martedì 24 ottobre 2017

Palermo, Italiano scritto 2.0

  
 
Massimo Palermo, Italiano scritto 2.0
Ho letto con molto interesse l’ultimo libro di Massimo Palermo, Italiano scritto 2.0. Il tema è centrale per il mio lavoro ed è comunque molto stimolante: in che modo affrontare i nuovi testi prodotti dalla comunicazione elettronica?
 
Massimo Palermo ha deciso di farlo in primo luogo attraverso gli strumenti della linguistica testuale. Oggi (per fortuna) sembra ormai intuitivo che non esista un “italiano della rete” (p. 77), ma per approfondimenti occorre entrare un po’ più nel dettaglio. 
 
Procedendo in ordine di lettura, il primo capitolo del libro, Breve storia delle tecnologie della parola (pp. 15-49), sintetizza nella sua prima parte una visione ancora molto diffusa sui rapporti tra scrittura e oralità, secondo l’impostazione di Walter Ong. Nella seconda, affronta vari tipi di testo digitale e le modalità con cui questi testi sono fruiti.
 
Il secondo capitolo, Il testo, i testi (pp. 50-76), presenta le basi dell’esame linguistico dei testi: importanza dell’interpretazione, ruolo dei contenuti impliciti, coerenza, coesione, ruolo del canale, intertestualità, tipi e, appunto, generi testuali.
 
L’ultimo argomento mi sembra quello centrale (valutazione non sorprendente, visto che i miei lavori propongono come chiave dello studio proprio i generi testuali e i vincoli pragmatici a essi collegati). Qui Palermo propone una separazione netta tra “testi nativi digitali, cioè concepiti per una fruizione esclusivamente telematica e ipertestuale e testi e-migrati, concepiti come testi tipografici e che vivono solo per una parte della loro vita nel computer” (p. 74). È senz’altro vero che per molti generi la distinzione è valida, e la presento in questo senso anche nel mio libro su L’italiano del web. Tuttavia, va notato che una contrapposizione netta non è facile: per esempio, l’articolo di giornale oggi spesso non viene mai stampato ma è un genere testuale che nasce per la carta stampata; lo stesso avviene per l’articolo di enciclopedia o la definizione di dizionario. In tutti questi casi la continuità è molto forte, al di là di qualche piccolo adattamento in rapporto al cambiamento dei vincoli pragmatici quando si passa dalla carta allo schermo. 
 
Il terzo capitolo, I testi nella rete: verso una destrutturazione?, esordisce con un paragrafo il cui titolo mi trova molto in sintonia: Perché non esiste un italiano della rete. La motivazione è naturalmente in linea con quanto detto poco sopra: la natura eterogenea dei testi presenti in rete, che vanno esaminati non nel loro assieme ma in rapporto ai “singoli tipi di scrittura” (p. 77; io vedrei appunto come centrali, oltre ai tipi di scrittura, direttamente i generi). I punti di maggior interesse di questi tipi di scrittura, secondo l’autore, sono rappresentati dalla suddivisione in campi, dalla dialogicità, dalla brevità e dalla frammentarietà.
 
Il quarto capitolo, Il ruolo della scuola (pp. 99-126), propone una visione decisa per il rapporto tra scuola e tecnologie della comunicazione. Secondo Palermo, sono illusorie sia l’idea “di tener fuori la rete dal processo educativo” (p. 99) sia quella di trasferire in classe “le tecnologie e l’apprendimento informale” (p. 100). Importante, invece, è conservare le abitudini “tipografiche” sviluppando, in parallelo, quelle legate ai testi digitali. Particolarmente importante, in quest’ottica, viene vista la capacità di discutere criticamente le fonti e di aggirare i vincoli della brevità eccessiva.
 
Gli argomenti sono tutti appassionanti, ma, a proposito di brevità, va detto che Italiano scritto 2.0 risulta davvero molto sintetico: in pratica, ogni singolo paragrafo meriterebbe un’espansione in forma di libro. Speriamo che ci sia modo di averla, nel prossimo futuro!

Massimo Palermo, Italiano scritto 2.0. Testi e ipertesti, Roma, Carocci, 2017, pp. 141, € 12, ISBN 978-88-430-8874-4. Copia ricevuta in omaggio dall’editore.
 

martedì 3 ottobre 2017

I miei prossimi convegni

  
 
Napoli fuori dalle finestre del convegno SLI
Tra la fine di settembre e il mese di ottobre, per me, ci sono stati e ci saranno diversi impegni fuori sede.

