "Fatto", nientemeno! Non "ipotesi", o "idea"... fatto.

Eppure di statistiche non c'è traccia. Si può dimostrare che per esempio i giovani italiani hanno meno confidenza con la scrittura o la lettura rispetto ai loro concittadini più anziani? Tutti i dati che abbiamo mostrano il contrario.

Altri punti del libro danno dubbi perfino dal punto di vista scientifico. Alle pp. 30-31 si parla dell'origine del linguaggio ma diverse osservazioni fatte mi lasciano perplesso. Per esempio si dice che per la "nascita della fonazione" "alcuni propongono 25.000, altri 35.000 anni fa, altri date ancora più remote" (p. 31)! Io non ho mai visto stime inferiori ai 30.000 anni e penso che oggi nessuno abbia il coraggio di sostenere che un linguaggio articolato non esistesse nel 23.000 AC! Tra l'altro, si pensa che gli abitanti della Tasmania o delle Andamane possano essere rimasti isolati per 40.000 anni, e loro il linguaggio ce l'hanno... (anche se, a dire il vero, il loro isolamento risale forse a "solo" 12.000 anni fa, con la deglaciazione). Qualcuno avrà fatto anche stime così basse - non pretendo di conoscerle tutte - ma il punto è che il consenso oggi punta a date molto più remote, dai 50-60.000 anni minimo (con l'uscita dei sapiens dall'Africa) fino all'homo erectus, arrivando agli estremi di Alinei (che ritiene che gli attuali gruppi linguistici proseguano le lingue dei gruppi separatisi due milioni di anni fa; ipotesi un po' estrema, ma ammissibile).

Il capitolo 2 del libro è dedicato ai "Destini del parlare", e descrive i pregiudizi contro i linguaggi umani. Interessante, ma unilaterale. Perché non descrivere anche gli elogi della voce, che sono numerosi (a partire, per me, da quelli di Bembo)? Citazione citabile, per me, parlando di chat: "lo scritto e il parlato tendono sempre di più a coincidere o per lo meno a somigliare" (p. 49). Ma no! Si è creato uno spazio intermedio, ma lo scritto-scritto è ben vivo e il fatto che tra i due poli ci siano scalini meno bruschi non vuol affatto dire che uno dei due scompaia.

Eccetera. Nel resto del libro ci sono molte osservazioni interessanti, e alcune interessantissime (come la discussione dei "fenomeni vaghi", p. 125). Ma è il quadro complessivo che, semplicemente, non funziona.

Altra citazione citabile: "la scoperta e la pratica della scrittura devono aver avuto effetto anche sulla strutturazione delle lingue (...) anche la Terza Fase avrà prodotto e starà producendo cambiamenti nell'organizzazione del linguaggio, nella sua qualità e nel suo modo di 'cogliere' le cose" (pp. 123-124). Forse. Di sicuro gli esempi forniti (la posta elettronica e gli SMS hanno modoficato "il concetto stesso di lettera", p. 124) non sono poi così epocali.

Un aspetto da approfondire: il chiacchiericcio. Ebbene sì, la voce ha meno applicazioni pratiche di quanto generalmente si pensi. Personalmente, credo da anni che il vantaggio evolutivo dato dal linguaggio, più che alla trasmissione di dati ("Tre tigri dai denti a sciabola in avvicinamento da nord-est, ma non hanno l'aria affamata...") sia collegabile alla selezione sessuale e al mantenimento dei rapporti sociali ("Sei bellissima, stasera"). L'impiego per la trasmissione di conoscenze è solo uno degli usi del linguaggio, e direi che, per quanto fondamentale, è del tutto minoritario nell'uso quotidiano della lingua... al di fuori dei canali formalizzati di istruzione.
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