 
La settimana scorsa sono stato a Napoli per il LI convegno della Società di Linguistica Italiana, dedicato a Le lingue extra-europee e l’italiano. Problemi didattici, socio-linguistici, culturali e caratterizzato anche da molte toccanti commemorazioni della figura di Tullio De Mauro.  Il mio intervento, realizzato insieme a Tanya Roy, illustrava il modo in cui viene usato Il focalizzatore anche nei testi scritti di studenti con lingue indoarie come L1… e naturalmente includeva anche qualche risultato delle mie esperienze di didattica in India.
 
La prossima settimana sarò a Siena per il Convegno ASLI Scuola Scrivere nella scuola oggi. Obiettivi, metodi, esperienze. Lì, sabato 14, nella sessione che va dalle 11:30 alle 13, terrò un intervento dedicato a Scrivere su Wikipedia dall’Università alla scuola.
 
Dal 18 al 20 ottobre sarò invece a Bruxelles per il convegno L’italiano che parliamo e scriviamo, organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura. Il mio intervento si terrà giovedì 19 alle 16 e avrà il titolo Dai computer come strumenti di comunicazione ai computer che parlano e scrivono: cambiamenti e stabilità nell’italiano.
 
A Napoli le cose sono andate benissimo, anche grazie all’ottima organizzazione del convegno. Soprattutto, mi sono divertito un sacco e ho imparato un sacco di cose… confido che succeda lo stesso anche con i prossimi convegni.
 

giovedì 21 settembre 2017

Tavosanis, Libraries, Linguistics and Artificial Intelligence

  
 
Da pochi giorni è uscito un mio nuovo articolo sugli intrecci tra informatica e linguistica. L’articolo si intitola Libraries, Linguistics and Artificial Intelligence: J. C. R. Licklider and the Libraries of the Future ed è stato pubblicato dalla rivista JLIS.it, Italian Journal of Library, Archives, and Information Science
 
La base non troppo remota di questo articolo è un intervento che ho tenuto a Parigi nel 2013 a proposito dei pionieristici lavori di Licklider. La base più remota è una serie di riflessioni mie (in parte presentate anche su questo blog) sui vantaggi e sui limiti delle interfacce grafiche per i sistemi informatici. Licklider è stato, in particolare negli anni Sessanta, una delle persone che hanno contribuito di più a creare i moderni sistemi di interazione con i computer… però, prima di incoraggiare il modello poi vincente, aveva fatto numerose sperimentazioni.
 
Il modello vincente ha poi nascosto molte alternative. Tornando indietro nel tempo, quindi, le idee più vecchie di Licklider sono molto interessanti da studiare, per vedere in che modo avrebbero potuto andare le cose. Nel mio articolo mi concentro in particolare su un fondamentale rapporto tecnico di Licklider, pubblicato in volume nel 1965: Libraries of the Future. L’interazione prospettata lì era ancora basata sul sogno di poter elaborare facilmente il linguaggio naturale; nel giro di pochi anni, il sogno si sarebbe scontrato con la realtà – ma adesso che la tecnologia si è evoluta, secondo me vale la pena tornare un po’ indietro e trovare qualche spunto interessante.
 
Mirko Tavosanis, Libraries, Linguistics and Artificial Intelligence: J. C. R. Licklider and the Libraries of the Future, JLIS.it, settembre 2017, v. 8, n. 3, pp. 137-147, ISSN 2038-1026, doi:http://dx.doi.org/10.4403/jlis.it-12271.
 

giovedì 14 settembre 2017

Le biciclette di Shantiniketan


 
Quest’anno non sono riuscito a raccontare tutti i miei viaggi. Per esempio, durante il mio ultimo soggiorno indiano, a febbraio, ho fatto un bellissimo viaggio nel Bengala occidentale, a Kolkata (che per la mia generazione è ancora Calcutta) e a Shantiniketan, ma ancora non ne ho parlato qui.
 
Forse oggi pochi si ricordano che cos’è stata e che cos’è Shantiniketan (শান্তিনিকেতন in bengalese): ancora non c’è nemmeno una voce dedicata su Wikipedia in lingua italiana. Comunque, è il posto in cui Rabindranath Tagore visse e lavorò per buona parte della sua vita. Tagore tra le altre cose aprì una scuola, che ancora prosegue le attività, e nel 1921 fondò anche un’università, la Vishva-Bharati  dedicata a fare da punto di contatto tra la cultura indiana e quella mondiale. Alle spalle c’era un’idea originale di mediazione. E quelli che decidono di cercare di prendere il meglio dal mondo, ma ripensando le cose a modo loro, a me sono sempre piaciuti.
 
Oggi a Shantiniketan l’università ha un’impostazione più tradizionale, ma include ancora un insegnamento dell’italiano - tenuto dalla professoressa Indrani Das, che ho avuto la fortuna di incontrare. Però, arrivando ai nuovi palazzoni di cemento che ospitano l’università di Shantiniketan, ammetto che la prima cosa che ho notato è stato il parcheggio biciclette. 

 


Non me ne ero neanche accorto, ma dopo un mese a Delhi, con il suo traffico terribile, sentivo la mancanza delle biciclette. Qualcuna si vede anche a Delhi, beninteso. Ma sommersa tra macchine, risciò a motore e così via. Tra una cosa e l’altra, quest’anno mi è capitato poco di prendere perfino i risciò a pedali. E non è che a Kolkata le cose vadano molto meglio.


 
A Shantiniketan no. Aiutate dalla presenza degli studenti, le biciclette sono dappertutto: sembrava quasi di essere a Pisa, ma con meno macchine. Comunque le usano tutti: uomini e donne, giovani e vecchi, studenti e operai, ragazzini in jeans e distinte signore in sari.


Poi ovviamente su ogni bicicletta c’era qualcuno a pedalare. Qualcuno aveva la faccia preoccupata, qualcuno la faccia scura… siamo esseri umani, in fin dei conti. Ma la maggior parte della gente aveva una faccia soddisfatta.



 
Negli ultimi anni ho passato molto tempo a cercare di capire il modo in cui le tecnologie della comunicazione influenzano gli esseri umani. Più il tempo passava, più mi sono messo a ridimensionare gli effetti inevitabili. Sì, uhm, a volte il mezzo di comunicazione è il messaggio, o aiuta un po’ a dare forma al messaggio, ma in sostanza i condizionamenti dello strumento dipendono molto dall’uso che se ne fa, e le nostre scelte cambiano molto le cose (v. Tagore)…

 


Ecco, la bicicletta è un po’ in controtendenza, nella mia visione del mondo. È qualcosa che quasi inevitabilmente fa star meglio. In bicicletta, tutto è un’altra cosa. Il viaggio a Shantiniketan è stato bello anche per quello.
 

giovedì 7 settembre 2017

Tavosanis, Storie informatiche


Comics & Science, The Babbage Issue


Forse non tutti sanno che il Consiglio Nazionale delle Ricerche pubblica una rivista divulgativa a fumetti: Comics and Science. Nel giugno di quest’anno è uscito il primo numero del 2017, intitolato The Babbage Issue (sì, un po’ troppo inglese, secondo i miei gusti...).

In questo caso, il fumetto centrale è Il segreto di Babbage, una storia scritta da Alfredo Castelli e disegnata da Gabriele Peddes. Il soggetto è ovviamente il lavoro di Babbage e la sua Macchina Analitica; sulla trama, invece, meglio non rivelare nulla. Ma per quanto riguarda i personaggi, va detto che uno dei protagonisti della storia è il mio amico e collega Fabio Gadducci, disegnato al meglio nella sua veste di Direttore del Museo degli Strumenti per il Calcolo di Pisa e in un ruolo a lui congeniale!
 


 
Tra i materiali d’accompagnamento comunque c’è anche un mio articolo intitolato Storie informatiche: una rassegna degli intrecci tra informatica e narrativa di fantascienza. Fin dalle origini, infatti, i “cervelli elettronici” hanno esercitato effetti molto profondi sull’immaginario. La narrativa a volte ha accompagnato l’evoluzione della tecnica, a volte è rimasta indietro e a volte è stata diretta fonte di ispirazione – come nel caso del cyberpunk e della realtà virtuale. Insomma, una storia sempre molto interessante, anche se qui vista solo per sommi capi.
 
Mirko Tavosanis, Storie informatiche, in Comics and Science 1, 2017, ISBN 9788880802419 pp. 42-45.
 
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